Magazine Pari Opportunità

La Promessa.

Da Suddegenere

Rita Bonomo, “La Promessa”

Il tuo bambino proibito
e divaricato dagli anni
ti rendo
da fauci a fauci

-Tu, cucciolo sdrucito
dagli ucci ucci d’una notte infetta,
stramata, marcita perciò accudita
-con amore- si sarebbe detto
oh, premurosa partecipazione
esserti affine

Siamo io con te e tu con me
su quest’altare tronfio a benedirci
santi e accoliti astanti di cera
incappucciati come candele a lutto
Accolti da quest’ostia consacrata da mangiare
nel nome del padre e del figlio
risorto per un affaruccio da risolvere
E noi risolti ci affranchiamo
finalmente da questo bianco lutto

io padre che si figlia padre a proteggerti
tu cucciolo che si padre cucciolo a giocarmi bambola

Avevo ingaggiato tre cani da fiuto
un cinghiale ammaestrato scava rifiuti
e tre rose bianche
per profumarti dopo il ritrovamento

e, caro reperto, io ti ritrovo cucciolo
e di già poppante odore profumato
ché sei stato -anche tu -
tuo cucciolo a figliarti in tua cucciolata sciolta
e tua primizia avvinghiante
le natie primizie tue divorate
da altrettanti cerberi voraci
Di quale reciprocità ci mancammo dunque?
D’un nume condiviso, digerito
con preghiera di proteggerci
D’un masso grosso sullo stomaco ostruito.
Del levarci di dosso le redini
dalle intercapedini del cuore
per vedere chi la vince.
Del pettinarci il nome reciproco
tra le le chiome da annodare
una sull’altra
come scalpi d’ amplessi ubriachi
e inscindibili.
D’un mondino altrove in cui decantare
ripristinando l’aria dei suoi vizi
senza scempi di pargolette inventate
ogni volta per toglier loro
il pane della religione di bocca
O di nuvolette marcite, sottovuoto ,
che piovono freddo e cesoie a tagliare
ancora a fino l’aria
O di giuggiole rapite
-di nuovo- agli infanti
per un peccato d’invidia mai addolcito

(Tutto questo mai mi raccontasti)
Io, prometto, tutto questo -infine- ci rendo
in andante reciproco condiviso
testimoni questi angeli ansimanti di notizie
-e che sia cosa buona e giusta -

Non oso rifuggire un solo peccato
del mondo d’appartenerti
non oso dissipare neppure un goccio
di questa sì preziosa aria condivisa
Non oso più filtrarmi la bocca nella pronuncia
del nome tuo né oso scialacquare neppure
una quantità minima di battiti
nello scandire le consonanti
appartenuteci

Ché la tua etichetta non oso staccarmi
dal polso e dal naso e dal ciglio ruggito
oltre tutti questi anni ciechi di te e
della tua buccia -vuota di me- ad acclamarmi
finalmente affrancata

eccola infine l’assoluzione annunciata


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