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La cultura...e i volti

Creato il 02 febbraio 2010 da Pinomario
In tempi in cui si discute tanto di riforme degli studi, di formazione o, addirittura, di “emergenza educativa”, forse dovrebbe essere prioritario non accontentarsi di cercare soluzioni tecniche od operative, non accontentarsi di essere solo “funzionari” del sapere, senza andare alla radice dei problemi. In tutte la questioni relative alla formazione, alla educazione, alla conoscenza, alla cultura, sono sempre in gioco domande più “radicali”, alle quali, sembra, non siamo più capaci di rispondere. Che sia anche questa una espressione dell’”analfabetismo di ritorno”, che pare tipico, anche, degli intellettuali e di chi opera nel campo dei saperi e della cultura, oggi?
Non sarebbe il caso allora di intendersi – prima di affrontare altre questioni - su ciò che significa, per noi, sapere e cultura, oggi? Anzi, prima ancora di discutere dell’idea di cultura o di sapere, non sarebbe il caso di interrogarsi su quale atteggiamento, quale “sguardo”, quale “stile”, sono presupposti da una autentica formazione  e crescita culturale? Prima, si è detto “oggi”. In effetti, in questo caso, la prospettiva dell’oggi è decisiva, ai fini di una risposta adeguata. Decisiva, perché siamo nell’epoca della globalizzazione, dei possibili – o invocati – conflitti di civiltà, delle tentazioni integraliste e fondamentaliste che investono istituzioni, organizzazioni, chiese, movimenti, ma anche saperi, educazione, politiche, informazione e cultura, in genere.
E allora, proprio in tempi come questi, occorrerebbe imparare, ed insegnare, prima di tutto, a separare, il più possibile, l’idea di sapere e di cultura dalla logica e dal linguaggio del potere e dei poteri. R. Barthes – uno dei grandi Maestri, di cui si avverte oggi la mancanza – scriveva nella sua Lezione (Einaudi): “Io chiamo discorso di potere ogni discorso che genera la colpa e di conseguenza la colpevolezza di colui che lo riceve”. In altre parole, esistono forme e atteggiamenti culturali che tendono a dominare l’altro, costringendolo a negare se stesso, a svendersi, a “suicidarsi”! Si tratta di quel modo di fare cultura, e di iniziare al sapere, che uccide i saperi deboli e le culture altre, che sacrifica la complessità all’idolatria del pensiero unico. È un modo di fare cultura che genera “servi”: non soltanto nel senso che, oggi, sembrano sempre più numerosi tipi di intellettuali che preferiscono stare sul registro paga dei potenti, quel tipo di intellettuali che, come scriveva W. Lepenies alcuni anni fa, “non fluttuano più nel regno della libertà, ma stanno con i piedi ben saldi per terra e si mettono in fila”; ma anche nel senso che si tratta di uno stile culturale che, invece di liberare – come dovrebbe, ogni vero sapere! - produce dipendenza e schiavitù! È l’atteggiamento – che viene spacciato per difesa della cultura e amore della verità - che ha paura della crescita e dell’autonomia, ha paura del moltiplicarsi delle prospettive: una cultura che mira a “tagliare le ali” agli altri!
E invece, lo stile culturale, propedeutico a una crescita e a una educazione, oggi, veramente umane, uno stile che può consentire di evitare il linguaggio e le categorie, dominanti, della delimitazione e dello sconfinamento, riducendo la sua dimensione di potere, dovrebbe essere quello capace di rinunciare a determinare direttamente ciò che è “altro” o estraneo, preferendo piuttosto considerare l’”altro da sé” come quello a cui si risponde, o quello a cui si deve inevitabilmente rispondere! In questa ottica ciò che è “altro” verrebbe considerato, a seconda delle sfumature, un’esortazione, uno stimolo, un richiamo, un’istanza, un “volto” che interroga.
Qui, allora, fare cultura o sapere, introdurre al sapere e alla cultura, sarebbe imparare, o educare, a “scoprire i volti” e a farsi interpellare da essi.
Dovunque – nello spazio e nel tempo – si possano incontrare quei volti!...Non sarebbe bello?
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