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La corsa si sposta in Medio Oriente

Creato il 14 settembre 2012 da Fabio1983
C’è chi ha voluto accostare la morte dei tre funzionari statunitensi e dell’ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens, alla crisi degli ostaggi del 1979 a Teheran che ulteriormente costò in termini di popolarità all’allora presidente Jimmy Carter. Mettiamola in questo modo: di sicuro quanto sta avvenendo in queste ore in Libia, in Egitto e in Yemen è una mazzata tra capo e collo per Barack Obama, il quale in politica estera e a poche settimane dal voto aveva molte più carte da giocare rispetto allo sfidante Mitt Romney (e non solo per l’uccisione di Osama Bin Laden, avvenuta lo scorso anno). Le critiche rivolte alla Casa Bianca (che poi, a ben vedere, sono le medesime di sempre) puntano il dito contro la poca fermezza mostrata dal presidente, peraltro comandante in capo delle forze armate. L’amministrazione americana sembra avere messo in campo una strategia di stop and go: da un lato condanna l’attentato, chiosando che non resterà impunito; dall’altro (basta rileggersi le dichiarazioni di Hillary Clinton di giovedì) condanna il film blasfemo sull’Islam (sulla cui reale paternità ancora si indaga), reo di avere scatenato i tumulti di questi giorni. Il New York Times ha sottolineato come sia l’Egitto il fulcro della situazione che si è venuta a creare. Prima delle fatali proteste libiche, infatti, le tensioni a Il Cairo hanno registrato la morbida posizione del governo islamico guidato da Mohamed Morsi, circostanza che avrebbe infastidito (e non poco) la Casa Bianca. Potrebbe dunque non sembrare troppo un caso la lettera che l’indomani, cioè venerdì, il vicepresidente in Egitto dei Fratelli musulmani, Khairat el-Shater, ha fatto pubblicare sul prestigioso quotidiano in cui ammette che né gli Stati Uniti né i suoi cittadini siano da ritenersi responsabili per quanto sta avvenendo.
(continua su T-Mag)

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