La partita di calcio della fine del mondo

Da Bartel
Ho incontrato un vecchio stamattina. Bastone regolamentare nella mano destra, un lungo cappotto principe di Galles come non  ne vedevo da anni, sciarpa grigia. Camminava curvo rasente un muro in una via laterale. Gli passo accanto in bici e lo sento mormorare una litania. Parlava da solo. "Normale" penso "lo faccio anche io che ancora vecchio non sono". Ormai è tre, forse quattro metri alle mie spalle, e la mia mano destra stringe il freno. Non so perchè l'ho fatto. Il mestiere, forse. Forse penso che il vecchio sia in stato confusionale, magari si è perso, e se dovesse capitare a me tra qualche anno, mi piacerebbe se qualcuno si fermasse ad aiutarmi. Poi non ho fretta. Avevano previsto neve per oggi, ma c'è un timido sole e me lo voglio godere. Geni da geko. Mi volto "Scusi signore...". Lui si ferma e solleva la testa incoronata da lunghi capelli grigi, ispidi, disabituati al pettine. Gli occhi sono finestre scure incornicate da folte sopracciglia parenti strette dei capelli e della stessa indole. In fondo a quelle finestre un uomo sta tornando indietro da chissà dove per vedere chi sia questo scocciatore in bici. "Mi scusi...ha per caso bisogno di aiuto?". Mi sento al contempo l'uomo più buono del mondo e il più stupido. Il vecchio esita, abbassa un attimo il capo, lo risolleva come un bambino interrogato dalla maestra che si è improvvisamente ricordato la risposta giusta alla domanda di matematica. "Si...si, stò cercando un campo da calcio...". Ecco, bravo uomo-buono-che-si-ferma-in-bici. E adesso che si fà?
Faccio il conciliante. "Guardi qui intorno non ci sono campi da calcio...".
Il vecchio mi guarda quasi arrabbiato. "Si, lo so, lo so, me lo ha detto anche mia figlia...ma c'era, me lo ricordo, c'era!!!"
Il vecchio si stà agitando. Scendo dalla bici e mi avvicino sorridente. "Guardi magari è in un altro quartiere...lei dove abita? Sua figlia sa che è qui?"
Gli parlo come ad un bambino, anche perchè sembra un bambino con un viso lungo, affilato, smagrito da qualche farmaco. Dovrei dirmi che fa tenerezza, sembra indifeso, poi penso che vent'anni fa era magari uno di quei bastardi con cui mi scontro quotidianamente e il mio lato tenero torna sulla faccia buia della luna.
Il vecchio riabbassa la testa, sembra più curvo, più stanco.
"Senta...se vuole chiamo sua figlia e magari la può venire a prendere e...".
"No...no...me lo ricordo...lo so, lo so dov'è!" Mentre mi parla agita le mani in segno di diniego. Mi ricorda mia figlia la piccola quando non vuole più la pappa.
Questa idea mi frega. "Senta...e dove sarebbe allora il campo?"
Risolleva la testa: "vicino al palazzo della Marchesa!"
Sospiro e appoggio la bici al muro. Adesso si che sono nei casini. Marchesa? Che marchesa? Ma i nobili non li hanno fatti fuori durante la Rivoluzione Francese? Si, ma qu siamo in Italia? Ah, già, dimenticavo...
"Mi scusi, quale marchesa?" Non posso credere di aver posto questa domanda.
"Ma la MARCHESA!" mi risponde lui meravigliato dalla mia ignoranza "la marchesa Pa*****ni!".
La luce in fondo al tunnel. Una strada a cinquanta metri porta quel nome. Glielo dico. "Si, si, è quella!" Muove la testa dall'alto al basso come un cavallo, come un bambino. Che fregatura essere padre.
"Se vuole l'accompagno."
Eccomi qui: manubrio della bici nella destra, vecchio con bastone a sinistra, pirla al centro.
Il vecchio comincia a raccontare: "Quello era il campo dove la mia squadra giocava...altri tempi, ero un ragazzino bravo sa? Giocavo centravanti..."
"Io giocavo come stopper..." Non mi ascolta, ora è un ragazzino che sogna di diventare un nuovo Mazzola, o un Piola. Arriviamo davanti ad un palazzetto nobiliare con una targa sulla facciata. Il campo doveva essere da queste parti. Il vecchio continua a camminare. Ora sorride e indica col bastone. "Lì, lì! Il campo era lì!"
Forse cinquanta anni fa c'era un campo di calcio accanto ad una chiesa parrochiale. Ora vecchie palazzine leganti. Il Vecchio le guarda, si avvicina alla recinzione in ferro battuto. Con la mano libera vi si aggrappa. Temo non si senta bene. Emozioni deludenti non fanno mai bene. Guarda le palazzine. "Che peccato...che peccato!"
Gli sono alle spalle. "Senta  magari sono passati tanti anni..."
Non mi ascolta. Lo sguardo è perso nel vuoto. So che lui sta guardando il campo e due squadre di ragazzini che corrono nel fango.
"Una volta abbiamo giocato contro una squadra di Milano. Loro erano ricchi, con le maglie tutte uguali e nuove. Il presidente era uno ricco, uno molto ricco e suo figlio giocava in squadra...era centravanti come me, piccolo e magro, veloce...ma mica buono come me con i piedi...no, per niente..."
"Il nostro allenatore era il padre di un mio amico, il Fioravanti...lavorava in una fabbrica del presidente della squadra di Milano..."
"Li in fondo c'era lo spogliatoio". Con il bastone mi indica la saracinesca di un garage.
"Uno stanzone freddo e puzzolente...mica come adesso..."
Gli sono accanto ora, guardo anche io dalla finestra del tempo. Mi sembra di vederlo il bambino bianchissimo e magro che era, la riga precisa dei capelli e il freddo nelle ossa. Contento però di giocare a pallone anni dopo la guerra.
"Quel giorno il papà del Fioravanti ci disse di fare attenzione...di non fare fallo sul loro centravanti, sul figlio del padrone, dovevamo giocare puliti, eleganti."
"Io invece ero uno che non aveva paura di niente...tornavo a casa sempre tutto rotto e mia madre non mi faceva neanche entrare in casa..."
"Cominciammo a giocare. Loro erano bravini, passavano sempre la palla al figlio del presidente...che non era buono a fermarla..."
Il vecchio sorride ora. "Appena toccavamo palla noi loro facevano fallo e l'arbitro faceva finta di niente. Poi è arrivato il gol. La loro ala destra ha galoppato per tutto il campo. Bravo, molto bravo. Ha scavalcato il Giorgi, il nostro portierone alto e un pò scemo e poi ha fatto una cosa che ricordo ancora."
"Ha passato la palla al figlio del capo che l'ha portata dentro la porta e ha cominciato ad esultare come un pazzo, urlava..."
"La loro ala destra invece non ha fatto nulla...ha raccolto il pallone  e l'ha lanciato al nostro portiere ancora steso a terra."
"Abbiamo ricominciato a giocare, anche se io non ne avevo più voglia...poi, dopo qualche minuto la palla è andata a finire tra le gambe del figlio del presidente...io ero vicino ed elegantemente glielo tolta e ho cominciato a correre come un pazzo...poi ho sentito il fischio...mi sono girato e quello lì era steso a terra urlante...ma io non l'avevo toccato...e l'arbitro che mi fa girare per prendere il mio numero e ammonirmi...io che dicevo che non era vero...non l'avevo toccato..."
"Ho guardato verso la nostra panchina.. il mio allenatore guardava per terra ...mi sono avvicinato e ho visto i suoi occhi arrabbiati...ma io non avevo fatto niente"
La mano del vecchio stringe con tutta la forza di cui è capace la sbarra di ferro fredda ed indifferente a quell'antica ingiustizia.
 "Abbiamo ricominciato a giocare. Tutti i loro palloni finivano tra le gambe del figlio del presidente, sorridente ed incapace, che tirava gran bordate da centrocampo o provava passaggi fallimentari. I miei compagni giocavano con timidezza. Nessuno voleva che il padre del Fioravanti avesse guai. Neanche io. Ma il destino è strano"
"Un tiro corto del figlio del presidente mi ha messo la palla al piede. Il centravanti è uno tutto tecnica ed istinto, sa? Ho alzato la testa per guardare dove fossero i miei compagni e ho cominciato a galoppare. E io correvo forte."
Il bastone del vecchio si agita come un puledro.
"Ad un certo punto mi sono sentito tirare per la maglia. Il figlio del presidente si era attaccato alla maglia e tirava calci per togliermi il pallone. L'arbitro guardava e non fischiava."
"Io ero abituato ai calci nelle gambe, io ero un centravanti. Sa quante volte i terzini avversari scommettevano su quanto tempo sarei rimasto in piedi? E io ci restavo sempre, tanto..."
"E cosi correvo con questo attaccato alla maglia, correvo verso la porta mentre tutti restavano fermi. Il portiere avversario mi è venuto incontro per togliermi il pallone dai piedi"
Il vecchio sorride e mostra migliaia di rughe su quella faccia da bambino.
"Troppo lento e pauroso. L'ho scartato e ho segnato. Ho spinto via il figlio del presidente e ho guardato l'arbitro mentre alzavo le braccia al cielo".
"Lui ha guardato verso bordo campo dove un signore con il cappotto e il cappello si manteneva a distanza da un gruppo di persone che guardavano la partita. Il signore ha fatto un cenno con il capo e l'arbitro ha fischiato indicando il dischetto. Gol. Avevo fatto gol!"
"Il figlio del presidente invece era a terra davanti alla porta e urlava che non era gol, era fallo, fallo..."
"Il padre del Fioravanti mi ha chiamato dalla panchina...io ci sono arrivato a testa bassa....mi ha detto di uscire e ha chiamato Giavazzi, il cugino di Luisa, mia moglie. Io non ho protestato. Lui senza guardarmi e quasi senza muovere le labbra mi ha detto "Bravo!", ma io ero troppo triste per capire e sono andato a piangere nello spogliatoio..."
Il vecchio si è girato verso di me, sorridente. "Grazie...grazie per avermi portato qui, mi deve scusare sa...sono vecchio!"
Io scuoto la testa perchè non ho voglia di parlare. Non so se la storia sia vera, ma non importa.
"Sa come si chiamava il figlio del Presidente?"
Ci guardiamo un attimo negli occhi.
"No, ma tanto hanno tutti lo stesso nome...se vuole l'accompagno a casa o chiamiamo sua figlia..."
Mi sorride: "Si, grazie ". E di nuovo la bici a destra, il vecchio a sinistra e il pirla al centro.

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