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La fede è una vetta che si scala in molti modi

Creato il 28 dicembre 2013 da Gaetano63

La fede è una vetta che si scala in molti modiIn Kazuyoshi Nomachi fotoreporter di punta del "National Geographic" 
di Gaetano Vallini
«Buongiorno signor Nomachi, sono un giornalista dell’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano. Piacere di conoscerla. Posso farle qualche domanda?», dico nel mio incerto inglese al grande fotografo giapponese giunto a Roma per presentare la mostra  “Le vie del sacro”, la più ampia antologica delle sue foto mai realizzata, la prima assoluta in Occidente. “Piacere mio. Prego.” ricambia sorridendo. Faccio la prima domanda. Risponde in giapponese e, mentre il giovane interprete traduce, lui si alza e se ne va, facendomi segno di aspettare. Ritorna dopo qualche minuto con un tablet. Lo accende, sfoglia tra le tante cartelle dell’archivio, ne apre una e mi fa vedere il contenuto: sono le foto che scattò in San Pietro a Giovanni Paolo II durante le celebrazioni di apertura del Giubileo del 2000.
  Me le mostra una ad una. Ovviamente sono molto belle, anche se nell’esposizione allestita (fino al 4 maggio)  presso il Centro La Pelanda di Testaccio non c’è né traccia. “Volevo proporre un percorso con taglio più antropologico, per questo non ci sono foto del Vaticano” spiega quasi a  giustificare questa mancanza e ad anticipare un’eventuale obiezione. Poi aggiunge: “I cardinali scelgono sempre il Papa giusto per quel dato momento storico. Giovanni Paolo II era il Papa che serviva per uscire dalla guerra fredda. Francesco è quello che ci vuole oggi per suscitare la consapevolezza di un cambiamento in un mondo in cui l’economia ha mostrato tutti i suoi limiti e la globalizzazione non ha risolto il problema delle disuguaglianze, ma anzi ha accentuato il divario tra ricchi e poveri. E proprio la sua attenzione verso i poveri diventa il messaggio da condividere da parte di tutte le religioni, così come l’appello alla concordia tra le fedi”.
 Una concordia tutt’altro che impossibile dato che, spiega Nomachi, “nei miei tanti viaggi nei cinque continenti ho più volte fotografato la dimensione del sacro e ho trovato molte più somiglianze che differenze tra le varie religioni. E ciò che più le accomuna è la dimensione personale, il rapporto dell’uomo con la divinità, perché  è quando l’uomo prega, da solo, mettendosi a nudo per incontrare il suo Dio, che non ci sono più differenze tra i credi. In quel momento esistono solo un uomo e Dio. E ciò è uguale dappertutto”.  Ed è per questo, ci dice ancora, “che le fotografie che ama di più sono quelle in cui le persone raccolte in preghiera hanno il volto rigato dalle lacrime: lì si percepisce il contatto con il trascendente”. Se gli si chiede quale sia la sua fede, risponde di essere musulmano. Ma poi subito precisa: “Nei miei viaggi ho capito che tutte le religioni sono alla pari. Mi piace definire la fede come la vetta di una montagna con diverse vie di accesso, una per ogni religione. La strada è diversa, ma tutte salgono verso un’unica meta”.
La fede è una vetta che si scala in molti modiKazuyoshi Nomachi, classe 1946, uno dei fotoreporter di punta della prestigiosa rivista “National Geographic”, fino dal suo primo viaggio nel Sahara all’età di venticinque anni si è sempre dedicato alla fotografia documentaristica, ammaliato dalla capacità dell’uomo di addomesticare anche gli ambienti più estremi. E quasi contemporaneamente è nato l’interesse verso la religiosità dei popoli che incontrava e che proprio in quell’anelito alla trascendenza sembravano trovare la forza per battersi ogni giorno per la sopravvivenza in luoghi di straordinaria bellezza ma non di rado ostili.
  Quello che viene ora proposto è dunque il risultato di un viaggio iniziato nel 1972 quando, mentre si trovava nel Sahara, in un’oasi algerina, Nomachi vide il ragazzo che lo accompagnava allontanarsi per raccogliersi in preghiera, al tramonto, inginocchiato in direzione della Mecca. “La magia de quell’immagine - scrive Marco Cattane nell’introduzione al volume che accompagna la mostra -  lo spinse ad allargare i suoi orizzonti, avviando la sua interminabile ricerca del sacro nei luoghi più inaccessibili del mondo”.
 Un percorso ricco di suggestioni che ora è possibile ripercorre, nell’allestimento curato da  Peter Bottazzi, attraverso duecento fotografie, suddivise in sette sezioni, che ci portano nel deserto Sahara, poi lungo la valle  del Nilo, quindi tra le chiese etiopi scavate nella roccia dove il tempo sembra essersi fermato e in cui la fede cristiana continua a essere professata con i riti delle origini. Poi ancora più oriente, nel cuore delle città sacre dell’Islam, tra i pellegrini giunti alla Mecca e a Mashaad, fino a raggiungere il Gange, fiume sacro per gli hindù, con le sponde affollate di fedeli durante le innumerevoli feste. Quindi più a nord, per  seguire i pellegrini buddisti che attraversano l’altopiano del Tibet, per concludere in Sud America, lungo le vie della religiosità dei popoli andini, che hanno fuso il cristianesimo con i riti indigeni.
 Un viaggio di molte migliaia di chilometri, dunque, per ripercorrere quelle vie del sacro che hanno segnato il cammino stesso dell’umanità. Un viaggio fatto di volti in particolare, di luoghi impregnati di colori, ma anche di suoni e di odori, si potrebbe dire, tanta è l’intensità che promana dalle immagini. Soprattutto un viaggio nel cuore dell’uomo in perenne ricerca del trascendente.  Un viaggio che Nomachi non ha terminato. Presto sarà di nuovo in cammino per percorre altre vie del sacro. Magari per raccontarci qualcosa anche dell’ebraismo, l’unica delle tre religioni monoteiste sorprendentemente assente in questa mostra.
©L'Osservatore Romano, 29 dicembre 2013

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