La nota perfetta
di Iannozzi Giuseppe

- ad illustrare questo racconto, un’Opera di Valeria Chatterly Rosenkreuz -
E così, alla fine, alla fine, sì, vedo, vedo. Prima non ci potevo credere, ma adesso tutto è chiaro. No, non è chiaro come ho detto, ma devo avere almeno l’illusione che sia così, altrimenti rischio che l’occhio del riflettore mi assorba in sé.
Com’è cominciato questo pasticcio?
Ne ho ricordo confuso: ogni tanto mi osservo spiare la mia statura che si proietta alta e s’immagina vicino a un’estasi, forse a quella di Dio. Non è bello come si potrebbe credere avere fra le mani le ali d’una farfalla ed essere costretti a suonarla, perché il pubblico vuole che tu, chitarrista, suoni punto e basta. No, vi assicuro che non è bello. Ma lo faccio lo stesso, perché una volta che abbraccio la farfalla, quella diventa mia, un prolungamento del mio braccio, della mano che regge il plettro scavando le note in profondità.
Credete sia facile far volare le note?
No, non lo è affatto. No, Bambina, non è come credi: io ci provo a dare il meglio di me, e non basta mai. Una nota insegue sempre un’altra nota, e per quanto non ne abbia voglia, alla fine cedo perché è usare violenza sulle ali della farfalla che reggo. E la violenza, quella, Bambina, non è un fiato che puoi rifiutare oggi e poi domani abortire, perché hai cominciato a pensare che forse è il caso che ti dia una calmata per il tuo bene. Quando sei sul palco, la vita non conta un cazzo: ci sei solo tu, tu e la farfalla, le sue ali, una cosa sola. E allora le braccia devono tenere la pesantezza imbracciata e sfiorarla con violenza, adoprarle uno stupro che possa suonare dolce quanto basta a far felice te stesso: se poi il pubblico capisce, quello è strazio che non sai. Ma finché sei sul palco, devi continuare a strapazzare, a violentare inseguendo la nota perfetta, anche se sai che mai ci riuscirai, perché ogni ululato di piacere, di dolore che ti riesce di strappare alla farfalla è subito coperto da uno più alto che copre quella statura che tu credevi d’avere.
Be’, m’ero immaginato proprio alto, e invece scopro d’esser appena un pollice al di sopra delle vostre teste. E per questo scarto ridicolo mi dovrei dar da fare, perché l’estasi vi faccia prigionieri, quando io stesso non so neanche perché sto ancora qui a tirare un altro riff?
Ecco, ecco, l’occhio del riflettore mi punta tutto, mi mette in luce, fa di sé il suo cono di vita. Ed io, io non conto niente, non più! Già, perché la luce ti prende in sé, e tu sei proprio lì in mezzo a lei, e vedi che tutto è un abbaglio feroce; se poi cerchi di scavare oltre la luce, scopri solo che c’è qualcosa che non puoi distinguere, ma che tu sai essere il buio. Già! Gli occhi fanno di questi scherzi bastardi. Tu – ma tu, chi? – gli spari addosso tutta la luce che hai, e il resto del mondo intorno si estingue, anche se è naturale pensare che esista ancora. Ma tu hai in braccio quella fottutissima farfalla che ti tiene, o forse sei tu che tieni lei – ma che differenza vuoi che faccia alla fine? – e sei costretto ad amare, perché amare è violentare e lasciarsi violentare senza opporre resistenza.
Ecco, Bambina, metti pure in conto che devo tirarla pur fuori qualche rima, e cantarla: il gioco non si fa affatto facile, perché non lo è mai. No, mai facile. Però lo sembra. Il pubblico non sa quanto sia difficile sparare così, fare all’amore così, subire violenza e donarla. Il pubblico pensa sia facile. Non è così. La reggo, sì, continuo a reggerla la farfalla. No, non ti preoccupare, non ora, che siamo qui insieme a farci vedere mentre lo facciamo insieme. No, Bambina, non ti devi preoccupare: ti reggo anche se sono stanco, reggo le ali, la farfalla, reggo te e la chitarra. E’ difficile, ma tu lasciami almeno provare, perché a questo punto non è più possibile tornare indietro. E anche se fosse possibile, dove scappare? Vedi! Vedi!, che ho ragione a dire che non si può fare diversamente. Vedi? E’ un sogno, è la realtà che sappiamo. Vedi? E’ un sogno, ma la notte è polvere di stelle. Vedi? Brilliamo così, suoniamo insieme come un pensiero che non si dice, pur sapendo che esiste.
Bene, non c’è altro da fare: lasciamo perdere sì, lasciamo perdere tutto quello che ho pensato, e diamoci sotto. Il plettro sfiora un’altra volta le tue ali: reggo la nota, l’allungo, la prolungo, poi la spezzo, ma non le faccio male lasciandola cadere spezzata: subito la raccolgo e la prolungo di nuovo e la emoziono in una nota diversa, armoniosa. E c’è di bello – l’unica certezza che ho e so – che non sei cambiata nonostante t’abbia violentata, fino all’ultimo, amandoti, così.
Sì, adesso è chiaro. E’ chiaro che non ci possiamo separare.
