Ringrazio la febbre a 39. Anche se ha sconvolto tutti i miei piani e mi ha cambiato la vita, il Natale e non solo.
Non mi è successo spesso di sentirmi così nella mia vita. Per la precisione questa era la terza volta in cinquantadue anni. All’inizio mi sono arrabbiata e risentita poi, forse anche per le forze esigue, ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco e, come dice la mia amica editor Paola, ho cercato di prendere “il buono che c’è”.
È stata un’esperienza forzata di riposo fisico e mentale, di digiuno comunicativo e soprattutto tecnologico. Sebbene io non sia iperconnessa, ho sentito molto la differenza e ho meditato molto, nell’appartato silenzio sudaticcio della mia febbre, sul senso e lo spessore del tempo in questa epoca. Starsene nella solitudine del letto mentre tutti festeggiavano è già una maniera particolare di percepire la realtà, la festa e il senso dei nostri costumi e comportamenti. E poi il distacco da notizie in tempo reale, video, telefonate, messaggi e quant’altro. Per svogliatezza e mancanza di forze fisiche e mentali.
In questa specie di caldo limbo rappresentato dal mio letto, pensavo a tutto quello che avevo pianificato di fare e che, inesorabilmente, veniva procrastinato. Alcune cose per l’ennesima volta. Subito dopo però mi sono soffermata su come facciamo ultimamente le cose; su cosa mi mancava e cosa, invece, vivevo come una salutare disintossicazione. In certe condizioni non vuoi parlare, non vuoi navigare, non vuoi sentire cellulari suonare o semplicemente bippare ad ogni sms ricevuto o per qualsivoglia altra notifica. Vorresti forse provare a vedere cosa succede là fuori, nella virtuale rete sociale, ma i tuoi occhi faticano a capire quello che stai leggendo.
Insomma io ero, per usare una parola che ormai fa parte del nostro quotidiano, in piena crisi. Sì, crisi. E ho realizzato che non c’è nulla di meglio di una profonda crisi per capire che cosa sia realmente importante per noi e la nostra vita. In modo semplice, su base quotidiana. Lasciando subito da parte i doveri (ognuno ha i propri e tipicamente riguardano la sfera famigliare e lavorativa) aggiungiamo le nostre esigenze primarie, fisiche, mentali, igieniche, e così via. Ecco che rimangono gli affetti e gli interessi: le cose importanti per davvero. Nel mio caso in primis la scrittura e la lettura con i dovuti contorni, annessi e connessi. Fatta questa operazione, nella nostra vita dovrebbe rimanere il superfluo o quasi; non come oggetto da possedere o meno, ma come attività. Cosa rimane? Dovrebbe rimanere qualcosa di ludico, di intrattenimento. E io credo che dovrebbe avere la parte marginale del tempo a nostra disposizione: ma è veramente così?
È inevitabile pensare in questo momento alla tecnologia: croce e delizia della nostra epoca. Alzi la mano chi ha passato il giorno di Natale senza telefonino acceso, pensando solo al lato spirituale della festa (perché, ha un lato spirituale?) e vivendola nel presente con chi più ama. E ancor meglio: chi ha pregato? chi ha veramente espresso dal profondo ciò che sentiva in questa festa con parole ponderate e scelte con attenzione? Chi ha scritto un biglietto cartaceo, diverso dal solito prestampato o addirittura una o più lettere di Natale? Chi una pagina di diario a fine giornata? Chi ha letto o ascoltato una poesia? Chi ha vinto la tentazione di estrarre il telefonino per riprendere un figlio o un nipote che recita una poesia ma si è solo soffermato ad ascoltare, ammirare. Interiorizzando.
Cosa sto cercando di dirvi? Che questo distacco forzato dalla realtà mi ha fatto capire 
Io in questi giorni appena passati stavo veramente male, la febbre si faceva sentire, faticavo a parlare, la tosse mi dava solo qualche momento di tregua. E lì ho avuto chiaro che le parole hanno un corpo, quindi un peso e uno spessore. Un significato, un profumo, un valore. Comunicare veramente costa fatica. Io credo che la facilità dei nostri mezzi di comunicazione odierni, ha inevitabilmente depauperato la capacità comunicativa vera e profonda. L’unica che conta. E ve lo dico con tranquillità perché so quanto sia gravoso scrivere, nel corpo e nella mente. E chi lo ha provato sa bene che cosa intendo dire.
Chissà, forse sono qui sola ad esternare deliri post-febbrili nella piovosa Brianza…
