Peccato che tutte queste avventure siano state pubblicate in occasione della festa di San Siro, patrono di Pavia. Dico “peccato” perché la distribuzione dei “libri di San Siro” è sempre stata circoscritta a Pavia. Adesso, però, le Edizioni Effigie hanno cominciato a ristampare, riveduti e corretti dall’autore, le inchieste del mio commissario preferito, e a pubblicare qualche nuova indagine.
“La donna che non c’era” è, appunto, l’ultima inedita indagine di Melchiorre Ferrari. Radetzky, tanto per dire, viene mandato in pensione, ché a 91 anni se lo merita pure, mentre resistono il solito sovrintendente Ziller, che ormai, dopo tanti anni, ha imparato a parlare italiano; e, di fianco a Melchiorre, il fido Steiner (“Ach, sighnor commissario, tutto bene, ja?”).
Su tutto, una morte per certi versi terribile che forse non è una morte sui cui indagare, ma forse sì; un invito alla Scala, vestito nero e scarpe di coppale (che finalmente ho capito che cos’è e come funziona); le ultime scoperte di polizia scientifica, tra chimica, veleni, indagini e ora della morte; e un bel po’ di merda (scusate) da spalare, sia metaforica che vera e reale.
La scrittura è, come sempre, piana e densa, non si perde in fronzoli, va al fondo delle cose e della vita, con tutti i misteri e le incertezze e i dubbi che sono di Ferrari, ma anche di ogni lettore. I discorsi, le parole dirette dei protagonisti si immettono senza chiedere troppi permessi durante lo svolgersi dell’azione, rendendola viva e vivace, e quasi costringono a pensare con loro e come loro. E mentre si segue il commissario nell’indagine, tra autopsie, ricerche, domande, sparizioni di gente e di cose; mentre si condividono le sue malinconie, il suo desiderio di tranquillità, le sue domande sul domani, il suo tirarsi indietro, davanti a esse, “con un filo di… di che cosa? Paura? Per quanto sarebbe potuto accadere di lì a un secolo e mezzo?”, ecco, mentre ci si perde nella storia e nelle storie, Milani semina qui e là indizi, sassolini di inciampo e di suggerimento, scene filtrate dagli occhi di Ferrari, immagini che forse c’erano o forse no, come la donna del titolo, che subito dimentichiamo, presi come siamo dalla “vita del marinar”. Magari per scoprire, poi, che avremmo fatto meglio a ricordacene e che essere un commissario in un romanzo non vuol dire automaticamente capire tutto ciò che accade (Ach, sighnor Milani, tutto bene, ja?).