La caccia nella Cina dell’ovest fra tutela ambientale, etica, efficienza economica e classismo

Creato il 04 ottobre 2010 da Progettiambiente

40.000 Dollari per uccidere uno yak selvatico, 1.500 per una antilope tibetana, solo 200 per un lupo. Queste e tante altre specie asiatiche sono messe all’asta da qualche anno, con una serie di quote appositamente messe all’asta, per le regioni dello Ningzia, Qinghai, Shanxi, Gansu e Xinjiang, nell’ovest del paese, ovvero aree in via di sviluppo, in posizioni geografiche diametralmente
opposte a quelle delle grandi metropoli della costa orientale.
A quanto pare nonostante la relative legge sia datata 2006, le polemiche continuano, soprattutto ad opera dei gruppi locali e di movimenti ambientalisti, alla luce di una serie intricata di contraddizioni e le luci ed ombre lasciate dall’iniziativa. Una prima contraddizione, che adombra un po’ di classismo e imperialismo economico, arriva dal fatto che i permessi di caccia sono rilasciati assolutamente solo a cittadini stranieri. Tale regola d’altra parte risulta piuttosto superflua, dal momento che tali cifre sono totalmente inavvicinabili per un cacciatore locale. Pare anche chiaro come questa caccia abbia un fine palesemente esibizionista e non è per nulla legato alle esigenze alimentari di chicchessia. D’altra parte in un articolo dal titolo “For the first time: the market only open to foreigners” il giornalista del Beijing Yang Daly (purtroppo non ho il nome a disposizione, ndr) spiega che l’ufficiale dell’Amministrazione Forestale che “In these areas, International hunters can kill the appointed wild animals in appointed time and appointed site”.
A tamponare gli interrogativi etici, ci pensa il Dipartimento della Wild Animal Protection Association, che spiega che i fondi realizzati serviranno a finanziare il suddetto dipartimento: da una parte quindi troviamo l’obiettivo della tutela degli animali e delle relative riserve, dall’altra il metodo per la tutela è la loro uccisione, provocando ancora una volta una contraddizione che travalica i confini cinesi.
Al momento credo che nessuno dei paesi del mondo riesca come la Cina a porre interrogativi relativi così concreti relativamente al concetto di sviluppo sostenibile: da una parte una crescita e una voglia di aumentare gli introiti economici di un paese che ancora ne sente fortemente il bisogno, dall’altra una forte sensibilità ambientale derivante dal fatto che è davanti agli occhi di tutti il degrado ambientale e il traballare di principi secolari fra cui quello dell’armonia con la natura e con gli altri esseri viventi.
Tornando al pratico: chi controllerà l’effettivo rispetto delle regole? E il bracconaggio come sarà controllato? In queste aree è davvero possibile come recita la legge “uccidere solo gli animali pattuiti evitando cuccioli e femmine”?
E’ giusto uccidere gli animali per salvarli? Può essere veramente uno strumento di sviluppo economico oppure sarà solamente un divertimento per un èlite che non cambierà nulla dello stato di queste popolazioni e delle loro economie locali? Perché sono state scelte queste aree marginali piuttosto che altre?
E se invece questo piano funzionerà davvero? I principi etici non devono intromettersi nei meccanicismi della teoria economica?
La caccia riesce a suscitare diverse emozioni a seconda dei nostri valori personali ma di fatto esiste e al contempo ogni sforzo per preservare l’ambiente andrebbe (sempre?) premiato, ma chi può dire se funzionerà. Sicuramente le domande poste contengono al loro interno anche le risposte. Staremo a vedere.
A presto con la prossima cronaca dal lontano Oriente.

Autore: Samuele Falcone


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