L'uomo calvo (your wish is my command)

Da Bartel
Ci si abitua. Ci si abitua a tutto, o quasi. Io mi abituai a Dave e Bud. Parlavamo, ridevamo, io scrivevo, loro raccontavano. Gli parlai di Hemingway e di Proust, loro mi fecero capire la differenza tra una Glock e una Beretta. In quel periodo avevo la serena consapevolezza di essere pazzo, pazzo per necessità, pazzo per non impazzire. Non trovavo lavoro, mio padre moriva e si trascinava con se mia madre, tutto era arrivato ad un punto morto e la solita diga innalazata con anni di sacrificio crollava e i miei occhi si ritrovarono inondati di acqua amara una sera solitaria come questa. La mano enorme di Bud si poggiòdelicatamente sulla mia spalla. Non abbastanza delicatamente da non farmi spaventare.
Non mi chiese nulla, ma capivo dai suoi occhi che capiva. Sentii la voce di Dave alle mie spalle: "Amico, possiamo fare qualcosa per te?"
"Certo!" risposi mentre una lacrima mi scivolava in bocca. "Trovatemi un sacco di soldi per aiutare i miei e un lavoro strapagato!".
Dave mi sorrise e si sedette sul divano. Bud mi diede un colpetto sulla spalla che mi fece male e andò a sedersi accanto a Dave. Passarono diversi minuti nel silenzio, mi calmai, andai in bagno a sciaquarmi il viso e quando tornai erano andati. Sistemai il divano letto per la notte e piansi al buio.
Il mattino seguente mi aspettavano in banca per un colloquio per uno stage non retribuito. Ci andai con la mia cravatta migliore, una delle due che possedevo. Un usciere in divisa mi guardò schifato. Lo ricambiai. Seguii le indicazioni che mi aveva biascicato e mi ritrovai davanti alla porta di un vice-direttore aggiunto. Bussai. Da una porta accanto spuntò la testa cotonata di una segretaria di mezz'età e mezza altezza. "Il dottore non è ancora arrivato, ha telefonato che arriverà tra un paio d'ore...lei era qui per lo stage, vero?"
Non feci in tempo a rispondere. Una porta alle mie spalle si aprì all'improvviso e voltandomi mi ritrovai faccia a faccia con un uomo alto e dai capelli completamente grigi come il doppiopetto che indossava. L'uomo si bloccò, probabilmente spaventato dal fatto di trovarsi davanti un ostacolo improvviso. Lo guardai negli occhi e capii che non ero io il motivo del suo spavento. Era sudato e i capelli erano leggermente scarmigliati. Sudava. Sembrava stesse fuggendo da qualcosa o qualcuno. "L...lei..chi è?" mi fece.
La segretaria rispose per me: "E' un giovane che il Dott.Capizzi ha convocato per un colloq..."
"Va bene...va bene...non importa!" La interruppe stizzito.
"Venga...venga dentro!!!"
L'uomo dal doppiopetto grigio mi spinse nel suo ufficio e chiuse la porta. Vi si appoggio e tirò fuori un fazzoletto con cui si tamponò la fronte. Era un signore distinto, sui sessant'anni, ma dritto come un fuso. Mi indicò un poltrona in pelle davanti ad una scrivania in ciliegio che odorava di cera. Mi sedetti e lo osservai guardarsi con circospezione intorno, come se si aspettasse che da un momento all'altro potesse crollargli il soffitto in testa. Si sedette anche lui e mi accorsi che respirava con difficoltà. Appoggiò le mani con le dita distese sul piano della scrivania.
"Senta Lei...come...come si chiama?"
Gli risposi. Risposi anche ad altre domande banali, mentre nasceva in me il sospetto di essere vittima di qualche laida candid camera. Uscii da quella stanza dopo 20 minuti con un foglio ripiegato tra le mani che consegnai alla segretaria di mezz'età che quasi me lo strappò dalle mani. Lo aprì e lo lesse. Lo esse due volte muovendo le labbra secche cariche di rossetto. Mi guardò dritto in faccia abbassando un pò gli occhiali.
"Bene, dottore...benvenuto allora." Mi disse secca porgendomi la mano magra e carica di bracciali. Ero appena stato assunto.

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