Alle 20 e 23 di un venerdì qualunque, dopo 23 minuti di nullagine assoluta, la signorina bionda lancia un servizio degno di nota sul telegiornale della prima rete del servizio nazionale. Arriva via etere dal Cile e, purtroppo, è narrato con toni da Grande Fratello. La sciampista di turno non si rende conto che sta informando il paese con una notizia che parla, dopo un silenzio secolare, della Dignità del Lavoro. Di qualunque lavoro. I minatori cileni sono stanchi dei flash, delle comparsate in Tv, delle prime pagine dei quotidiani. Vogliono tornare nelle viscere della terra per guadagnarsi il loro tozzo di pane. Difendono la dignità del loro lavoro. E questo è abbastanza ovvio. Difendono la loro cultura scura, pericolosa e povera, il loro secolare underground. E questo è meno ovvio. Rinunciano a cachet milionari. E questo è sensazionale. Ce ne è abbastanza per far lavorare i tuttologi. Come nelle vicende dei minatori del Sulcis o dei camalli di Genova, gli uomini in giacca e cravatta vanno in tilt cerebrale. Pensano che tutto ciò sia anacronistico. Oggi non capiscono perchè questi indios delle profondità rifiutino di abbandonare la loro selva fredda, malsana e, spesso, omicida. La vicenda cilena sembrava una fiction, ma era - vivaddio, per una volta – cronaca vera. Minatori come dinosauri; come se la povertà e la durezza del campare appartenessero al più profondo, rimosso passato della nostra vita. Pensate che miracolosa truffa abbiamo perpetrato negli ultimi cinquanta anni. Ci siamo mostrati solo ricchi, vincenti e lieti. Una immensa famiglia del Mulino Bianco. Televisioni, giornali e persino il chiuso benessere dei centri metropolitani hanno forgiato un inossidabile immaginario dell'agio come una unica possibilità di vita. I minatori estratti uno alla volta con un cilindro, sembrano risalire da una doppia oscurità: quella della miniera da dove ora pretendono di tornare e quella da dove noi li abbiamo dimenticati. Ci siamo scordati per lungo tempo di loro e della dignità del lavoro. Di qualunque lavoro.
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Alle 20 e 23 di un venerdì qualunque, dopo 23 minuti di nullagine assoluta, la signorina bionda lancia un servizio degno di nota sul telegiornale della prima rete del servizio nazionale. Arriva via etere dal Cile e, purtroppo, è narrato con toni da Grande Fratello. La sciampista di turno non si rende conto che sta informando il paese con una notizia che parla, dopo un silenzio secolare, della Dignità del Lavoro. Di qualunque lavoro. I minatori cileni sono stanchi dei flash, delle comparsate in Tv, delle prime pagine dei quotidiani. Vogliono tornare nelle viscere della terra per guadagnarsi il loro tozzo di pane. Difendono la dignità del loro lavoro. E questo è abbastanza ovvio. Difendono la loro cultura scura, pericolosa e povera, il loro secolare underground. E questo è meno ovvio. Rinunciano a cachet milionari. E questo è sensazionale. Ce ne è abbastanza per far lavorare i tuttologi. Come nelle vicende dei minatori del Sulcis o dei camalli di Genova, gli uomini in giacca e cravatta vanno in tilt cerebrale. Pensano che tutto ciò sia anacronistico. Oggi non capiscono perchè questi indios delle profondità rifiutino di abbandonare la loro selva fredda, malsana e, spesso, omicida. La vicenda cilena sembrava una fiction, ma era - vivaddio, per una volta – cronaca vera. Minatori come dinosauri; come se la povertà e la durezza del campare appartenessero al più profondo, rimosso passato della nostra vita. Pensate che miracolosa truffa abbiamo perpetrato negli ultimi cinquanta anni. Ci siamo mostrati solo ricchi, vincenti e lieti. Una immensa famiglia del Mulino Bianco. Televisioni, giornali e persino il chiuso benessere dei centri metropolitani hanno forgiato un inossidabile immaginario dell'agio come una unica possibilità di vita. I minatori estratti uno alla volta con un cilindro, sembrano risalire da una doppia oscurità: quella della miniera da dove ora pretendono di tornare e quella da dove noi li abbiamo dimenticati. Ci siamo scordati per lungo tempo di loro e della dignità del lavoro. Di qualunque lavoro.
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