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L’indelebile

Creato il 15 gennaio 2011 da Malvino

[Il 30 novembre, a Orvieto, Luca Seidita si è suicidato lasciando un biglietto sul quale aveva scritto: “Volevo diventare sacerdote. Tutta la mia vita è stata dedicata a questo. Mi è stato negato”. Mi ha molto impressionato il commento del portavoce della Santa Sede che, interrogato sul rifiuto opposto al giovane, ha detto: “Si tratta di un sacramento e la Santa Sede non può dare spiegazioni sul perché venga dato o non dato. Noi non diciamo niente e non abbiamo niente da dire”. In quei giorni stavo leggendo Preti di Vittorino Andreoli (Piemme, 2009), che fin lì mi era sembrato un libro interessante: di fronte alle parole di padre Federico Lombardi, quelle pagine mi sono sembrate subito insulse. E mi era venuta voglia di affrontare il nodo tra una vita “dedicata a questo” e tutto l’indicibile che sta nel sacramento. Non sono andato oltre la premessa al problema, quella che segue.]
In seminario accadono cose che noi laici non possiamo neanche immaginare, ma qui proviamo. Cominceremo con l’escludere ciò che possiamo immaginare, e che sarebbe bassa retorica affermare di non poter immaginare, che poi è patologia di ogni comunità composta da reclute e addestratori, niente di diverso da quanto accade in caserma. Ci concentreremo su ciò che trasforma la mente di un umano nella mente di un chierico, e qui suppongo che nessuno vorrà smentire che la mente di un qualsiasi chierico ha per evidenza e statuto una peculiarità che la distingue dalla mente di un qualsiasi laico: il chierico ha un’autocoscienza di alter Christus. Obietterete che questa differenza non è poi così peculiare, perché ci sono laici che si credono addirittura padreterni, ma anche questa sarà bassa retorica, perché nel laico questo non avviene lungo quella progressione dinastica (dynasteia), detta apostolica, che assicura l’intatta trasmissione di quel potere (dynasis) che un chierico dovrebbe avere su un laico secondo dottrina (cattolica) e regola (ecclesiastica). Ciò che è inimmaginabile a un laico, anche a un laico credente e devoto, è tale perché fuori dalla progressione verso il diventare e il potersi infine dire alter Christus (dynamai) – senza essere il tramite stesso della trasformazione, voglio dire – nessuno è in grado di poter realizzare un’immagine attendibile di un’autocoscienza di chierico, che poi – a chiudere il cerchio – è ciò che lo fa sentire “in persona di Cristo Capo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1548-1551).In seminario accadono cose che noi laici non possiamo neanche immaginare, ma psicologi e sociologi ci hanno provato. Con scarsi risultati, e abbiamo detto perché. Non hanno fatto meglio – e come avrebbero potuto? – psicologi e sociologi che erano anche chierici. Hanno studiato epifenomeni, ma la fenomenologia del chierico rimane impenetrabile, salvo a penetrarla però senza più poterne dir niente che non sia ontologia: sono in persona di Cristo Capo, sul laico ho munus docendi e numus regendi (ibidem, 1592), sono cellula di un intellettuale collettivo guidato dallo Spirito Santo, ecc. In realtà – e su questo possiamo convenire, sia cattolici che no – la natura psicologica e quella sociologica della condizione di chierico non spiegano del tutto – non esauriscono – la convinzione che fonda il suo ministero. Egli stesso, in ultima analisi, non può: sa della sua vocazione, sa quello che gli hanno insegnato altri chierici, sa della sua ordinazione, ma ciò che in lui è indelebile in quanto chierico (ibidem, 1582), e che non gli permetterà mai più di dirsi laico (ibidem, 1583) – cos’è? Da fuori non potremo mai capirlo veramente, da dentro non potrà mai spiegarselo pienamente. L’indelebile è ciò che hanno fatto alla sua mente in seminario: processo che non è solo formativo, ma trasformativo.

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