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L’enorme problema del cristianesimo

Creato il 28 aprile 2010 da Dallomoantonella

L’enorme problema del cristianesimo

Nei vangeli Gesù in più occasioni, attraverso i suoi apostoli, dà la propria idea di chiesa e di stato e lo fa attraverso l’idea di persona e di famiglia. Secondo il suo insegnamento la famiglia è il primo nucleo dello stato, dove viene attribuito un ruolo ben preciso ad ogni suo componente, dove tutti i membri si sorreggono, si appoggiano, si aiutano. Essa necessita d’essere fondata sull’amore umano ispirato dal sentimento religioso che è oltre la legge umana; per sentimento religioso si intende lo spirito di carità che può essere presente in ogni uomo. Come è per la famiglia, dovrebbe essere lo stare in un gruppo.

 Si ritorni ancora un attimo sulla figura di Maria: Maria è (per i dettami della fede) quella donna che vergine era e vergine rimane senza scegliere di diventare suora; vive nel mondo, ha un figlio, sta nella società ordinaria, affronta tutti i problemi di una donna qualunque con la sola differenza che fa della verginità una condizione di vita non privativa ma arricchente, vissuta dentro un regolare matrimonio. Dall’esempio di questa donna e dello sposo Giuseppe, accanto a quello di Gesù che non ebbe mai relazioni storiche appurate con donne né mai si sposò ed ebbe figli (salvo prove contrarie che non sono mai state portate alla luce), si avvalora la prassi del celibato e nasce il sacramento del prendere i voti che costituisce uno dei possibili modi per il cristianesimo di vivere la fede. La vergine, Gesù e Giuseppe dimostrano con la loro vita che l’uomo e la donna non hanno bisogno inderogabilmente del sesso e che il corpo può essere disciplinato perché il corpo fa quello che vuole la testa ed il cuore. Maria amava Giuseppe, era pronta a sposarlo, ad avere figli da lui, non aveva certo nulla contro il sesso, ma amava anche Dio che gli soffia nel ventre il suo seme d’amore onorandola di un compito unico ed irripetibile; la vergine comprende tutto questo, lo accetta e lo trasforma nella sua ragione di vita. La prediletta tra le donne dunque è prima che una donna, una serva del Signore, è stata pensata per uno scopo preciso, ed esprime nella servitù al Padre tutta la propria gioia di vivere; quindi è una madre, pensata per partorire il Messia; infine, un essere umano assolutamente come qualunque essere libero di scegliere; Dio non obbliga Maria a dire di sì, non è corretto pensare che Maria non avrebbe potuto dire di no; anzi, il contrario, più che mai Maria è liberamente consenziente, accetta con semplicità il disegno di Dio; sceglie il suo destino, non lo subisce, poteva dire di no ma non lo fa; Dio non vuole burattini, non lo vuole nell’ultimo degli esseri, meno che meno in Maria; questo consenso le darà tutto quello che una donna come un uomo possono desiderare di più al mondo, ossia la felicità piena (di natura divina) che nel mondo non può che essere mescolata al dolore (di natura umana). Il consenso di Maria dimostra in modo lampante come la fede agisce sia in senso singolare che collettivo; dire di sì o dire di no non è solo una faccenda privata tra il singolo e Dio, ha una enorme ripercussione sul mondo. Esempi simili ma opposti di negazione della fede sono tutti i grandi torturatori della storia che dicendo di no hanno segnato dolorosamente la vita di migliaia di persone. Da sempre si ritiene che il mondo vada avanti perché esistono il sesso, il potere, il danaro ed il piacere della trasgressione; indubbiamente sono questi i motori del mondo perso, dell’essere terreno ma anche Maria (in modo prioritario) e Giuseppe (in modo ordinario) erano esseri terreni, tuttavia dimostrano un’altra verità e non sono affatto esempi superati tanto che nessuno ha saputo ancora esaurirli, pur nell’imitarli, nonostante alcuni uomini si ispirino da duemila anni al loro esempio. È la loro inesauribilità che li rende immortali e che rende immortale il cristianesimo (come lo sono per ragioni diverse l’ebraismo e l’islam), anche se un conto è essere immortale, un conto è essere espressione di questa immortalità, che è come ripetere che l’immortalità viene scelta, non è un dono scontato. Lo stesso dicasi per Gesù che è diventato grazie alla sua vita esemplare ma soprattutto grazie alla sua morte speciale, immagine incondizionata di salvezza: senza diventare fisicamente padre è arrivato ad esprimere l’amore puro degno delle più fertili paternità. Se si possono avere riserve sulla possibile capacità imitativa da parte dell’uomo delle figure di Maria e di Gesù, questa titubanza dovrebbe crollare di fronte all’immagine di Giuseppe che era in tutto e per tutto un essere umano normale, nato senza esplicite agevolazioni, senza fili diretti. Se Gesù e Maria possono incutere un certo disagio, un certo riservo a causa della loro perfezione ed insostituibilità (più Gesù di sua madre,  non dimenticando che Gesù sopravanza Maria nell’essergli creatore dopo esserle stato creatura), questo non dovrebbe accadere con il povero Giuseppe che si trova suo malgrado misteriosamente intrappolato in una storia più grande di lui, ma dalla quale non recede di un passo. Nell’istante che Giuseppe accoglie Maria ed il suo frutto nella sua casa, in quel preciso istante la vita secondo canoni materiali e fisici termina di appartenergli per trasformarsi giorno dopo giorno secondo canoni spirituali. Ora, se a Giuseppe la scelta del proprio ruolo è stata così apparentemente semplificata, si potrebbe credere che per un individuo normale quali siamo ognuno di noi, sia molto più oscuro il problema della scelta. Non siamo certo chiamati come Giuseppe, non siamo certo esseri speciali, siamo così diversi al suo confronto, di sicuro abbiamo altri problemi, altre urgenze: cosa può volere Dio oggi da ognuno di noi? Cosa potremmo mai aggiungere a quanto i santi non abbiano già fatto, noi che santi non lo siamo per nulla né ci teniamo a diventarlo? Che importanza si vuole che abbia per il mondo la nostra risposta alla chiamata che Dio ha riservato ad ognuno di noi? Ma poi quale potrebbe essere questa chiamata, se a fatica si sente la voce del vicino, la voce della propria coscienza, o se tra i mille rumori non c’è né uno che si distingua, che emerga sugli altri? Questo modo di pensare alla parola di Dio come a qualcosa che appartiene al passato o che appartiene ai visionari e non alla quotidianità che ogni giorno si rinnova è l’enorme problema del cristianesimo.

brano  tratto   da   Il mondo  salvato      edito da La riflessione di Davide Zedda  Editore


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