L’incanto e il disincanto nelle poesie di Lele Mastroleo

Da Cultura Salentina

© Pasquale Urso: Lavoro nel vicolo (incisione)

“… e sempre m’innamora l’incanto …”: tra le righe, Lele Mastroleo.

Inizia così una tra le più suggestive delle pagine di Lele.

Lele Mastroleo, lo scrittore ‘da lontano’ che avvicina i suoi sogni ad un bambino che ha lasciato ‘qui’, e che, di tanto in tanto, torna a trovare.

E’ l’incanto del suo sguardo disincantato che riesce sempre, però, a giocare con il mondo, con i suoi accenti, le sue rughe, i suoi peccati ed i suoi colori. I colori di una terra mai lasciata del tutto, che torna in un filo di ricordi e di pensieri da tenere a mente, da ricucirsi addosso quando si ha freddo, quando la vita sembra non bastare più. Una terra che è stata madre e figlia, che gli ha insegnato a partire, a salire su un treno con, in tasca, il biglietto del ritorno senza data, ma pronto ad essere timbrato ogni volta che c’è il sole sulla strada.

La terra del rimpianto e del rimorso o del “morso”, quando si morde un ‘un pezzo di pane’ o un ‘lembo di terra’ per resistere all’arsura del cielo, al silenzio di un dolore, a uno strappo dell’anima, ‘… in quella città dove ogni fame è fame eterna e niente e nessuno riesce a calmare, neanche un morso di pane prima di dormire…’.
Il Salento, il suo, quello di oggi con gli occhi di ieri, dove respirare i colori e cercare gli odori che hanno perso il passato, tra il gusto di antico e il battito di una vita nuova, dal ritmo sconosciuto, in una modernità che rende frenetico e straniero, ogni sapore.

Qui, ancora e nonostante tutto, ancora ‘lo innamora’ l’incanto, quello di un’emozione, di un amore sognato, di un amore da serenata, di un mare di notte e di una luna ruffiana, sempre lì, pronta a girarsi dall’altra parte, per non arrossire.

Lele è ancora ‘qui’, è sempre ‘qui’ in un ricordo, in mille ricordi e i suoi ricordi son di terra rossa, scaldano il pane alla fortuna, slacciati a volare su un ‘aquilone grande come i miei occhi’ cercano ‘il sole dietro un ulivo secolare’, vogliono ‘colorare la terra con i colori mimetici dell’allegria’, intrecciano la corrente dei sentimenti al suo presente e gli fanno scrivere ‘con una biro consumata, in bianco e nero, come vecchi sceneggiati’.

“ Spingo le braccia ancora per dare una carezza ai miei racconti”: ecco Lele e la sua nuvola di parole che si scioglie in sillabe e rime, non cercate ma sentite in una musicalità di vento e frescura, in un sussurro di disperazione da non chiedere oltre per non strappare l’azzurro e fermarsi “finalmente con un cielo sulla testa”.
Sarà per questo che Lele si legge con la leggerezza di una fiaba e l’intensità di una confidenza fatta attorno a un fuoco, sarà per questo che ogni rigo prende per mano verso quello successivo e non ci lascia fino al punto, un punto di riposo e non di chiusura, lo stesso punto “che non serve”, che si fa scavalcare con l’impazienza di andare ancora, giocosamente a capo, per non smettere di leggere, in Lele, quella parte di noi che gli chiederà, con le mani in tasca ed un sorriso timido, di giocare ancora, senza virgole e maiuscole, senza regole o metri di pronuncia.

Di giocare ancora a scrivere una ‘poesia senza parole’ da offrire a un cantastorie, per risentirla nei vicoli delle sue estati dismesse, tra i profumi dei suoi desideri a Natale e con in mano un fascio di matite colorate da lasciare dietro i suoi passi, per non smarrire le sfumature discrete del suo ritorno.

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