L'ultima stagione, parte 1 di 5

Da Mirco

Questo racconto è la versione lunga di Connessione persa. Molte sequenze sono state rielaborate, altre aggiunte. Ve lo propongo diviso in cinque parti data la lunghezza (circa 10.000 parole). Quindi per i prossimi quattro mercoledì sapete quale blog evitare di leggere.

Dalla parte di Laura

Era sorridente e camminava con una sicurezza che non è facile da trovare negli uomini di oggi.
– Sto per trasferirmi, sai – fu la prima cosa che mi disse dopo essersi presentato al bancone del pub. – Sono stanco della città, dei clacson alle sei di mattina, delle liti condominiali. A Roma vanno tutti di fretta e nessuno ha voglia di rallentare, di guardarsi indietro per cercare di capire se la direzione presa è quella giusta. Nessuno ha voglia di rendersi conto di ciò che ha perso strada facendo. Vanno veloci e tirano dritto finché non arrivano a destinazione.
Bevve un sorso del suo Martini bianco, espressamente senza ghiaccio, e sospirò soddisfatto.
– Andrò a vivere in provincia, in una villetta che ho appena finito di restaurare. Mi è costato più il restauro che l’intero immobile.
Poi rise e rimasi abbagliata dalla perfetta lucentezza dei suoi denti. Neanche un difetto, pensavo tra me, con la mano sospesa a mezz’aria e i trentatré centilitri di birra che schiumavano nel boccale e io, che dopo il divorzio non avevo più avuto un uomo, schiumavo insieme a essa.
– E il lavoro? – chiesi, affondando le labbra nel boccale.
– Ho un'azienda che produce software – rispose lui – la maggior parte del lavoro consiste nello spedire email, organizzare videoconferenze con i miei dipendenti e cazziarli mandando faccine arrabbiate. Firmo i documenti, li scannerizzo e li spedisco tramite  server FTP. Telelavoro lo chiamano. Posso farlo ovunque.
– S... sembra interessante – balbettai sotto i baffi dipinti dalla schiuma della birra.
– E’ un lavoro come un altro. Con la differenza che ho molto tempo libero, posso organizzare i miei orari come voglio e avrò tempo da dedicare ai miei figli un giorno.
– Sei fidanzato quindi.
– No, non ho una ragazza – disse alzando le sopracciglia, poco più giù di un vistoso ciuffo che gli copriva metà fronte e che ogni tanto doveva scostare con una mano – Non hai chiesto se ero sposato, ma se ero fidanzato.
Alzai le spalle imbarazzata e tornai a bere la birra incrociando gli occhi sul fondo del boccale. Nel frattempo speravo che non finisse mai. Oh birra, salvami tu, ti prego! Se me ne esco con qualcosa di sbagliato se ne andrà, non mi chiederà il telefono, anzi peggio, mi chiederà soltanto il contatto di Messenger e si limiterà a mostrarsi nudo con la webcam. Sesso virtuale. C'ero già passata e mi ero ripromessa di non farlo più anche se, devo ammettere, ho sempre preferito mostrare una coscia pixelosa piuttosto che cellulitica.
Nonostante le mie preghiere la birra finì e quando allungai la mano verso la ciotola delle noccioline mi accorsi che anche quelle piccole maledette erano terminate  Non c'era più niente con cui tener occupata la bocca, a meno che non cominciassi a leccare il sale che le noccioline avevano lasciato sul fondo della ciotola.
– Ho tirato a indovinare – dissi. Non mi resi conto che lo sguardo era caduto ancora una volta sulla sua mano sinistra, vergine da ogni sorta di ammennicolo argenteo. Insomma, non aveva nessun anello al dito, né al naso, a quanto potevo capire.
Sorrise come neanche Tom Cruise sapeva fare e mostrò la mano affusolata che avevo notato non appena mi si era seduta vicino a lui. La girò due o tre volte di fronte a me, alla luce di una lampada da tavolo che dal bancone gettava una lama di luce lasciando il locale immerso in una soffusa penombra.
– Hai delle belle mani, si vede che non sei un contadinello – dissi per cambiare discorso.
– Mio padre lo era.
– Scusami – balbettai imbarazzata – non volevo... adesso cosa fa?
– E' impiegato, presso il cimitero.
– Interessante – aggiunsi.
– Fa il cadavere.
 Quando dissi con estrema serietà: “e poi dicono che non esiste più il posto fisso!” , Marco mi guardò e spalancò gli occhi, poi rise con slancio e il rimasuglio del Martini nel bicchiere zigrinato iniziò a ondeggiare come un Maelstrom. Il suo cuore e la mia testa si riempirono dell'eco di quella risata. Dovette lasciare  il bicchiere e accasciarsi sul bancone, sconfitto dalla mia ironia e dal mio innato istinto di sopravvivenza.
– Sei brillante – riuscì a dire una volta ripresosi dalla risata convulsa. Si stropicciò gli occhi, si accorse di aver finito il Martini e ne ordinò un altro. Del secondo Martini ne fece un sorso unico e tornò a guardarmi stupito come un bambino che ha di fronte a sé Babbo Natale.
– Sei simpatica, e anche molto bella – disse in un sussurro – Ci rivediamo, vero?
– Certo – risposi dopo non so quanto tempo.
– Cosa ti piace fare? Torno a Roma venerdì e ho il week end libero.
Feci spallucce poi dissi:
– Cinema, ristorante, c'è una mostra di Renoir da non perdere, oppure vieni direttamente a casa mia e mi sculacci come una scolaretta cattiva.
La coverband dei Radiohead coprì le ultime parole che dissi. Quando lo vidi fissarmi stupito cominciai a pensare che non fosse andata così.
– Senti, c'è un concerto di Biagio Antonacci sabato. Conosco alcuni del suo entourage, non sarà difficile entrare.
– Porc...! Sì, cioè, certo! Biagio è il mio cantante preferito da sempre, lo sapevi?
– No, come avrei potuto – si grattò il naso. Io istintivamente, e senza rendermene conto, lo imitai.
– Pensi che riuscirai a procurarmi un autografo?
– Potrai avere molto di più.
Iniziai a immaginare loro due che mi sculacciavano contemporaneamente. Di spazio ce n'era per entrambi.
–  Se riesco a beccarlo prima del concerto ceneremo con lui.
– Oh – sussurrai.
Pensai per la prima di aver trovato l'uomo per me. E’ carino, con le spalle larghe e il sorriso sincero, alto abbastanza per una spilungona come me. E poi ha un bel lavoro, è simpatico e non ostenta le sue doti. Soprattutto: vuole dei figli, il motivo per cui ho deciso di divorziare da Samuele, il signor salto della quaglia, mister “preservativo-a-basso-costo”. Accidenti, quanto ho goduto quando l’ha trovato bucato.
Quella volta avevo deciso che era ora di fare qualcosa. Quindi aspettai che Samuele tornasse a casa poco dopo l'orario della cena, come accadeva sempre quando andava in palestra, stanco o fintamente stanco, che gettasse la borsa della palestra per terra appena entrato e si venisse a sdraiare sul divano con me. Io l'aspettavo in pigiama, al solito angolo del divano dove i cuscini creavano un piccolo nido e io mi ci rannicchiavo come un passerotto. Fingevo di fare zapping cercando qualcosa di divertente da vedere. Invece aspettavo lui. Quando entrò guardavo la TV rosicchiandomi le unghie già cortissime di suo e arrotolando, con l'altra mano, una ciocca di capelli. Avevo lasciato una ciotola di patatine vuota sul tavolino basso e qualche briciola del pane integrale che avevo mangiato come cena. Sbuffò e lasciò cadere la borsa della palestra per terra. Mi stiracchiai e mi misi a sedere. Quando si sedette vicino a me riconobbi l'odore del suo doccia schiuma preferito. Stavolta in palestra ci era andato sul serio.
– Ti sei divertito in palestra? – chiesi poco dopo.
– Non ci si diverte in palestra, si lavora – disse lui. Si impadronì del telecomando e cambiò molti canali prima di decidersi cosa vedere.
– Giusto. Hai ragione – risposi. Pensai al profilattico che avevo preparato e che era nel cassetto del mio comodino. La spilla da balia era tornata al suo posto nella cassettina dove riponevo aghi e bottoni. Valeva la pena rinunciare al finale del film, pensai.
– Il lavoro, dico, tutto bene? Quella storia del cliente che vuole denunciarvi?
– Tutto ok – rispose lui, rimanendo fisso sullo schermo.
 Mi avvicinai e  appoggiai la testa sulla sua spalla. Il muscolo in tensione mi fece venire qualche brivido. Accarezzai l'avambraccio e rimasi a fissare la stessa cosa che fissava lui. In quei minuti di silenzio la scena di un delitto era l'unica cosa che sembrava accomunarci.
– A te invece come è andata? – sussurrai.
– Come dici?
– Niente, volevo vedere come ci si sente ad avere un po' di attenzione.
– Ah!
– Penso che potrei licenziarmi, anche domani se riesco a buttare giù la lettera
A quel punto mi accorsi che aveva cambiato espressione. Un automatismo lo indusse a premere il tasto di pausa del telecomando e quando si rese conto che non era un DVD, sentii il muscolo dell'avambraccio tremare dalla rabbia. Il telecomando scivolò per tutto il tavolino e cadde in terra, sul tappeto, emettendo un rumore ovattato e innocuo. Sospirai sollevata.
– E poi che hai intenzione di fare?
– Cercare un altro lavoro – dissi a fatica.
– Pensi che ci sia la fila lì fuori? Che vogliano prendere una quarantenne che ha lasciato il suo vecchio lavoro perché aveva voglia di cambiare?
– Ho un buon curriculum.
– Dai retta a me – disse guardandomi finalmente negli occhi – faccio colloqui di lavoro da quindici anni. L'ultimo ila settimana scorso. Pensi che sia più produttiva una ventenne appena diplomata con la voglia di spaccare il mondo o una quarantenne in crisi che ha voglia di cambiare vita?
– Da qualche parte devo iniziare – dissi, o forse questo lo pensai soltanto. Pensai di dirgli inoltre che ero stanca di quella monotonia, della vita che conducevo, del fatto che lui non voleva avere figli e io sì. Che forse era banale dirlo, ma ero cresciuta in una famiglia numerosa e ritrovarmi in una casa con soltanto io, lui e l'agente Grissom, non era certamente quello che sognavo da bambina.
Nonostante tutto era un bell'uomo e io ne ero attratta. Qualche minuto dopo eravamo avvinghiati l'uno all'altro. Mi fermai e gli annusai i capelli che sapevano di sciampo alle mele verdi. Gli sorrisi ingenuamente.
– Vado a prendere il necessario – dissi. La sua risposta: “ Certo! Non mi piace avere insetti in casa” azzerò ogni mio impulso sessuale.
Mezz'ora dopo mi accorsi che aveva finito il suo compito e che era ora di provvedere all'igiene. Decisi di uscire dal salotto con una scusa: “vado a lavarmi”, dissi. Non sono brava a mentire, e lui, anche per il lavoro che fa, era dannatamente bravo a capire le persone e si accorgeva subito se parole, sguardo e movimenti del corpo confluivano verso una bugia detta male.
Si accorse della perdita del profilattico. Lo sentii imprecare e rovesciare oggetti dappertutto. Mi raggiunse in bagno. Aveva lo sguardo torvo di un uomo a cui avevano appena diagnosticato una brutta malattia.
– Si è rotto! Merda!
Quando uscì si era calmato. Era ancora completamente nudo e nell'oscurità del corridoio alcune gocce di sudore gli imperlavano i muscoli scolpiti dalle ore di palestra. Prese il telefono, passò una mano nervosa sui capelli e si girò verso di me.
– Qual è il numero del tuo ginecologo? – chiese. Risposi che non conoscevo a memoria il numero del mio ginecologo e che avrei dovuto cercarlo sull'agenda. Glielo dettai e quando finì di comporlo mi disse:
– Sai cosa devi fare, vero? Conosci la pillola del giorno dopo? Fisso un appuntamento con il tuo ginecologo e te la faccio prescrivere.
Annuii e distolsi lo sguardo facendo finta di essere attratta dai suoi polpacci torniti e dal suo sedere duro come quello di una statua di Apollo.
Ciononostante volevo rimanere incinta. Il mese seguente gli dissi che avevo cominciato a prendere la pillola, ma non era vero. Quando se ne accorse me ne diede parecchie e  dopo avermi picchiata decise di perdonarmi, per quella volta. Decise inoltre di provvedere lui stesso alla contraccezione: sarebbe andato in farmacia per farsi consigliare dei buoni profilattici, resistenti e non troppo cari. Non che ne gliene servano tanti di quei cosi, due alla settimana sono già troppi. Ho quarantuno anni e ho l’impressione che di tempo per avere figli me ne resti poco. Non voglio perderne ancora.
 Tornata a casa dal pub la prima cosa che feci fu cercare la canzone adatta per ricordare quella serata. Dopo aver spulciato uno ad uno i file del mio iPod, misi su “E’ l’uomo per me” di Mina e presi a saltellare per tutta la camera come una ragazzina innamorata. Sembravo Liv Tyler in “Io ballo da sola” soltanto con un po’ di cellulite sulle cosce e la pelle ruvida. Quella sera però, tutto ciò che pensavo fosse un difetto era diventato un pregio. Ero la zucca diventata carrozza.


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