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La ciliegina sulla cacca

Creato il 11 settembre 2015 da Pulfabio
La lagna brontolona sulle (cattive?) abitudini di noi italiani verte oggi su un argomento apparentemente più leggero dei precedenti, le cui implicazioni non sono però da sottovalutare.
Premetto che non vedo un gran premio nella sua interezza dal '56. Tuttavia, ogni volta che sento telecronisti o appassionati di F1 pronunciare Vettel con la F, Fettel, mi sembra di tornare ai tempi della scuola ed essere trafitto dallo stridio delle unghie di un compagno idiota che graffiano la lavagna.
E' il tipico esempio di smania per la spocchiosa puntigliosità a cui spesso gli italiani non riescono a resistere. Potrebbe essere scambiata per interesse per le lingue, per amore della precisione, per passione per la cultura generale, invece si tratta di una pulsione vanitosa e irritante che non trova alcun fondamento in una qualche competenza specifica. Infatti, dopo il cambio di consonante iniziale, il linguista da birra, divano e Sky TV non si chiede nemmeno se in tedesco la doppia t di Vettel vada pronunciata o meno. Chi se ne frega, l'importante è utilizzare la F al posto della V, come se si trattasse della parola d'ordine per essere ammessi ad un circolo di iniziati.
Ma se pronunciamo Vettel con la F, perché non ci curiamo anche di aspirare la H di Hamilton? Riducendo invece il povero cognome del britannico a uno sgorbio che in veneto suona come la traduzione di "a me il tonno?" E perché pronunciamo Marquez e Lorenzo con il suono italiano della "z"? Peggio ancora, tornando al tedesco, perché pronunciamo Schumacher con la "ch" di "che" cazzo ne so? E' facilissimo: lo facciamo perché è giusto così, perché per guardare un evento sportivo non è necessario essere esperti in cinque lingue. Lo facciamo per comodità, per semplicità e anche, perché no, per umiltà e modestia. La modestia di ammettere che il tedesco non lo sappiamo. Quindi, se pronunciamo gli altri nomi all'italiana, perché Fettel? Perché "Sanetti"? (Quest'ultimo ancor più ridicolo, considerata l'origine friulana del calciatore). Forse per dimostrare che, dopo aver studiato l'inglese a scuola per otto anni e non averci capito un tubo, abbiamo imparato il tedesco e il castigliano per corrispondenza?
Preferisco di gran lunga l'esempio degli spagnoli, che quando vanno a mangiare indiano, per esempio, parlano di curry, con la U. Non "cherry", con la E, come facciamo noi, sostituendo per presunzione un errore che sarebbe almeno giustificato dalla fonetica della nostra lingua con un altro assurdo, che non trova riscontro né in italiano, né inglese, né in hindi. Pronunciamo forse anche "work" con la E? Werk? No. Strano però, visto che si tratta dello stesso suono.
Abbandoniamo ora il caso specifico e veniamo alla dovuta generalizzazione. L'italiano della spocchia vuota, della vanità ignorante e della pignoleria infondata ricorda un pasticcere che passa un'ora a posizionare in maniera accurata una succosa amarena su una torta al cioccolato, calda e fumante, fresca fresca di forno, senza accorgersi che la sta poggiando su una placca di merda, calda e fumante, fresca fresca del culo di una vacca (oggetto per cui in veneto esiste un termine tecnico specifico: "boassa").
L'amore per l'effimero, il fronzolo, il tocco di classe, quando sotto non c'è il minimo di sostanza. Questo è quello che ci caratterizza. Ma anche ciò di cui ci accontentiamo. La moda, il design, l'estetica, la cucina prelibata, i vini pregiati, tutto bellissimo, se goduto dopo essersi occupati di altri aspetti più concreti della vita. Magre consolazioni se sono tutto ciò che ci resta.
Forse ce la caveremo ancora, forse no. Di sicuro se rovina sarà, sapremo affrontarla indossando abiti splendidi e con in pancia l'ultimo tortellino fatto come Dio comanda.
E magari pronunceremo "The End" con l'accento della regina.

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