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La cultura postmoderna

Creato il 16 gennaio 2013 da Raffaelebarone

di Paolo Cianconi

Sono da intendersi come postmodernità gli anni che dalla caduta del socialismo hanno visto anche la caduta del capitalismo classico.

Con l’emergere dei “neo razzismi”, gli entusiasmi conseguenti all’aver liberato il mondo dall’oscurantismo, dai pericoli e dalle ingiustizie del bipolarismo della guerra fredda, sono già terminati e l’umanità si trova ad avere a che fare con i nuovi e pericolosi dispotismi economici, ove le speculazioni rinnovano il carosello antico della povertà e della prepotenza, questa volta a livello globale.

Come operatori del sociale, i cambiamenti dello sfondo in cui avvengono le grandi manovre e le trasformazioni sociali non può rimanere estraneo alla nostra consapevolezza. I cambiamenti invero avvengono in tutte le fasi storiche; chi è immerso nel flusso degli eventi è costituito dalle variabili mosse dai grandi sistemi. La postmodernità però presenta una sua diversità ed un’importante specificità.

La frattura del bipolarismo umano

L’Homo Sapiens è da almeno ventimila anni una specie caratterizzata da un’essenza binaria: la sua dotazione biologica e quella psico-socio-culturale. Entrambi questi nastri si compenetrano, producendo memoria, esploratività, scoperta, conoscenza, storia, progenie, procedendo tra genesi ed epigenesi nel portare avanti la nostra specie sul pianeta.

Le trasformazioni sociali sono il frutto dell’applicazione di milioni di anni di genetica sul territorio e di centomila anni di pensiero simbolico culturale. Chi ci ha preceduto, i nostri antenati, ha costruito le società: esse, in quanto materia nel tempo, sono sorte piene di speranze e di individui che le impersonavano, si sono trasformate, hanno resistito, poi hanno seguito la loro sorte in base a quelle possibilità ed a quelle flessibilità ambientali di cui erano state capaci di dotarsi.

Così è stato anche per gli individui che nella condizione Sapiens hanno applicato genetica e cultura nel contenitore sociale. I tentativi di sopravvivere che hanno avuto successo, sono quelli che possiamo indicare come la norma, la giusta strutturazione familiare, la giusta condensazione dei gruppi, l’edificio sociale nelle forme di psicologie resilienti; essendo la specie vivente dotata di maggiore consapevolezza su questo pianeta, abbiamo da sempre costruito riflessività su quello che si faceva e prodotto mezzi di riparazione per le inevitabili disfunzioni che si venivano a generare nel percorso sociale: queste sono in essenza le terapie rispetto alle anomalie.

In questo processo che ci riguarda da vicino, in quanto noi parte di quel meccanismo che sono i riti di riparazione e di cura, si è sempre proceduto lavorando sul doppio binario biologico e culturale. Intere discendenze di terapeuti, partendo dal neolitico ai giorni nostri, fino ai moderni fronti della psicologia, si sono succedute ed hanno operato sulla psiche essenza di difficile sostanzialità, usando l’estrazione dell’oggetto-malattia.

Nel tortuoso percorso della cura, essi hanno riportato indietro i dispersi del fronte sociale, studiato dispositivi terapeutici, inseguito la trasformazione e la dissipazione continua della materia chiamata malattia: nel nostro caso la psicopatologia.

Quindi fino ad ora il binario biologico e quello ambientale sono stati la materia su cui si è lavorato e rispetto alla quale ci si è orientati per decidere cosa sia normale e cosa sia patologico, dal punto di vista culturale o biologico.

Tuttavia, in tempi assai recenti, le cose non sembrano proprio più stare così. Dobbiamo fare i conti con un terzo arrivato, rispetto alla biologia e all’ambiente che si sta da diversi anni inserendo all’interno dei precedenti due binari: quello che chiameremo il terzo nastro, è costituito dalle super-tecnologie.

Nuove superfici, nuove patologie

La tecnologia iniziò un processo di relativizzazione dell’uomo fin dalla seconda guerra mondiale; ma è dagli anni quaranta fino agli anni settanta che si intuì quanto si potesse andare oltre, affiancandosi alle possibilità offerte dalle nascenti discipline.

Alcuni scrittori narrarono di società ordinate diversamente rispetto alle regole fin ora utilizzate dalla nostra specie, proprio per l’avvento dei super calcolatori, della cibernetica, della modificazione del genoma, dell’uso massivo di protesi, dello sviluppo pervasivo dei sistemi di controllo sociale, eccetera.

Questo filone di racconti è chiamato di fantascienza, ma più correttamente l’aggettivo che lo definisce è distopico o cyberpunk: infatti gli scrittori di distopie hanno sbagliato soprattutto le previsioni temporali, ma non quelle qualitative.

Possiamo anzi dire che, al tempo di Huxley, Dick e Orwell, molte delle nuove tecnologie non erano ancora emerse, considerato che sono un prodotto degli anni ottanta e novanta. Oggi partendo dalle cosiddette “magnifiche sei”[1], lo sfondo entro cui presto ci muoveremo appare più chiaro e sempre meno distopico: gli esseri umani dovranno considerare che la tecnologia non solo sarà sempre più presente nella vita delle persone, ma avrà influenza sul nostro destino evolutivo

Le relazioni con le macchine, le realtà sintetiche, le protesi, le manipolazioni genetiche ed epigenetiche, le nanotecnologie otterranno risultati esponenziali, imprimendo una curva all’evoluzione delle specie. Se ci muoviamo su superfici non più solamente biologiche e culturali, se la memoria non sarà solamente più genetica o storica, va da sé che tutto ne verrà influenzato, anche la psicopatologia.

L’impressione è che in postmodernità aumentino i comportamenti personali a rischio, mentre diminuisce la capacità di contenimento sociale; ciò avviene ad un certo ritmo sostenuto, interessando i vari segmenti sociali, con profonde trasformazioni. Le nuove superfici d’interazione oggi così estetizzate (la coscienza dei postmoderni, le macchine generatrici di sfondi), sono adatte a questo tipo di transito davanti a noi; l’interfaccia celebrale, la macchina e la fenomenologia psichica saranno mutanti (come d’altronde già si vede nei film).

Per questo che in psicopatologia, appoggiandoci al costrutto delle Sindromi Culturalmente Caratterizzate del DSM IV-TR, parliamo di sindromi mutanti (araldi); esse affiorano già da ora interessando in primis i bambini e gli adolescenti e coinvolgendo oramai anche gli adulti, favorendone la trasformazione in immaturi.

La postmodernità è una fase di passaggio verso una diversità umana (post-biologica, post-human) che è già ricolma di segnali, segni e sintomi: si tratta di cogliere ed interpretare i nuovi percorsi evolutivi delle generazioni, le loro mappe cognitive che inglobano e considerano l’High-tech, i corpi abituati alla sofisticazione, le psicologie sempre più collegate ai mercati. Questo percorso storico è oggetto di studi[2] da parte di quasi tutte le discipline, essendo molti gli esperimenti scientifici e sociali tuttora in corso.

Per approfondire il tema delle sindromi mutanti e la bibliografia, vedere il contributo di Paolo Cianconi,  Sindromi come araldi

[1] Le magnifiche sei: microelettronica, informatica, telecomunicazioni, nuovi materiali di sintesi, robotica e biotecnologia, cui si aggiungono le ultime arrivate: le nanotecnologie.

[2] Addio ai confini del mondo, Paolo Cianconi, Franco Angeli 2011



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