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La fontana di Pinocchio, il burattino massonico

Creato il 14 novembre 2013 da Mcnab75

fontana di pinocchio

Un monumento all’incuria e all’ignoranza: questo è ciò che resta della scultura dedicata al famoso burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi.
Realizzata nel 1955 da Attilio Fagioli, venne inaugurata il 19 maggio 1956, in un campo giochi in zona Piazzale Dateo (non poi tanto lontano dalle zone centrali di Milano). La statua di bronzo è posta al centro di una fontana – non a caso l’opera si chiama “Fontana di Pinocchio”. Pregevole il modo in cui fu disegnata e costruita: essa rappresenta il burattino, oramai inanimato, e il bambino in carne e ossa che è diventato Pinocchio, che lo fissa. Ai lati del basamento ci sono (c’erano!) il Gatto e la Volpe. Sul pilastro centrale è incisa una bella frase del poeta Nino Negri:

Com’ero buffo quand’ero un burattino! E tu che mi guardi, sei ben sicuro di aver domato il burattino che vive in te?

La fontana, ahimé ha subito ripetuti atti vandalici che l’hanno deturpata in più punti. Il Gatto è stato rubato, e di lui rimangono solo le impronte. Il naso di Pinocchio è stato spaccato ed è sparito. I giochi d’acqua della fontana sono spenti da anni e il giardinetto che la ospita versa in uno stato d’incuria più o meno permanente.
Di tanto in tanto qualche giornalista dedica due righe a questa incresciosa faccenda, pungolando il comune per porvi rimedio. A quanto pare la strategia non si è rivelata vincente, visto che la situazione non è cambiata, né sembra poter cambiare da qui a breve.

Tra l’altro questa scultura aveva un chiaro intento pedagogico, nel suo voler dimostrare il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Un messaggio tutto sommato soft, considerando che il famoso romanzo di Collodi è stato plurimamente interpretato in chiave esoterica, con diverse tesi e analisi, spesso non concordanti tra loro.
C’è chi, per esempio, vede in Pinocchio delle analogie evidenti con certi Vangeli apocrifi che narrano l’infanzia di Gesù (nientemeno, esatto). I sostenitori di questa teoria, oltre che sottolineare alcuni effettivi passaggi del romanzo che ricordano la vita del Cristo, citano l’antica abitudine toscana di utilizzare dei burattini “profani” per mettere in scena delle rappresentazioni sacre, prese dai Vangeli. Visto che Collodi era un toscano verace, questa interpretazione potrebbe avere qualche ragione di essere.

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Ancora più suggestiva è la lettura de Le Avventure di Pinocchio in chiave massonica.
Partiamo da una premessa: sebbene non ci siano documenti a darne prova, pare proprio che Carlo Collodi fosse un massone convinto. Non a caso in altre sue opere si ritrovano riferimenti più o meno palesi alla “dottrina” di questa fratellanza “etica e morale”.
Detto ciò, tutto il suo Pinocchio nasce (viene creato), cresce e matura secondo i dogmi insegnati dalla Massoneria. Se, come penso, ricordate la storia narrata da Collodi, non potete negare che le avventure del burattino siano caratterizzate dal filo d’Arianna del “migliorare se stesso”, attraverso sbagli, errori, ma soprattutto attraverso l’autodisciplina e la forza di volontà.

paese dei balocchi

Dunque abbiamo questo burattino, sprovveduto e scanzonato, che prima dell’illuminazione vive una vita di eccessi e marachelle. Il suo processo di maturazione passa attraverso guai e tentazioni di vario tipo. Per fortuna ci sono degli elementi che lo aiutano a mettersi sulla retta via: il Grillo Parlante (la coscienza), la scuola (la conoscenza), la Fata Turchina (il messaggero divino).
Tra le tentazioni principali in cui Pinocchio incappa ci sono quello della vita sregolata e godereccia (il Paese dei Balocchi), in cui a lungo andare ci si trasforma in asini (metamorfosi che potrebbe rappresentare le masse ignoranti, senza illuminazione né conoscenza).
Stromboli e il Teatro dei Burattini rappresentano invece la tentazione del successo facile, in cui però il prezzo da pagare è molto alto, ossia l’allontanamento da casa (il creatore, l’illuminazione) e l’impossibilità di raggiungerla.
Infine, va da sé, il Gatto e la Volpe simboleggiano l’insita minaccia costituita dal miraggio della ricchezza facile, che ci fa incappare in mentitori e truffatori.

Anche il finale del romanzo, con la Balena che ha inghiottito Geppetto (e in seguito Pinocchio stesso, nel tentativo di salvare il padre), ha chiari riferimenti simbolici. Si va dal biblico Giona, la cui citazione è fin troppo palese, alla metafora che vuole la Balena come emblema del sepolcro, del luogo chiuso (il ventre) che esclude il burattino dal mondo esterno, dall’illuminazione finale.
In altre parole, la Balena non sarebbe altro se non la manifestazione fisica dell’ignoranza che ci tiene prigionieri.

Non secondo la mia interpretazione, sia chiaro, bensì secondo quella di chi ha reinterpretato Collodi in chiave massonica.

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