Ci sono più di cento anni a separare "Camminare" da "Elogio della bicicletta", eppure in moltissimi hanno visto nel pensiero di Ivan Illich l'evoluzione naturale della filosofia di Thoureau. Accostando i due saggi è facile capire il perché. Henry David Thoureau, padre della disobbedienza civile, comincia la sua riflessione staccando l'essere umano dal ruolo assegnato dalla società. L'arte del camminare non può prescindere da un ritorno nella natura, tappa obbligatoria per potersi svestire di un abito e ridefinire un'essenza perduta: la libertà. Bisogna trovarsi pronti a lasciare tutto, a iniziare un nuovo cammino. Thoureau si stupisce (siamo nel 1862) che gli uomini e le donne riescano a sopportare il confinamento tra le mura domestiche. L'esercizio che si compie nel cammino è molto più di un semplice allenamento fisico, la presenza del proprio spirito è fondamentale. Idealmente si ritorna a se stessi, e non è possibile farlo se nella propria mente abbondano i pensieri della quotidianità, gli impegni, gli obblighi, il lavoro. Con questo nuovo approccio ci si sorprenderà a mettere di nuovo al proprio posto tutte quelle cose che sembrano essenziali. Un palo che un contadino pianta nel terreno, per delimitare il proprio campo e evitare che un estraneo lo attraversi, sembra quasi offendere gli angeli che volteggiano nel cielo, ma che lui non riesce a vedere. "Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da dove siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che ritornare sui nostri passi."

Alessio MacFlynn
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