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La brasilizzazione del paese: un rischio reale

Creato il 28 gennaio 2011 da Bruno Corino @CorinoBruno

La brasilizzazione del paese: un rischio reale
Riprendiamo il discorso sugli squilibri della società italiana. Se prendiamo in esame qualsiasi “indicatore”, possiamo renderci conto di come il divario negli ultimi vent’anni anziché diminuire si sia allargato, sino a diventare talvolta una vera e propria voragine. Ho già citato lo squilibrio tra ricchi e poveri, ma a questo possiamo aggiungere quello tra Nord-Sud, tra uomo-donna, tra il reddito da lavoro e rendita finanziaria, tra lavoro dipendente e lavoro precario. Questi squilibri ne producano altri, ad esempio quello “culturale”: fasce sociali che si nutrono solo di televisione e altre che si rivolgono a un ventaglio ampio di scelte. Inoltre, se incrociamo i vari indicatori possiamo constatare come le situazioni diventino ancora più drammatiche. Nel loro complesso se tentiamo di individuare le cause che hanno determinato questi dislivelli molteplici, alle «classi dirigenti», che hanno governato il paese negli ultimi due decenni, possiamo attribuire una quota notevole di responsabilità, distribuite in proporzioni diverse. Intendo per classi dirigenti tutti coloro che hanno una responsabilità nella guida e nella direzione di un paese: abbiamo, ad esempio, i ceti imprenditoriali, politici, “intellettuali”, sindacali, “burocratici”, “finanziari” (banche), mediatici, corporativi, ecc. Ebbene, questi ceti non si sono “accorti” che nel paese gli squilibri aumentavano, e che nella società si stavano creando delle crepi, o delle fratture, che a lungo andare hanno provocato (e stanno tuttora provocando) un indebolimento strutturale del tessuto sociali. È come se all’interno del paese si stessero formando a poco a poco delle enclaves non di tipo territoriale, bensì sociali: l’enclave degli emarginati, dei disoccupati (sottoccupati, inoccupati), dei privilegiati, ecc. All’interno di ciascuna enclave vigono regole e stili di vita diversi: in una enclave la preoccupazione maggiore diventa l’apparire, il benessere psicofisico, la dieta, il viaggiare, i consumi alti; in un’altra, pagare l’affitto, comprare il latte, mandare i figli a scuola, insomma i consumi bassi. Diventano praticamente mondi che non comunicano, che parlano linguaggi completamente diversi: vivono sullo stesso territorio ma abitano in dimensioni opposte. Ciò provoca anche un modo diverso di valutare i vari comportamenti: nelle enclaves dei privilegiati la corruzione è considerata una pratica sociale tollerabile, fisiologica, in quanto serve ad acquisire ulteriori privilegi; in quelle degli emarginati, il reato viene bollato come una pratica antisociale, perseguitata e condannata con tutti i mezzi repressivi a disposizione. A lungo andare è come se i corpi sociali prendano direzioni opposte: l’uno va sempre più verso l’alto (più redditi, più rendite, più profitti, più privilegi), l’altro scende sempre più verso il basso. Ciò che a poco a poco i cosiddetti ceti intermedi, quelli che da sempre all’interno della società hanno avuto la funzione di fare da cuscinetto nei momenti di crisi, di attutire gli urti più drammatici della crisi, finiscono con l’assottigliarsi. La scomparsa di questi ceti è accompagnata da uno smantellamento del Welfare state, dovuto a tre ragioni: i ceti disposti a finanziarlo sono in via d’estinzione; l’aumento della fascia dei ceti deboli e a basso reddito rende più costoso il suo mantenimento; la concezione della vita che si sta facendo largo tra le classi privilegiate punta tutto sul self-service: se sei nella condizione di fare questo o quest’altro lo fai, altrimenti t’arrangi! A tutte queste dinamiche il sociologo Ulrich Beck ha dato un nome: brasilizzazione del paese (anche se il termine non pare corretto perché in quel paese la tendenza comincia ad essere invertita!).


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