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La lista nera delle materie prime critiche

Da Metallirari @metallirari

metalli critici

Quali sono le materie prime più critiche ed essenziali per tutta l'economia europea? Per rispondere a questa domanda, un gruppo di lavoro istituito dal'Unione Europea rilascia periodicamente un rapporto che analizza le materie prime più critiche.

Nel 2010 era stato pubblicato il rapporto che includeva 14 materie prime classificate come essenziali: antimonio, gallio, magnesio, tantalio, berillio, germanio, niobio, tungsteno, cobalto, grafite, platino, fluorite, indio e terre rare.

Lo scorso mese, il gruppo di lavoro ha rilasciato gli aggiornamenti, che periodicamente vengono apportati per mantenere aggiornata la lista delle materie prime essenziali.

L'accesso a questi materiali è una preoccupazione che riguarda non solo l'Europa, ma anche Stati Uniti e Giappone, le cui imprese ed economie dipendono fortemente da queste materie prime, la cui produzione avviene per la maggior parte in paesi esterni.

I criteri adottati per definire una materia prima critica sono due: l'importanza economica e il rischio di approvvigionamento.

La principale sorpresa dello studio, deriva dal fatto che la lista si è allungata a 20 elementi, contro i 14 di solo tre anni fa. I nuovi entrati sono:

  • borati,
  • cromo,
  • coke di carbone,
  • magnesite,
  • fosfato di roccia,
  • silicio metallico.

Un caso esemplare è quello del cobalto, la cui produzione è concentrata nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), un paese colpito da violenti conflitti, la cui produzione ha attraversato momenti altalenanti. Inaspettatamente nei momenti di massimo conflitto la produzione estrattiva è aumentata, mentre quella di raffinazione è diminuita drasticamente. Nel caso specifico, le speranze che la catena delle forniture non si interrompa si basano sul fatto che circa il 95% delle entrate di tutto il paese derivano proprio dai metalli e dal petrolio, rendendo improbabile che ne vengano interrotte le esportazioni.

Non è molto confortante pensare che gran parte dell'industria dei paesi occidentali è fondata sulla speranza che paesi come la Repubblica Democratica del Congo non interrompano le forniture per il solo timore di non avere un bilancio statale in attivo.

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