Quando il racconto, sotto forma di scrittura autobiografica/diaristica, comincia, siamo a Napoli, nel 1898. La Bella Società Riformata – primordiale ceppo della Camorra – ha eletto il suo nuovo capintesta che, come già il nome lascerebbe intendere, è il capo Supremo. Si tratta del cugino di Mario, il quale, a quell’epoca, non sapeva tutto ciò che adesso scrive, non ne aveva consapevolezza. Questo rapporto da un lato lo protegge, dall’altro lo limita; sarà l’evolversi stesso degli eventi a propendere per la soluzione più adatta.
Tra zumpate e rivolte, la vita di Mario si esauriva fra la strada, i vicoli, le ragazze e la Bella Società Riformata, finché, inconsapevolmente, si avvicina agli ambienti socialisti, comincia a collaborare con “ La propaganda”, diventa amico di Labriola, Leone, Lucci (i protagonisti veri del Socialismo italiano). Inizia a pensare che con loro si sta meglio rispetto alle vecchie conoscenze e a credere che il silenzio non aiuta a superare un certo stato di cose. Il giornale avvia una inchiesta sui rapporti tra amministrazione e criminalità locale e tra essa e gli organi di informazione. Si fanno i nomi anche di Scarfoglio e della Serao, sua moglie.
Il tempo scorre e c’è chi adegua i propri ritmi di vita all’intento di pulizia della propria città, si comincia a parlare di “bene comune” (espressione in voga oggi, (ab)usata da quanti vogliono far colpo sulla massa e dare un’illusione di compartecipazione al destino della propria terra). Si combatte per salvaguardare la Fabbrica, che non è un semplice posto di lavoro, è anche un’officina di idee. Sul finale, echeggiano i tempi di una nuova rivoluzione: è il tempo “nuovo” del ’68, con giovani “nuovi” (o semplicemente capaci, ancora una volta, di scuotere il sistema, al di là dei risultati effettivi).
E mentre leggi, ti chiedi come mai certe verità non compaiano sui libri di storia scolastici o perché il sapere universitario debba limitarsi al bello e all’estetico e alla prospettiva storica pulita. Intanto, filtri anche il tuo presente e constati che la situazione non è diversa, ma ne sei più cosciente, puoi, almeno, non finire in un certo sistema, restarne lontano e capire come intervenire. Senti il privilegio di avere tra le mani il frutto di uno studio o di storie raccontate, che, sai bene, non sono state inventate.
E mentre recensisco, sento il rumore di una protesta che incalza. Forse viene dal cuore, ma, per fortuna, non è solo il mio a battere e premere per un mondo realmente migliore.
Susanna Maria de Candia
Riccardo Brun, La propaganda, Caracò, pp.49, 6,00 euro.