La poesia non è morta: gli 11 componimenti che ne avvalorano la tesi

Creato il 11 gennaio 2014 da Lundici @lundici_it

È luogo comune pensare che la poesia sia morta. Lo si afferma con la stessa ineluttabilità con cui Nietzsce parlava della morte di Dio, e con la stessa drammaticità con cui i Nomadi cantavano “Dio è morto”, se mi passate il paragone. L’uomo sembra interessato ad altri generi letterari, tanto che alcune case editrici non trattano la poesia, proprio per partito preso.

Vivere scrivendo, a meno che non si tratti di un autore famoso, è impossibile. Chi scrive poesie però è destinato a cadere proprio in povertà. A fare la fame. Ma io non voglio arrendermi.

La poesia, al contrario, rende liberi. Può tutto! Non ha regole, e ci si possono prendere anche delle “licenze”. Sarà per questo che mi piace tanto. Basta abbandonarsi, togliersi dalla testa tutte le convenzioni e le idee preconcette che la società ci impone e dare libero sfogo ai nostri pensieri. Ascoltare i nostri sentimenti. Ogniqualvolta facciamo questo… beh, noi componiamo poesia. Come negarlo?

Nella speranza che questo genere letterario, così istantaneo ed emozionale, venga presto rivalutato, vorrei parlarvi delle 11 poesie che, secondo me, regalano maggiori emozioni. Sarebbe ingiusto dire le più belle, perché ve ne sono tantissime. Purtroppo ho gusti contemporanei, quindi se cercate una lettura classica, magari di poeti greci o latini, non credo di potervi accontentare. Senza nulla togliere ai grandi dell’antichità, ritengo che la poesia debba comunicare un’emozione immediata, dare un brivido. Difficile è quindi ricevere questa “scossa” da poemi che non sono neanche nella nostra lingua. Bisogna concentrarsi. Invece io vorrei parlarvi di emozione allo stato puro, di versi che si mescolano fra loro e sembrano danzare. Ho scelto autori relativamente moderni ed italiani. Non sono in ordine cronologico, poiché credo di avere privilegiato la musicalità.

Primo posto per la mia poesia preferita in assoluto. Che è e rimarrà sempre

Eugenio Montale

“HO SCESO DANTOTI IL BRACCIO” di Eugenio Montale.

“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino”.

Appartiene alla raccolta “Satura”, nella sezione “Xenia”, quella relativa ai componimenti in ricordo della moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963. Un esempio di poesia intimista in cui il poeta si rivolge all’amata, e le confessa tutta la sua inadeguatezza e lo smarrimento nel dover continuare a vivere, nonostante la sua assenza. Nelle parole di Montale si avverte molta tenerezza per aver perso la sua “guida”, il grande amore della sua vita. Un desiderio di “dipendenza” dalla persona amata che soltanto le vere storie d’amore riescono a mantenere vivo, anche dopo la morte del partner.

Secondo posto per

“LA PIOGGIA NEL PINETO” di Gabriele D’Annunzio.

“Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie lontane”.

È la poesia delle onomatopee e dell’innovazione. Penso che la personalità “sui generis” di D’Annunzio abbia anche portato una nuova concezione della poesia, più sensuale. Qui egli si rivolge ad Ermione, la donna amata. Si trovano in un bosco, nei pressi del litorale toscano, sotto ad una pioggia estiva che avvolge tutto. Come una musica. La ripetizione di alcune sillabe dà un ritmo cadenzato alla pioggia. Sembra di essere presenti sulla scena, quando il poeta e la sua donna si abbandonano al piacere delle sensazioni, inebriati dall’acqua che scende. Assumono un tono di fiaba fino a trasformarsi, a loro volta, in creature vegetali.

Al terzo posto

“L’AQUILONE” di Giovanni Pascoli.

“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole”.

Questa è la poesia della nostalgia per la gioventù e per i tempi andati. Qui Pascoli rievoca momenti allegri e tristi che ha trascorso al collegio di Urbino. Fa parte de “I primi poemetti” che il poeta pubblicò nell’edizione definitiva nel 1904. Grida gioiose, manine di bimbi che fanno volare aquiloni durante un giorno in cui non c’è scuola, che si sovrappongono alla prima immagine di morte, che non dovrebbe appartenere al mondo dei piccoli. Quella dell’amico più caro del poeta, morto in giovane età. E penso che tutti ricordino il verso, credo più evocativo: “Meglio venirci con la testa bionda,/ che poi che fredda giacque sul guanciale/ ti pettinò cò bei capelli a onda/ tua madre…adagio, per non farti male”.

Rimaniamo sempre insieme a Pascoli, e al quarto posto troviamo

“IL GELSOMINO NOTTURNO”.

“E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso à miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburn
le farfalle crepuscolari”.

Atmosfera notturna e misteri della natura, che confluiscono nella suadente memoria dei propri cari defunti. Lirica composta da Pascoli dopo una lunga gestazione, in occasione delle nozze dell’amico Raffaele Briganti. Si avverte il contrasto della notte che per il poeta è ricordo, pensiero che va a chi non c’è più, e l’unione dei due sposi, all’interno della casa, e il conseguente germogliare di una nuova vita che porterà la loro unione.

Al quinto posto,

“PIANTO ANTICO” di Giosuè Carducci.

“L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano
il verde melograno
dà bei vermigli fior”.

Una delle poesie più famose del Carducci, scritta in memoria del figlioletto Dante, morto a soli 3 anni. Quell’”antico” del titolo, in realtà sottolinea un valore universale, poiché rappresenta il pianto dei padri di ogni tempo, di fronte alla morte di un figlio. Una poesia semplice, che parla di vita e di morte, e l’inesorabile conclusione, con il concetto di morte estremo e definitivo: “Sei nella terra fredda,/ sei nella terra negra;/ né il sol più ti rallegra/ né ti risveglia amor”.

Sesta poesia,

“SOLDATI” di Giuseppe Ungaretti.

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”.

Esponente dell’ermetismo, il poeta paragona il soldato ad una foglia d’albero in autunno: basta un colpo di vento per far morire la foglia, così come basta un colpo di fucile a far cadere un soldato. In questo brevissimo componimento, si avverte tutto il senso di precarietà e di “disagio” che si prova quando non vi sono certezze, o meglio, nelle situazioni in cui la morte incombe, ma si conserva sempre la speranza di potersi, in qualche modo, salvare.

Sempre rimanendo in tema di foglie, al settimo posto ho inserito la classica “filastrocca” che ci facevano imparare a memoria, per salutare l’autunno.

“FOGLIE GIALLE” di Trilussa.

“Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano
o da vicino?
Da un bosco
o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?”.

Sono versi evocativi, che racchiudono in sé odori, colori, sapori di una tipica stagione dell’anno che porta inevitabilmente malinconia. La bella stagione “muore” e con essa tutto sembra andare in letargo. Al di là di questa mestizia di fondo, per il doversi “abbandonare” al vento e dire addio alla vita, ho sempre riconosciuto a questa poesia un messaggio di speranza. È la vita che continua, la natura che fa il suo corso e si rinnova. Le foglie cedono il loro posto, affinché le stagioni si susseguano. Compiono un utile sacrificio.

Ottavo posto ancora per Pascoli, oggi molto gettonato

“X AGOSTO” di Giovanni Pascoli.

“Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto
la cena dei suoi rondinini”.

Tratta da Myricae, narra della grande tragedia vissuta dal poeta: l’uccisione del padre, avvenuta il 10 agosto 1867, 30 anni prima della stesura della poesia. Il 10 agosto però è anche la notte di San Lorenzo, delle stelle cadenti, che simbolicamente per il poeta diventano le lacrime del cielo, il pianto per la malvagità degli uomini.

Nono posto per

“UOMO DEL MIO TEMPO” di Salvatore Quasimodo.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo”.

L’ineluttabilità della natura umana, è il tema centrale di questo componimento, rimasta uguale a quella dell’uomo primitivo, fatta di istinti e di pulsioni, nonostante la scienza abbia fatto progressi. L’uomo del nostro tempo, per il poeta ha soltanto mutato le condizioni di guerra, passando dalla fionda al carro armato, ma ugualmente semina morte e ha perduto ogni considerazione per i suoi fratelli.

Decimo posto per

“SAN MARTINO” di Giosuè Carducci.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar”.

Conosciuta anche perché trasformata da Fiorello in una canzone di successo, questa poesia è permeata da un’atmosfera briosa, dovuta al giorno di San Martino, l’11 novembre, in un paesetto della Maremma, poiché per le vie si diffonde un odore aspro di vino e di carne allo spiedo. I pensieri dell’uomo però sfuggono a quest’allegria e volano lontani come gli uccelli. Alla felicità del borgo si contrappone la tristezza del paesaggio autunnale, avvolto nella nebbia.

E infine, siamo giunti all’undicesima poesia  che tanto ci piaceva imparare a memoria, per fare a gara con gli amici a chi ne sapeva di più.

“IL 5 MAGGIO” di Alessandro Manzoni,

“Ei fu. Siccome immobile
dato il mortal sospiro
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro”.

Trilussa

È un’ode scritta di getto, in soli tre o quattro giorni, per la morte di Napoleone, avvenuta nell’anno1821. Vi è ricordo, evocazione della storia, celebrazione di cui non dimentichiamo l’inizio drammatico e la chiusa come un moto di preghiera. Ecco, verrebbe proprio da dire: “ai posteri l’ardua sentenza”.

Ditemi adesso, avendo letto queste undici poesie, averle ricordate, possiamo ancora affermare che la poesia sia diventata inutile?


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