L’Uomo delle Note posted by Patrizia Rossi

Da Parolesemplici

La luce dei lampioni tremolante a causa della fitta pioggia che ne fendeva l’alone giallastro, allungava le ombre dei passanti frettolosi. Le dense nubi, nel cielo della sera, erano cariche di minacciose promesse per la notte.

L’imbrunire nella piccola provincia conferiva alle case, ai vialetti privati, alle strade poco trafficate, un aspetto pacifico dai seguiti magici. La nebbia, solita compagna delle prime ore della sera, avvolgeva il piccolo centro come un incantesimo ripetuto. Protetto dal resto e velato nella fumosa coltre, il tutto si sopiva e si preparava per andare a dormire.

Rincasava sempre alla stessa ora, con la sua ventiquattrore tra le mani, e la stanchezza sulle spalle. Era solito nei movimenti, come fossero riti, che ogni sera si rinnovavano al suo rientro.

Appena aperta la porta, accendeva la luce e rischiarava l’ingresso di quella grande casa, vuota ormai da un paio d’anni, da quando la moglie e i suoi due figli si erano trasferiti in un’altra abitazione, da quando quel rapporto finito, gli aveva lasciato un vuoto ma  non così grande da non permettergli di vivere. Era piuttosto un rammarico, una vena d’irrimediabile delusione che calzava ogni mattina assieme alle scarpe e che pareva riuscire a sedare con la sua musica, tra note e spartiti, alcuni di melodie finite, altri lasciati al caso, accantonati tra fogli d’incompleti appunti in attesa dell’ispirazione.

Le note lo seguivano, nei pensieri silenziosi, in quelli che definiva guizzi dell’estro, nei momenti di maggior stress, quando liberare la mente era un’esigenza e un piacere senza costo alcuno.

Dopo il lavoro, quando le finestre del quartiere brillavano di mille luci ed echi di parole risuonavano tra i vicoli, lui si toglieva il soprabito, accendeva la sigaretta e per qualche minuto sedeva sul divano a riposare ossa e pensieri, pareva godere di quel sottofondo di stoviglie e risate nelle case d’altri, nello stesso istante in cui la penombra e il silenzio facevano da padroni in casa sua.

Sfilava le scarpe, poggiava i piedi sul baule di fronte a lui, reclinava la testa, respirava rumorosamente, chiudeva gli occhi e si metteva in attesa di nulla, che non fosse il suo respiro quieto e la conseguente assenza di tensione.

 Mentre la stanchezza pareva abbandonarlo “L’uomo delle note” sembrava ritrovare nuova luce negli occhi dietro gli occhiali, in quella sera tutta da inventare, tutta da vivere, tutta da riempire di nuovi suoni, di messaggeri discreti che dal cuore alle mani portavano fili di musica da intrecciare.

Viveva solo in quella casa, la mamma al piano di sopra, si occupava di quello che poteva.

Scendeva ogni mattina, dal suo appartamento, per rassettare e preparare, a quel figliolo grande e grosso, la cena per la sera. Portava via la biancheria e una volta lavata e stirata gliela faceva trovare ai piedi del letto. Piccoli gesti che l’uomo viveva come carezze con la gratitudine che un figlio ha verso un anziano genitore ancora tanto premuroso.

Era solito consumare la cena, poco dopo il suo rientro, in seguito si metteva comodi abiti per casa e a passo flemmatico raggiungeva il piano, dove si sedeva.

Non amava la TV o la compagnia, era piuttosto solitario, sebbene avesse un buon carattere e una forte predisposizione all’allegria, usciva di rado e ancor meno riceveva visite.

In quei due anni, non fosse altro che per la solitudine a lui imposta e accettata, che lo faceva sentir bene nonostante tutto, aveva rifiutato possibili storie sentimentali, senza per questo disdegnare la compagnia femminile, ma mai impegnandosi seriamente.

Era ritornato alla sua musica, una passione adolescenziale che, a causa degli impegni lavorativi, e di quelli familiari dopo, aveva accantonato da tempo.

In casa, però, il pianoforte della nonna era rimasto nello stesso posto da sempre, dove lo suonava anche lei, con mani piccole e veloci, ancora capaci di grandi cose, nonostante l’età.

Dopo il matrimonio si era trasferito a vivere in quell’appartamento. La ristrutturazione degli ambienti aveva sfiorato appena il grande pianoforte al centro della sala. Erano cambiati i pavimenti e il colore dei parati ma, padrone incontrastato, il pianoforte non aveva perso la sua posizione originale, da quando era entrato sorretto a stento dalle braccia dei facchini, lo strumento non si era più mosso di li.

Se ne era sempre preso cura nonostante non gli avesse dato voce per lungo tempo.

Ora erano tornati a essere uno, lui con mani delicate e abili accarezzava tasti sapientemente; la melodia era nell’aria… la musica era signora incontrastata della casa.

Finito di cenare, subito dopo la sigaretta, con un bicchiere di vino suo compagno silenzioso, scostava lo sgabello, roteava la testa, sgranchiva le mani e iniziava a suonare. Pareva strano a molti che non avesse cognizione alcuna della musica.

Da bimbo aveva iniziato a studiarla, ma dopo i primi solfeggi si era dedicato a qualcosa di più congeniale alla sua età e alla sua corporatura: il rugby dimenticando le sue velleità artistiche, depositandole come la polvere del tempo, sui tasti bianchi e neri.

Era una passione la sua, di quelle che non si spiegano, la musica era lui e lui era della stessa essenza dei suoni.

Così aveva composto tante melodie, senza una vera e propria preparazione, buttando giù le note, scoprendo di saperle gestire e lasciando che le stesse facessero magia.

Da sempre ignaro di avere spettatori, passava come di consueto il dopo cena, seduto al piano, suonando, e interrompendo di tanto in tanto per sorseggiare il suo “rosso d’annata.”

Se anche gli fosse capitato di distrarsi, se solo avesse spostato lo sguardo dalla tastiera alla finestra, mai si sarebbe accorto di quello che accadeva da qualche tempo nella stanza illuminata della palazzina di fronte.

Viveva in uno stabile con cortile interno, su questo si affacciavano le finestre di vari appartamenti, comprese quelli delle palazzine attigue alla sua che componevano il piccolo comprensorio.

Dietro quella finestra della palazzina “B” c’era la stanza di una donna, solitaria, schiva sempre a testa bassa quando la s’incontrava, dosava sorrisi e parole con parsimonia. Piccola ed esile nella figura, si era trasferita in provincia da qualche anno. Anche lei separata, ma con figli grandi, passava il dopo cena dedicando tempo alla sua passione: scrivere.

Si era imbattuta nelle soffocate note, attutite nel loro libero volo dai vetri chiusi, della finestra di fronte, le aveva apprezzate da subito, aveva imparato ad ascoltare. Sapeva riconoscere una melodia nascente, udiva il ripetersi di battute e restava incuriosita, seduta alla sua scrivania, con l’orecchio teso per seguire la nascita o l’evolversi di quel concatenarsi di suoni e pause rilassanti;

<< Il giusto sottofondo per un poeta! >> aveva pensato spesso.

Si erano incontrati qualche volta con lo sguardo, di sfuggita nel cortile interno, al loro rientro, oppure nella stagione estiva, casualmente si erano ritrovati entrambi alla finestra.

Sapevano pochissimo l’uno dell’altra e sorridendo garbatamente si salutavano, rincasando o scomparendo dietro le imposte socchiuse.

Un poeta e un musicista, che strano connubio, eppure le arti hanno gusti strani, s’insinuano e nutrono anime senza far caso al sesso, all’età o alla malinconica predisposizione di quest’ultime. Forse era proprio quello il terreno fertile per l’arte: la malinconia.

Morbosa e vincente nel silenzio della notte, nella sinergia di pensieri creativi, nella flebile essenza di vita degli “artisti”, vive.

Ciascuno di loro, senza che l’altro lo sapesse, ripiegava le sue emozioni, lei su un foglio, tra righe d’inchiostro, lui tra righe più severe ma armoniche, quelle di un pentagramma.

Nella loro solitudine apparente, quelle due anime avevano collocazioni ben precise, erano nei sogni e nei desideri, quelli svegli di notte e addormentati di giorno, che riecheggiavano le voci della loro natura.

Fu in una delle tante sere, nella luce della finestra di fronte che la musica divenne immagini e parole come mai prima di allora.

Al suo tavolo, in compagnia della sua macchina per scrivere, eredità del padre giornalista, la donna pigramente seguiva al ritmo del suo battere sui tasti, il filo logico di una delle sue tante storie, rallentò sino a smettere di scrivere, discostò la sedia dalla scrivania e andò a socchiudere i vetri della sua finestra, quel tanto che bastava per udire meglio.

Era inverno pieno, entrambi fumatori, avevano la stessa abitudine, quella di lasciare che l’aria densa di fumo nella stanza, potesse uscire poco a poco dalla finestra, per questo le persiane di legno delle loro camere, erano spesso accostate e non del tutto chiuse.

Le parve di perdere i sensi, tanto sentì d’essere pervasa dalla musica, con un respiro profondo abbandonò la testa in avanti e assaporò quei dolci suoni, uno a uno come se la raggiungessero sottopelle, come a scompigliarle lievemente i capelli, come solo le mani delicate di un amante avrebbero fatto.

Suono dopo suono, nota dopo nota, tutto le apparve in bianco e nero, c’erano ricordi, soffitte polverose e fili di luce a fendere l’aria.

In quella melodia danzavano parole come esili ballerine sulle punte.

Scorse farfalle e ancora veli dal vento scomposti.

La mente suggerì alle dita una lettera dopo l’altra, si diradarono alberi a scoprire fievoli luci di piccole case dal comignolo fumante, mentre la pioggia tamburellava su tetti e vetri.

Sul foglio che nervosamente riempì di battute, vide il volto quieto di un uomo, lo sguardo profondo dei grandi occhi nocciola, le lunghe ciglia. Le sorrideva e dischiudeva appena le labbra carnose, le parve di sentire la sua voce, in un timido saluto, pareva ricordarle una persona conosciuta. Parlò di lui.

Scrisse della grande casa dal pavimento di legno, dal profumo di bucato appena ritirato e dalla luce soffusa che ne riempiva gli angoli con discrezione e arabeschi fantasiosi.

La melodia, come una spirale magica, dalla finestra di fronte, sembrava volerla avvolgere per trascinarla via da quella solitudine, da quella durezza di cuore, da quelle tante parole poetiche senza alba. Scrisse tutto quello che la musica le portava a fior di pelle.

L’uomo delle note, la accompagnò senza conoscere le regole del gioco, non perse un tasto, non mancò nota né pausa che non sposasse immagini e battute.  Lui, dentro le sue note, stretto alla sua chiave di violino, parlò  con le mani, lei fece altrettanto riempiendo sino all’orlo di melodia ogni  frase.

Scrisse di emozioni, le sue, femminili e rassegnate, buttate in fondo al pozzo della dimenticanza, e di come queste, con ali proprie l’avessero raggiunta nuovamente. Accelerò le mani in quel suo meccanico pestare sui tasti, temendo di sentir finire il suono. Legò parola e nota, respiri e spazi bianchi a silenziose pause. Il freddo congelò quella notte, piegando il bordo del suo foglio, fissando nel nero del suo inchiostro l’impalpabile delicatezza di un filo di note.

Strano che avessero perso entrambi la cognizione del tempo, quella sinergia era scivolata via dalle lancette, non aveva battiti se non di cuori, non aveva sonno per invadere gli occhi, non vi era stanchezza da scrollarsi di dosso, solo musica e parole.

Il CD non avrebbe mai smesso di suonare, il tasto “ripeti” faceva il suo dovere, come in trance lo aveva ascoltato decine di volte, ma quell’improvviso black-out l’aveva interrotta catapultandola nell’improvvisa assenza d’ispirazione.

Il buio e il silenzio riempirono in un solo istante la stanza, la batteria “tampone” le permise, in quei pochi minuti di autonomia, di salvare il documento Word, prima che tutto andasse irrimediabilmente perso.

Scostò la sedia dal tavolo del suo studio, stiracchiò le braccia, come se si fosse risvegliata in quel preciso istante e con un paio di malfermi passi, nel buio, alla sola flebile luce del monitor, si recò alla finestra.

Non c’erano palazzi di fronte a lei, non c’erano stanze dalle luci accese, non c’era suono se non quello sgradevole della frenetica vita notturna nella grande metropoli.

Sotto di lei il caos della città continuava senza sosta, il guasto interessava solo il suo quartiere. Dal venticinquesimo piano, tutto sembrava così piccolo e distante, luci di grandi insegne padroneggiavano nella notte, auto e uomini, come formiche senza sosta parevano vivere in un mondo che non racconta parole, che non si ferma per ascoltare musica il mondo dimentica dell’arte e vive in un corpo senza sangue senza cuore, senza battiti.

Il suo romanzo era terminato, pronto da inviare al suo Editore. Quella provvidenziale, scomoda interruzione, era capitata nello stesso istante in cui aveva digitato, sulla tastiera del PC, l’ultima considerazione seguita dal punto, era così immersa nella sua fantasia da non essersene accorta.

Accese una sigaretta che brillò immediatamente al buio e respirò boccate di fumo con la stessa avidità con cui avrebbe chiesto ossigeno, si sentiva soddisfatta del suo lavoro e della sua capacità di scegliere cd musicali in quella bancarella del mercato rionale.

Da qualche parte, in quello stesso istante, in un paese silenzioso, lontano, in una stanza rischiarata dal lume di candela, “L’uomo delle note” sta suonando la sua musica; ignaro di esser stato “inventato”, sfiora con mani lievi non solo una tastiera ma i pensieri altrui, nati dalla sua stessa musica, distesa ora silenziosamente, su fogli virtuali.


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