Correva l’anno 1921. Una data che prendiamo ad esempio, giusto per far “tornare pari il conto” con questo 2011 che, novanta anni dopo, ci ha proposto nella scorsa settimana, il cosiddetto
“Forum interistituzionale di Catania”, svoltosi il 9 e 10 alla presenza di rappresentanti sia istituzionali che delle imprese di 19 paesi mediterranei,
tra cui i cinque ambasciatori dei paesi protagonisti della primavera araba ed avente come altisonante titolo: “Vecchi e nuovi attori nel Mediterraneo che cambia: il ruolo dei popoli,
delle regioni e dei soggetti locali, dei governi e delle istituzioni sovranazionali, in una strategia integrata di sviluppo condiviso”.
Saltiamo la lunga lista dei patrocinatori per porre l’attenzione
sui due promotori d’eccezione: la crisi finanziaria europea e la cosiddetta “primavera araba”.
Correva l’anno 1921 dicevamo ed a quel tempo, partendo da sinistra verso destra guardando la cartina geografica, così si presentava il litorale africano prospiciente il mediterraneo: per primo il
Marocco che dal 1912 era divenuto colonia francese, si prosegue con l’Algeria anch’essa francese oramai dagli inizio del 1800, passiamo dunque per la Tunisia, anch’essa francese dalla fine del
1800. Segue la Libia, che era divenuta colonia italiana nel 1911 ed infine l’Egitto che era un protettorato inglese anche se, in verità già in odore di indipendenza che sarebbe però sopraggiunta
in maniera completa molti anni dopo. In effetti, percorrendo anche un cammino a ritroso, da est verso ovest, l’Egitto tornò indipendente nel 1936, la
Libia nel 1951, la Tunisia nel 1956, l’Algeria nel 1962 ed infine il Marocco nel 1958 con la restituzione della sovranità su tutti i suoi territori.
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Se ciò non fosse sufficiente a farsi un quadro della situazione
vecchia non più di cinquanta anni, si può comodamente fare riferimento sia al fatto che tali periodi furono prevalentemente vissuti da questi paesi, prima fra tutti l’Algeria, in un regime di
guerriglia in virtù delle resistenze indipendentiste che continuavano a lottare, sia al non indifferente vizietto delle allora potenze colonialiste
europee, di lottare tra di loro per il predominio in quei territori per cui ad esempio in Marocco la lotta avvenne prima tra tedeschi e francesi,
successivamente poi gli stessi francesi si allearono con gli spagnoli che avevano piccole porzioni costiere (basti pensare che le città di Melilla e Ceuta, situate sulla costa marocchina sono
oggi le cosiddette “città autonome spagnole” con tanto di
frontiera con il resto del paese), per combattere la neonata Repubblica del Rif, dove praticamente gli spagnoli fecero le “esercitazioni”
in attesa della propria guerra civile ed i francesi misero a punto le loro “conoscenze” per governare territori difficili come l’Algeria.
Questi i fatti. Perché le potenze europee si mossero verso questi
territori è palesemente chiaro: le risorse, primo fra tutti il petrolio, oltre a miniere ricchissime di metalli di vario genere e tipo e mano d’opera non a basso, ma a bassissimo costo.
Insomma, sopra e sotto l’apparente distesa di sabbia un tesoro che non poteva certo essere lasciato in
mano al “
popolo beduino”, cosi chiamato con aperto disprezzo. La contropartita offerta fu quella che si perpetuava in certo qual modo sin dalle conquiste di Colombo: al suo tempo era
apportare progresso e cristianità, adesso, molto più pragmaticamente, soltanto progresso, o almeno quello che agli occhi del più forte sembrava tale.
Nell’arco di soli cinquanta anni i ruoli in parte si sono invertiti, in parte si sono quasi riproposti. Invertiti nel senso che i paesi europei in
profonda crisi non soltanto finanziaria ma anche di idee, necessitano di trovare disperatamente dei partner che possano risollevarli dal declino che li sta sprofondando nella povertà e nel caos,
dall’altro lato le non consolidate situazioni politiche di tutto il fronte mediterraneo dell’Africa, ad esclusione forse del Marocco che comunque non è riuscito a far decollare la propria
economia, necessitano di aiuti per dare un assetto ed un corpo alla democrazia che, dopo la libertà conquistata da pochi decenni, sembrano aver oggi fra le mani, grazie anche ad una Europa che
avendo già subdorato qualcosa (la possibilità di farci un affare? L’arrivo degli integralisti islamici?), ha speso le ultime risorse disponibili nel discutibilissimo intervento militare (tra
l’altro non unanime) in Libia di pochi mesi fa (intervento che tanto sembrava ricordare certi “arbitraggi mondiali” di comune conoscenza, anche se in verità non posso dire che il vecchio Mouammar
mi restasse particolarmente simpatico).
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A questo punto, con una puntualità tedesca ma con guizzo
squisitamente italiano, ecco che a
Catania si aprono i giochi per far capire ai nuovi democratici del globo come sia necessaria una cooperazione in funzione di una crescita comune e di un
reciproco sostegno che, in dietro la metafora diplomatica, così recita: scordatevi tranquillamente ciò che è stato fino a pochi decenni fa. Qui siamo tutti amici. Mettiamoci insieme e facciamo
soldi e libertà! Voi ci mettete le risorse (leggi petrolio e simili) e noi ci mettiamo la tecnologia e facciamo arrivare i soldi, ma non vi preoccupate, non arriveranno da quelli che li hanno
dati a noi, sono altri che li porterano (nel senso che glo ormai "soliti noti", hanno cambiato nome e qualche faccia).
Sembra a tutto tondo il tentativo di un neocolonialismo d’emergenza. Le armi come sappiamo sono state
sostituite dal denaro per questo tipo di operazioni, per questa ordinaria amministrazione per la quale il “beduino” viene a riscattarsi nella figura del “partner” del litorale sud del
mediterraneo con quella parità di dignità che d’incanto gli viene accordata dopo che, fino alla generazione dei nostri padri (per alcuni anche in tempi di gioventù) abbiamo continuato a chiamarli
e reputarli abitanti di terre di conquista, figlio al più del mussoliniano ascaro o dello zuavo francese.
Si perpetua così questo ruolo della politica che, come una bacchetta magica, cerca di far quadrare conti e tornaconti, in barba al fatto che tra i padri e fors’anche qualche fratello dei presenti
al convegno si tiravano cannonate e gas nervino e si trattavano da padroni e da servi se non proprio da schiavi. Come è possibile pensare che oggi, “con ancora caldi i cadaveri”, avremmo detto
una volta, si possa indicare questa (seppur apprezzabilissima ed auspicabilissima) cooperazione come unica soluzione ad una fine ineluttabile, mancando agli uni il pane ed agli altri il
companatico? Cosa abbiamo a vedere noi come europei con la loro primavera? Fino a che punto il nostro interesse è anche il loro in virtù della pura e semplice relazione tra domanda e offerta?
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O in sede europea invece, tanti sono i punti interrogtivi circa ciò
che avverrà in queste terre, tanto che ciò che potrà portare questa primavera è da vedersi con timore? E se questi paesi scegliessero altri partner? Dopotutto i nostri precedenti non ci
fanno certo mettere in cima alla lista. Inoltre talune affinità culturali e religiose anche, sono ben più affini ad altri universi che non a quello
cristiano ed europeo. O la politica riuscirà a cancellare ruggini che risalgono ai tempi di certo Annibale o, se proprio non vogliamo scomodare tempi così lontani, a quelli delle crociate o se ci
sembrano anch’esse disperse nelle nebbie dell’antico, probabilmente i fatti del secolo scorso che brillano ancora senza ruggine alcuna?
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E vero, cambiano le generazioni, con esse il modo di sentire, di
pensare, gli entusiasmi ed anche le speranze (basti pensare a quanto, e con ragione, i giovani hanno plaudito ai social network quali veicoli di propagazione di questa araba primavera. Bene. E’
il linguaggio loro perbacco e se ne sentono partecipi ed artefici!). Ma se in Europa è facile, molto facile dimenticare, seppellire nel passato e nei libri, cose non certo accadute in casa
nostra, sarà così per tutti? E poi, chi lo dice in fondo che siamo … il migliore offerente, quello di cui fidarsi? E se tentassero invece di fare per proprio conto? Se (finalmente) ci facessero
pagare tutta l’arroganza che abbiamo a manciate mostrato e fatto ingoiare loro nell’ultimo secolo (a meno che non si creda davvero di aver loro fatto un regalo colonizzandoli)? Dopo tutto questa
possibilità di democrazia se la sono guadagnata come termine di un lungo cammino nato proprio per sollevarsi dal nostro giogo coloniale.
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Così non sarà. E’ il prezzo, quello dal da poco istituito villaggio
globale che è da pagarsi.Oramai i destini sono globalmente correlati ed in un modo o in un altro fortune e sfortune sono quasi globalmente condivise.
Un prezzo per il quale a Catania, guarda un poco, era presente anche
Israele che, contrariamente alla più mite e debole Europa si è spartito cannonate fino a non tanto tempo fa con molti di loro
(la terza guerra del Libano risale appena al 2006). Figuriamoci. Eppure c’era, per la stessa regola in base alla quale Israele medita di muovere guerra all’Iran e nel frattempo continua
tranquillamente ad acquistarvi petrolio. Sembrerebbe dunque un miracolo vedere tutti in procinto di gettare le basi di questa futura fratellanza, di questa comunione di interessi e di principi.
“..
Riteniamo che le nuove istanze, alle quali e' urgente rispondere con politiche adeguate, siano una grande opportunita' per individuare strategie comuni che puntino alla democrazia, alla
pace ed alla prosperita' condivisa….”, così recita il primo punto della relazione, rigorosamente sottoscritta al termine del convegno, relazione che poi
prosegue al secondo punto con il clou: “…Infatti il metodo praticato da molti governi europei di delegare a dittature dispotiche il presidio dei territori per farne i partner dei
grandi affari economici, e' una scorciatoia non piu' percorribile. Occorre ricostruire un'immagine in larga misura compromessa, creando rapporti di fiducia e di cooperazione diffusa, presso
un'opinione pubblica e societa' civili a lungo ignorate e divenute tuttavia protagoniste del processo di democratizzazione….”. Praticamente l’Europa ammette
di non poter più “percorrere scorciatoie”, né esercitare né delegare o convivere con nuovi despoti della stoffa di Gheddafi e quindi, per i
“grandi affari” - obtorto collo? - decide di non ignorare più le società oggi protagoniste della nascente democrazia. Ancora una
volta, sebbene asfittica e ridotta a brandelli, l’Europa, trasudando paura mascherata da arroganza, vuol decidere cosa è meglio e cosa peggio, quali
sono i cammini da percorrere, quale sia o meno il bene comune, come se ciò che oggirappresenta possa essere un esempio da seguire.
In realtà non voglio prendermela con nessuno, ma niente accade per caso e certi avvenimenti suonano falsi se battuti sulla pietra là dove la storia continuerà a scrivere le sue vicende.