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La locomotiva

Creato il 15 giugno 2010 da Renzomazzetti

LA LOCOMOTIVALa laboriosa fine del governo di Sancio Pancia. Era trascorsa una settimana da quando l’illustre governatore teneva le redini del suo impero. Stanco morto, sazio non di buone pietanze ma di processi, regolamenti e leggi nuove profittava della calma della notte per prendere un momento di riposo. Già le sue ciglia si chiudevano al sonno, quando, ad un tratto, lo risvegliarono un terribile frastuono e il suono delle campane. Sorpreso, turbato, atterrito, Sancio balzò dal letto, infilò le pantofole e, senza vestirsi, corse alla porta della propria camera. Nel medesimo istante, giungevano di corsa una ventina di persone, colla spada in mano, recando delle fiaccole e gridando con tutte le loro forze: All’armi! All’armi! Signor governatore, i nemici sono nell’isola; siamo perduti, non abbiamo speranza che nel vostro valore. Sancio guardava in silenzio. Armatevi, armatevi, monsignore, o è finita per voi e per il vostro governo! Avrò un bell’armarmi, rispose monsignore, sarà sempre la stessa cosa. Io in fatto d’armi non ci capisco gran che. Questa è cosa che riguarda il mio padrone, chiamatelo e in un lampo vi avrà fatto piazza pulita. Quanto a me, le battaglie non sono il mio forte! Che dite, signore? Voi siete il nostro comandante, il nostro capo! Faremo tutti il nostro dovere, voi camminando alla nostra testa, noi morendo per difendervi! Non ne parliamo, signori! Armatemi, dal momento che lo volete! Sulla camicia del disgraziato governatore furono subito applicati due larghi scudi, uno dinnanzi, l’altro di dietro, e Sancio si trovò preso sino al ginocchio che non poteva nemmeno piegare; rimase in piedi, dritto come un fuso. Gli misero in meno una lancia sulla quale egli appoggiò il peso del suo corpo e cominciarono a gridargli: Guardateci! Siamo sicuri della vittoria! Avanti!, degno eroe! Come diavolo volete che cammini?! Rispose il povero governatore, se non posso neppure muovere le gambe! Mi sento soffocare! Signor governatore, il tempo passa, il nemico s’avanza… Fate uno sforzo!… Stimolato da questi rimproveri, Sancio volle tentare di muoversi, ma, al primo tentativo, perdè l’equilibrio e cadde a terra e là rimase come la tartaruga nel suo guscio. Senza pietà, i burloni che lo circondavano fecero finta di non averlo veduto cadere: spensero le fiaccole, raddoppiarono le loro grida, si precipitarono gli uni sugli altri, facendo tintinnare le soade sugli elmi e sugli scudi. Ad ogni colpo, Sancio tremando e sudando a grossi goccioloni, ritirava la testa sotto gli scudi e si faceva piccino più che gli fosse possibile, raccomandando la sua anima a Dio. Il peggio fu quando uno dei combattenti ebbe l’idea di saltare sul povero governatore e di là, come da un posto elevato, si diede a comandar l’esercito. Finalmente, Sancio udì gridare: Vittoria! Vittoria! Alzatevi, signor governatore, venite a godere del vostro trionfo, venite a dividere il bottino che dobbiamo al vostro invincibile braccio. Sono ben contento, rispose lo scudiero governatore quando fu in piedi, che i nemici siano vinti; non ho fatto loro gran male ed abbandono la mia parte di bottino per un dito di vino, se qualcuno ha la carità di andarmelo a prendere!… Corsero a prendere del vino, lo liberarono dai due scudi e lo portarono nel letto svenuto, gocciolante di sudore. Quando ebbe ripreso un po’ di forza, chiese che ora fosse: gli risposero che stava per albeggiare. Senza parlare si alzò, si vestì lentamente, e in gran silenzio se ne andò diritto alla scuderia, seguito da tutta la sua corte. Là, avvicinandosi al suo asino, gli prese la testa fra le mani, gli diede un bacio sulla fronte e fissando su di lui gli occhi pieni di lagrime gli disse: Amico mio, sin quando non ti ho lasciato, sin quando, soddisfatto della mia sorte, ho pensato solamente a nutrirti od a raccomandare il tuo basto, i miei giorni erano felici; da quando la vanità e l’ambizione hanno preso posto nel mio cuore, non ho sentito che pene, dolori e mali cocenti! E detto questo, senza curarsi di nessuno, andò a prendere il basto, lo mise sull’asino, vi montò dopra e guardando l’intendente, il segretario, il maggiordomo e il dottor Pedro Recio che lo circondavano, esclamò: Signori, lasciatemi passare, lasciatemi ritornare alla mia antica libertà, senza la quale la felicità non è possibile. Perché tutto vada bene, bisogna mettere i montoni coi montoni e non stendere la gamba al di là del lenzuolo. Addio, il tempo passa e ho della strada da fare. Così il modesto Sancio partì, senza volere accettar nulla di quanto gli offrivano, fuorché un po’ d’orzo per il suo asino ed un po’ di pane e formaggio per sé. Abbracciò tutti, non senza qualche lagrima, e si mise in cammino, lasciando i burloni che l’avevano tormentato sorpresi della sua improvvisa risoluzione e della sua saviezza. -Michele Cervantes- Don Chisciotte, cap. XXIII, Edizioni Aurora, Milano 1934.

LA LOCOMOTIVA

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,

con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,

quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,

ma nella fantasia ho l’immagine sua:

gli eroi son tutti giovani e belli,

gli eroi son tutti giovani e belli,

gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:

i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,

i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti

sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso

lanciato sopra i continenti,

lanciato sopra i continenti,

lanciato sopra i continenti…

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano

che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:

ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,

sembrava avesse dentro un potere tremendo,

la stessa forza della dinamite,

la stessa forza della dinamite,

la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,

parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”

e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via

la bomba proletaria e illuminava l’ aria

la fiaccola dell’ anarchia,

la fiaccola dell’ anarchia,

la fiaccola dell’ anarchia…

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,

un treno di lusso, lontana destinazione:

vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,

pensava al magro giorno della sua gente attorno,

pensava un treno pieno di signori,

pensava un treno pieno di signori,

pensava un treno pieno di signori…

Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,

forse una rabbia antica, generazioni senza nome

che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:

dimenticò pietà, scordò la sua bontà,

la bomba sua la macchina a vapore,

la bomba sua la macchina a vapore,

la bomba sua la macchina a vapore…

E sul binario stava la locomotiva,

la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,

sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno

mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno…

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo

pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.

Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura

e prima di pensare a quel che stava a fare,

il mostro divorava la pianura,

il mostro divorava la pianura,

il mostro divorava la pianura…

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,

nessuno immaginava di andare verso la vendetta,

ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:

“notizia di emergenza, agite con urgenza,

un pazzo si è lanciato contro al treno,

un pazzo si è lanciato contro al treno,

un pazzo si è lanciato contro al treno…”

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva

e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva

e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:

“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!

Trionfi la giustizia proletaria!

Trionfi la giustizia proletaria!

Trionfi la giustizia proletaria!”

E intanto corre corre corre sempre più forte

e corre corre corre corre verso la morte

e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,

aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto

della grande consolatrice,

della grande consolatrice,

della grande consolatrice…

La storia ci racconta come finì la corsa

la macchina deviata lungo una linea morta…

con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,

esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:

lo raccolsero che ancora respirava,

lo raccolsero che ancora respirava,

lo raccolsero che ancora respirava…

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore

mentre fa correr via la macchina a vapore

e che ci giunga un giorno ancora la notizia

di una locomotiva, come una cosa viva,

lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,

lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,

lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

-Francesco Guccini-

 


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