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L’expo e la metafora dei girasoli appassiti

Creato il 20 febbraio 2015 da Thefreak @TheFreak_ITA

C’è un campo di mais davanti al Castello Sforzesco. La carota dell’ecofriendly consente di costruire con il buon compromesso dell’urbanistica sostenibile. Ma anche una carota geneticamente modificata richiede acqua. Perché, quindi, abbiano pensato che d’acqua avrebbero potuto fare a meno i girasoli che svettano nel cuore di Milano non si è capito. Niente selfie dell’Expogate, quindi. Eppure quella natura morta sembra lo scatto più realistico di un lodevole progetto che con il fine del rilancio dell’economia nazionale ha deciso di usare mezzi che di made in Italy hanno l’aspetto peggiore.
L’Expo porta la realizzazione di grandi opere che accrescono il valore della città. Vero per la realizzazione di opere essenziali, come la nuova linea metropolitana ed i collegamenti autostradali. Falso per quei miliardi sbloccati per la realizzazione di grandi strutture, costose e prive di utilità, che hanno così trovato la giustificazione per essere riproposte. Falso per i 110 ettari di terreni agricoli espropriati per far spazio alla realizzazione di impianti strumentali ai servizi, come gli alloggi per gli operai. Ma non temano i piccoli imprenditori agricoli espropriati: Expo si preoccupa di incentivare e sostenere il loro lavoro. Che poi saranno conosciuti in tutto il mondo prodotti che non potranno più essere coltivati è un particolare per pignoli. Del resto, parte del Pianeta si nutre grazie alle Multinazionali, grandi protagoniste di questo evento “eco”. La preziosa acqua targata Nestlè darebbe una risposta alla sua scarsità per i girasoli morenti di via Beltrami.
Tante altre le opacità tra le righe dell’ “amministrazione trasparente”, che svetta sul sito di Expo. Per la localizzazione dell’evento, ad aree pubbliche è stata preferita una zona agricola incolta di proprietà dei privati, quali Fondazione Fiera e Gruppo Cabassi, che hanno visto un accrescimento del valore con il riconoscimento dei diritti edificatori. Certi tratti di penna sui piani regolatori valgono oro. Auree sono anche le promesse di avanzamenti di carriera, favori, reciproche utilità, che sono risultate la quota di partecipazione agli appalti che non compare nei capitolati di gara. A preoccupare non sono solo le 66 informazioni interdittive antimafia relative a 46 imprese coinvolte, ma anche quel più subdolo sistema corruttivo fatto di un evanescente do ut des, che con difficoltà trova il suo abito in specifiche imputazioni. Più ci si avvicina all’area della legalità, più problematico è comprenderne gli aspetti critici. Il project financing per la realizzazione delle strutture è garantito dall’ipoteca sulle aree, che ne attenua il rischio. Arexpo, società partecipata, tra gli altri, dalla Regione Lombardia e dal Comune di Milano, costituita per “l’acquisizione delle aree del sito espositivo e per gli interventi di progettazione, per il coordinamento del processo di sviluppo del piano urbanistico dell’area per la fase post-Expo”, ha, tra le sue ragion d’essere, la ” valorizzazione e la riqualificazione del sito espositivo, privilegiando progetti miranti a realizzare una più elevata qualità del contesto sociale, economico e territoriale”. Per una sintesi, vedi “urbanistica sostenibile” di cui sopra. Per svolgere i suoi compiti, Arexpo ha stipulato un contratto di finanziamento di 160 milioni con istituti finanziari. Chi paga chi ha pagato? Il primo bando per l’acquisizione delle aree è andato deserto il 15 novembre 2014. Le proposte “ecologiche” prevedono la vendita in lotto unico, con una edificabilità su 105 ettari di soli 479mila mq ed un vincolo di destinazione a parco tematico per il 54% dei terreni. Ma il punto di equilibrio tra domanda ed offerta non si assesta mai sulla coordinata che comprenda anche gli interessi pubblici. Si pensa di far intervenire chi di pubblico vive: si potrebbe ivi realizzare la Città studi tanto a cuore alla Statale di Milano. Il progetto deve ancora trovare sostegno istituzionale che già si paventa il rischio concreto di una bolla immobiliare. Come si utilizzerà l’area che si andrà a liberare? Come inciderà il trasferimento del cosmo universitario su una zona che ha adattato le sue caratteristiche alla vocazione di “quartiere accademico”, con tutti i servizi e gli affari immobiliari che comporta? Quali fondi si utilizzeranno e quali procedure si adotteranno per salvare dal fallimento un post Expo che si rivela meno roseo di quanto promesso?
Luca Trada, membro del comitato NoExpo, racconta una storia che poco rispecchia l’esaltazione degli ultimi anni. Presenta l’Expo come prototipo nazionale del “modello Milano”, basato sulla rendita immobiliare e sulla speculazione edilizia, quali motori economici della città. Si mostra come laboratorio locale dei progetti su larga scala, come lo Sblocca Italia o il Jobs act, vincola l’assetto urbanistico ed i processi sociali all’evoluzione di un cambiamento operato in vista del 2015, ma fisiologicamente proiettato al post Expo. La causale giustificatrice dei “grandi eventi grandi proventi” porta con sé deroghe ai processi ordinari, metodi commissariali, leggi ad hoc. Tra gli interstizi della straordinarietà si insinuano le occasioni di illiceità. “C’è tanta normalità da fare”, non è un’opposizione oltranzista di colore rosso. È la rivendicazione di un diritto alla città che spesso viene screditato come pretese noglobal. Che il grande comprenda il piccolo non significa che curarsi dell’uno apporti benefici all’altro come Coop-Eataly non rappresentano il mercato della piccola imprenditoria. Che un’opera sia prevista non significa che sia necessaria, come l’autostrada Brebemi che collega Milano a Brescia ed i suoi 16000 passaggi giornalieri contro i 60000 previsti. Che una decisione sia politicamente condivisa non significa che sia socialmente accettata, e a farlo notare sono le iniziative dal basso che cercano dialogo e trovano disprezzo. Per chi non si fida dei comitati, bastino le parole del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: “Vorrei un’Expo più sobria, meno attenta ai grandi padiglioni, alla grande kermesse, ma che abbia anche il coraggio di dire le cose come stanno, che si apra ai contadini”. Che si apra l’opportunità di affacciarsi al mondo, non la porta per uscirne.
Una Milano sotto impalcatura attende il 1 maggio. E a noi festeggiare il lavoro piace, quando c’è. E crediamo anche che l’uomo sia quel che mangia, quando mangia. E vogliamo sostenere il made in Italy, che dovrebbe essere favorito tutto l’anno con politiche economiche che sostengano le piccole e medie imprese, non solo nell’allestimento di padiglioni. E sponsorizziamo le nostre bellezze, per questo non vogliamo che la corsa alla speculazione edilizia le faccia morire.
Come i girasoli. In mostra ma senza acqua.

Di Sabrina Cicala.


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