La promessa del BRICS, la minaccia della GB, la fine della NATO. Il mondo visto da Igor Panarin

Creato il 26 aprile 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

In concomitanza con l’uscita del primo numero di Geopolitica dedicato alla Russia, Dario Citati (ricercatore dell’IsAG) ha intervistato per noi Igor’ Nikolaevič Panarin, membro dell’Accademia russa di Scienze Militari e docente presso l’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri della Federazione Russa. L’intervista, realizzata il 16 aprile presso il “Dom Žurnalista” di Mosca, ha toccato tre temi di assoluto rilievo per il futuro prossimo del Paese: una panoramica sulle prospettive del terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin; il ruolo della Russia nel contesto dei paesi BRICS; le relazioni russo-europee sullo sfondo della crisi economica.

 
D. C. Igor’ Nikolaevič, il mese scorso il sito della nostra rivista ha ospitato un Suo lungo commento sulla situazione in Russia dopo le elezioni, in cui parlava della necessità di adottare una nuova concezione dello Stato. Vorrei chiederLe di approfondire ancora questo punto, sviluppandolo per così dire “per negazione”: alla luce dei complessi problemi che la Russia vive sul fronte interno anche in termini di consenso e stabilità sociale, quali sono secondo Lei gli errori che Vladimir Putin non dovrebbe commettere nel suo terzo mandato?

I. P. Direi che Putin deve cercare di non ripetere gli stessi errori commessi a suo tempo da Pëtr Stolypin1 – di cui tra l’altro è un dichiarato estimatore – e dall’ultimo zar Nicola II. Anche all’inizio del XX secolo, infatti, la Russia aveva conosciuto un balzo in avanti considerevole sul piano economico e i ritmi di crescita della popolazione erano straordinari: circa il 32% di incremento annuale, la percentuale più elevata al mondo. Sotto Nicola II la popolazione arrivò in vent’anni a circa 60 milioni, una cifra enorme se rapportata a quell’epoca e che corrisponde a meno della metà dell’attuale popolazione della Federazione russa. Allo stesso tempo, malgrado certi successi economici, nella Russia di Nicola II si era andato consolidando un movimento rivoluzionario che contribuiva alla destabilizzazione del Paese. Né Nicola II né Pëtr Stolypin furono in grado di individuare dei meccanismi per trovare una via d’uscita e proporre alla società un sistema di valori forte, che invece era stato adottato dall’intelligencija sia per la classe operaia sia per la classe media. Questo fu l’errore principale di entrambi. Certo, Stolypin aveva pubblicamente espresso la necessità di costruire una grande Russia ed evitare sconvolgimenti, ma in fondo non fu elaborata una vera e propria costruzione ideologica adatta alle condizioni dell’epoca. La formula del conte Uvarov “autocrazia, ortodossia, nazionalità” si era rivelata efficace per quasi un secolo, cioè per gran parte del XIX e sino al principio del Ventesimo. Dopo i sollevamenti della rivoluzione del 1905 era però ormai necessario ricercare nuove forme di dialogo con i partiti politici e indicare un nuovo orientamento programmatico. Niente di tutto ciò fu realizzato. Di conseguenza, anche il fattore esterno finì per rivelarsi importante, in virtù del ruolo chiave giocato dall’Impero britannico nell’organizzazione del colpo di Stato. Purtroppo Stolypin e Nicola II si orientarono verso la rottura delle relazioni con la Germania guglielmina e verso un avvicinamento con l’Impero britannico, il che costituì un tremendo errore geopolitico. In ultima analisi tutto ciò condusse all’assassinio dello stesso Stolypin e successivamente alla fucilazione di Nicola II.
In questo senso, Putin deve senz’altro trarre insegnamento dai tragici avvenimenti occorsi un secolo fa. Anche oggi siamo infatti in presenza di determinati successi economici sullo sfondo generale di una crisi che invece coinvolge l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Ma una parte dell’intelligencija, sempre contagiata dal ‘virus’ britannico, mira alla destabilizzazione. A mio avviso sussistono due strade per il superamento di questa situazione: l’elaborazione di una nuova dottrina per lo sviluppo del Paese e il blocco deciso dell’influenza di quello che ancora oggi è “l’impero” britannico. Ma queste due soluzioni devono essere adottate insieme, non separatamente, limitandosi cioè ad azioni repressive contro le ingerenze esterne senza però proporre nulla di concreto. Stabilire una nuova agenda di lavoro è il compito principale di Vladimir Putin. In generale io nutro attese per azioni importanti già in vista del periodo compreso fra il 7 maggio2 ed il 6 giugno – anniversario della nascita di Aleksandr Puškin – perché non si può lasciar passare troppo tempo. Nel corso di questo primo mese, dal 7 maggio al 6 giugno, Putin deve già realizzare azioni importanti soprattutto nella sfera dell’informazione, decisioni che delineino un chiaro orientamento ideologico, dando vita a strutture capaci di dare applicazione reale alle decisioni. Se ciò non sarà fatto, a mio avviso l’evoluzione degli avvenimenti prenderà una piega tragica tanto per Putin quanto per il Paese. Ed ovviamente io non auspico questa eventualità.

D. C. Dal fronte interno passiamo a quello internazionale. La realtà dei paesi BRICS, in costante consolidamento, sembra accelerare sempre più la transizione verso un mondo multipolare. Proprio in virtù della sua dimensione “multicontinentale”, tale realtà non sembra però essere il risultato di un’alleanza fra Stati costituitasi secondo criteri geopolitici “classici”, quanto piuttosto l’affermazione autonoma di nuovi poli geoeconomici che mostrano progressivamente di avere punti in comune in politica estera. A Suo giudizio, il BRICS può davvero svilupparsi come un organismo sovranazionale dal valore strategico per la Russia, controbilanciando la periclitante supremazia statunitense? Oppure, al contrario, i Paesi che lo compongono potrebbero manifestare nel lungo periodo interessi divergenti e magari giungere a competere gli uni con gli altri?

I. P. Io credo proprio che il BRICS sia decisamente la più promettente organizzazione internazionale del XXI secolo, mentre ad esempio ritengo che la NATO finirà per estinguersi in ragione del fatto che gli Stati Uniti non sono più in grado di finanziarla. Oggi il 70% delle spese militari della NATO è sostenuto da un solo Paese – gli USA, per l’appunto – che è coperto di debiti. In linea generale, la maggioranza dell’élite politica statunitense comprende ormai di non essere più in condizione di sovvenzionare l’alleanza. La NATO è ormai un’organizzazione senza prospettive future, a tal punto che sarebbe legittimo interrogarsi su come rimodellarne l’architettura. Relativamente alla prospettiva multipolare, invece, il BRICS tiene uniti già quattro continenti, cioè America meridionale, Africa, Asia ed Europa (nella misura in cui si consideri la Russia come parte dello spazio europeo). Si tratta di una struttura unica nel suo genere, che nell’ultimo summit in India ha dimostrato di assumere ormai una fisionomia anche in senso geopolitico. Ci tengo a ricordare che, rispetto al problema siriano, in sede ONU soltanto Russia e Cina avevano in un primo momento posto il veto alla risoluzione proposta dai Paesi NATO contro Damasco. Successivamente, dopo il summit indiano dei BRICS, il Brasile e l’India – che in precedenza avevano votato a favore della risoluzione contro la Siria – hanno pubblicamente sostenuto il veto russo-cinese. Ciò vuol dire che nel corso di un mese Russia e Cina sono riusciti a convincere altri due partners BRICS ad assumere una posizione che fosse unanime. Mi sembra che questo sia un indicatore importante di quanto l’organizzazione sia in grado di trovare un accordo fra i membri che la compongono: nel corso di un mese abbiamo osservato il cambio di posizione da parte di India e Brasile. Un cambiamento di grande significato.
Penso anche al fatto che questi cinque Paesi quasi non hanno motivi di scontro gli uni con gli altri: per esempio, fra Russia e Brasile c’è una notevole comunanza di vedute in molti ambiti; vi sono sì alcuni attriti fra India e Cina, che però possono essere regolati proprio nell’ambito dei lavori dell’organizzazione. Pechino e Nuova Delhi, d’altronde, non sono interessati ad un’eventuale guerra contro l’Iran perché le economie di entrambi questi giganti hanno bisogno di attingere al petrolio iraniano e non certo di una crisi nella regione. In relazione a tutto ciò, ritengo che in prospettiva il BRICS debba accogliere anche Paesi come Argentina e Messico – i più importanti dell’area latinoamericana – e diventare quindi un gruppo a sette. A questa seconda fase nel processo di allargamento BRICS i due nuovi Paesi sarebbero certo favorevoli, garantendo così al gruppo BRICS uno spazio allargato e persino una maggiore apertura verso la parte settentrionale del continente americano. D’altronde l’Argentina è parte del MERCOSUR, mentre la Russia sta costituendo l’Unione Eurasiatica: queste strutture regionali davvero possono incarnare un sistema di relazioni internazionali bilanciato, all’interno del quale – in linea di principio – non vi siano conflitti di portata globale fra i grandi Paesi. Già adesso tra India e Russia vi sono ottimi rapporti di lunga data, mentre tra Russi e Cinesi sono stati appianati molti contrasti. In questo quadro vi sono tutte le condizioni, grazie al sostegno del Sudafrica, per trovare uno sbocco verso il continente africano, dove la Cina d’altronde lavora già molto attivamente. Se la Federazione Russa, dal canto suo, riuscisse a ristabilire le sue posizioni in Libia e in Siria, sarebbe allora possibile avviare un progetto che personalmente sostengo molto: la costruzione di un sistema ferroviario transafricano con l’attiva partecipazione degli ingegneri russi. Persino l’idea di realizzare una linea ferroviaria che da Mosca arrivi a Città del Capo non è forse così chimerica: un primo progetto potrebbe collegare Mosca e il Cairo attraverso Israele, per poi proseguire con una linea ferroviaria che dal Cairo percorra tutto il continente fino al Sudafrica. Sarebbe certo un progetto economico davvero mastodontico, di straordinaria portata, che creerebbe un clima favorevolissimo agli investimenti in tutto il continente africano, offrendo opportunità redditizie per tutti i Paesi BRICS. Credo che un’iniziativa di questo tipo rappresenterebbe infatti non soltanto un’occasione straordinaria per la Russia, bensì un piano di sviluppo per tutta l’Africa di grande interesse anche per la Cina. L’India, a sua volta, potrebbe dare il suo contributo nel settore della tecnologia informatica, punto forte della sua produzione industriale. Da tutto ciò deriverebbe un quadro di pacifico acclimatamento economico in Africa dei Paesi BRICS. Penso che un’idea come questa rivesta un’importanza strategica per tutti: in un eventuale summit BRICS in Africa questioni di questo tipo andrebbero senz’altro discusse. Per tutte queste ragioni il BRICS mi sembra l’organizzazione più promettente e non posso che felicitarmi della sua crescente influenza. La rinuncia al dollaro come sistema di pagamento ne sarebbe un coronamento decisivo: una percentuale considerevole degli scambi economici mondiali uscirebbe dall’area del dollaro. Non solo l’uscita della Russia, che forse può considerare prioritaria questa prospettiva, ma anche l’uscita dell’India dalla zona dollaro implicherebbe un serio sconvolgimento per tutte quelle operazioni finanziarie e commerciali fondate su questa valuta.

D. C. Un’ultima domanda a proposito di un tema importante e controverso: il rapporto tra Federazione Russa e Unione Europea nel contesto della crisi economica. Il carattere altalenante di questo rapporto è condizionato, a mio avviso, da due contraddizioni interne all’Europa che ne determinano la debolezza decisionale e la scarsa unità politica. La prima è di natura diplomatico-militare e concerne la difficoltà di conciliare contemporaneamente gli interessi europei e quelli dell’Alleanza atlantica. In presenza di qualsiasi crisi internazionale, infatti, viene a crearsi una sorta di conflitto di attribuzioni e competenze tra la NATO e l’UE, con una sistematica prevalenza della prima sulla seconda che di fatto riduce la dimensione propriamente europea nelle scelte di politica estera. L’altra contraddizione è di ordine economico, giuridico-istituzionale, ma forse ancor più geopolitico: la condotta ambivalente della Gran Bretagna. Da un lato, Londra è un Paese membro dell’UE con un’importante voce in capitolo nell’intera vita politica dell’Unione e dell’Europarlamento; dall’altro lato, essa non ha adottato l’euro e grazie ad alcuni “out-put” sanciti nei Trattati gode di alcuni privilegi, tra cui la discrezionalità di non adottarlo mai neanche in futuro. Forse anche per questo gli interessi degli investitori che operano nella City londinese sembrano confliggere con quelli degli Stati dell’Europa continentale. Lo ha ben dimostrato, da ultimo, il Consiglio Europeo del 9 dicembre 2011, in cui David Cameron si è opposto strenuamente alla proposta franco-tedesca di istituire una disciplina fiscale e meccanismi di controllo sulle transazioni finanziarie comuni a tutti i Paesi membri. In che misura queste due contraddizioni – il ruolo della NATO che spesso sopravanza quello dell’UE e la situazione “anfibia” della Gran Bretagna – ostacolano il rapporto dell’Europa con la Russia? Il loro superamento costituisce una precondizione per un partenariato davvero stabile tra Federazione Russa ed Unione Europea, oppure vi sono margini di dialogo anche nelle condizioni presenti?

I. P. In primo luogo non bisogna mai dimenticare che la NATO è sorta su iniziativa di Winston Churchill: è quindi secondo me profondamente sbagliato pensare che l’organizzazione sia completamente egemonizzata dagli USA. Certo, gli USA sono i principali finanziatori della NATO, ma l’amministrazione e la coordinazione in Europa sono appannaggio di Londra. In quest’ottica la NATO è nei fatti il principale freno per l’Europa, perché la Gran Bretagna blocca qualsiasi processo di integrazione, non solo relativamente all’euro, come si è visto in molte occasioni: nella sostanza la politica di Londra è profondamente antieuropea e “anti-integrazionista”. Per superare questo stallo, a mio parere, si possono percorrere diverse strade: l’Europa potrebbe ad esempio puntare ad isolare la Scozia dalla Gran Bretagna, anche sino a sostenerne l’indipendenza. La Scozia potrebbe poi ben rientrare nell’Unione Europea, nell’ipotesi che la stessa Unione Europea venga rifondata su basi completamente nuove, giacché è evidente che nelle condizioni in cui versa non è in grado di durare a lungo. Oppure, si potrebbe puntare alla riunificazione dell’Irlanda: una volta mitigata l’influenza britannica, avrebbe inizio un processo di rifondazione dell’Europa. Chiaramente, qui sorge spontanea la domanda: quale Europa? In luogo dell’Unione Europea attuale, l’Europa potrebbe trovare l’unità costituendo due coalizioni di Stati: una settentrionale, riunita intorno alla Germania con la presenza dei Paesi scandinavi, ed una meridionale a presidio del Mar Mediterraneo. Una volta proposi proprio il concetto di “Unione Anseatica”, riferendomi alla regione settentrionale: ciò rafforzerebbe quel legame politico Russia-Nord Europa che sostanzialmente riproduce l’itinerario del gasdotto settentrionale che la Russia ha costruito in Germania, ma con un valore aggiunto perché includente la Norvegia ed anche il ruolo accresciuto della Danimarca. Una soluzione di questo tipo a me sembra abbastanza promettente, se fondata su basi politico-economiche reali, e sarebbe fruttuosa anche con i Paesi dell’Europa meridionale. D’altra parte la stessa crisi greca in certa misura non è un problema della Grecia, bensì dei debiti che sono detenuti dalle banche britanniche. E questa situazione continua ad essere il principale problema europeo, un problema che sembra non trovare via d’uscita. Nella misura in cui l’Europa riuscisse ad emanciparsi dal fattore britannico vi sarebbero meno problemi per la stabilizzazione. Certo, le ipotesi sulla futura fisionomia politico-istituzionale dell’Europa meriterebbero di essere tutte oggetto di dialogo, ma sono convinto che in primo luogo occorra ridimensionare il ruolo della Gran Bretagna, riducendo al minimo la sua influenza nelle questioni europee. In generale non direi neppure che la Gran Bretagna sia un Paese europeo, perché a tutt’oggi resta uno stato “colonialista” che nel solco delle tradizioni dell’Impero britannico tenta ancora di ostacolare ogni tipo di integrazione nel continente europeo. Ovviamente, la Gran Bretagna non lo afferma in modo così esplicito, ma tutte le sue azioni concrete vanno in questa direzione. Gli ultimi decenni hanno ampiamente dimostrato che la politica britannica è costantemente volta, in modi diversi, a dis-integrare tutte le forme di integrazione europea. Credo quindi che l’Europa continentale dovrebbe puntare ad unirsi tenendo fuori la Gran Bretagna. Ed allora sì, anche le possibilità di intesa con la Russia avverrebbero in tutt’altre condizioni.


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