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La proposta “insurrezionale” di Mazzini

Creato il 21 settembre 2010 da Bruno Corino @CorinoBruno

La proposta “insurrezionale” di Mazzini
La borghesia italiana tra Gioberti e Mazzini. Parte seconda

Nella prima parte di questo saggio abbiamo messo in evidenza quanto di anacronistico ci fosse nella proposta avanzata dal neoguelfismo. Sul versante opposto possiamo collocare quella di Mazzini. Possiamo infatti distinguere l’una e l’altra proposta programmatica dicendo che Gioberti avanzava il bisogno di porre una funzione ideologica di dominio d’intonazione cattolica, Mazzini d’intonazione laica, ma entrambe contenevano alla loro base una forma di religiosità: tradizionale, quella giobertiana, laica quella di Mazzini. Nell’attivista genovese, oltre alla missione civile affidata da Dio in persona all’Italia, l’elemento più interessante da seguire è costituito dalla religiosità che circonda i “martiri” e gli “eroi” della Patria (elemento derivato dalla poesia sepolcrale di Foscolo). Da questo punto di vista, possiamo dire che se politicamente, per il modo in cui l’unità d’Italia è avvenuta, la vittoria spetta ai moderati, ideologicamente, invece, la battaglia risorgimentale è stata vinta da Mazzini. Per dirla ancora una volta in termini gramsciani, se la direzione politica-militare è stata guidata dai moderati, quella ideologica dai mazziniani. Ma l’ideologia che uscirà vittoriosa, dopo l’unità d’Italia, non è quella formata “dalle affermazioni nebulose” o dalle “vuote chiacchiere”, ma quella fondata dal mito della Patria, della Nazione, della Gloria, e quel mito, messo poi in controluce con quel che doveva apparire a tanti ex-mazziniani come la vita meschina della lotta politica e parlamentare, delle piccole beghe, della corruzione spicciola, cominciò ad assumere uno spessore e una grandezza eccezionali. Dopo il fallimento del tentativo giobertiano di affidare alla Chiesa la funzione di dominio, e quindi di ritrovare nella religione tradizionale i contenuti di quella funzione, la religiosità laica di Mazzini, fondata sul senso del dovere, sulla patria, sui martiri, ecc., finirà con il conquistare quei ceti borghesi che avevano bisogno di riconoscersi in una forma ideologica in grado di dare coesione al sistema. Eliminata dal suo programma la forma repubblicana, rimaneva in piedi tutto l’armamentario retorico che poteva benissimo funzionare ideologicamente. Tutto sommato anche la fede di Mazzini nella insurrezione, che avrebbe finito con il fornire alla Patria i suoi martiri e i suoi eroi, e che tanto spaventava le classi possidenti da farle abbracciare persino una proposta come quella giobertiana, era finalizzata alla lotta d’indipendenza. Una volta realizzata l’indipendenza nazionale, eliminare quell’armamentario retorico o cancellarlo dal suo programma d’azione non era impresa facile. A restare in piedi, e ad essere ripreso e perpetuato, era tutto il suo credo religioso nel mito della patria e degli eroi caduti, in sostanza a restare in piedi era la “mistica” della nazione, che un dì non sarebbe stato difficile convertirla in puro spirito “nazionalistico” e farne pertanto un mito che rafforzasse la funzione ideologica di dominio. Il nome dell’unità della lotta, egli stesso aveva aborrito ogni riferimento alla lotta di classe. Se è vero che per Mazzini, la nazione era il mezzo attraverso cui l’umanità progrediva, cioè “il punto d’appoggio della leva che si libra tra l’individuo e l’umanità”, quindi mezzo, necessario e nobilissimo, per il compimento del fine supremo, vale a dire l’umanità, è anche vero che per il fatto stesso che quel mezzo non si fosse ancora realizzato ai tempi del suo apostolato, era naturale che l’accento battesse più sul mezzo che sul fine o che quest’ultimo restasse avvolto nell’ombra e che nelle sue pagine risaltasse di più il primo, fino al punto di scambiarsi i ruoli. In questo senso, gli storici non si sono accorti che se Croce e Gentile hanno dominato la vita culturale del XX secolo, Mazzini ha “indirettamente” dominato l’“ideologia” della seconda metà dell’Ottocento fino agli albori del fascismo. Sebbene per Mazzini, la Nazione non fosse il fine supremo della vita di ogni individui, in quanto al di sopra di essa c’era l’Umanità, resta comunque il fatto che soltanto al suo interno l’individuo poteva realizzarsi come cittadino, quindi gli interessi della Nazione costituivano la sfera prevalente su tutti gli altri. A questo punto, il problema dell’unità e coesione dello Stato aveva una preminenza su ogni altro aspetto della vita dell’individuo. Ciò portava ad esaltare funzione dello Stato o della Nazione a discapito dell’individuo, cioè questa concezione dello Stato e della Nazione innalzava lo Stato a potenza suprema della vita dell’individuo.
In Mazzini, questa concezione non era perfettamente espressa nei termini in cui l’abbiamo noi “forzatamente” riassunta. Secondo Mazzini, dopo aver raggiunta l’unificazione nazionale, la Repubblica, sorta dalla lotta del popolo, avrebbe spontaneamente favorito la crescita economica e il benessere sociale. La Nazione “rinata” avrebbe trovata la sua coesione sociale nella memoria civile, nel ricordo del glorioso passato risorgimentale, nel culto dei martiri e degli eroi della lotta di liberazione, nella tradizione del “genio” letterario e artistico degli italiani. Tutto ciò avrebbe costituito un giorno la religione civile attorno alla quale si sarebbero educati generazioni e generazioni di italiani, unite nel ricordo dei sacrifici e dei caduti per la Patria, questa religione sarebbe penetrata in profondità nella loro coscienza, e in suo nome ogni astio, ogni asprezza sociale sarebbe stato temperato, mitigato, e infine, il fatto di vivere in una Nazione comune, avrebbe portato i cittadini a risolvere e dirimere le questioni con moderazione e ragionevolezza. In questo senso si spiega il motivo per cui Mazzini non ha mai voluto riconoscere agli interessi materiali una loro giurisdizione, interpretandoli come prodotti di una filosofia erronea, che aveva nell’illuminismo le sue propaggini. E i critici di Mazzini non si sono mai accorti come queste “utopie” collimassero in certi aspetti con quelle giobertiane, con la differenza sostanziale che la prima era “progressiva”, in quanto richiedeva il coinvolgimento attivo di tutte le classi sociali, mentre la seconda era moderata proprio in ragione del fatto che voleva evitare quel coinvolgimento per timore che potesse sfociare in qualcos’altro. Ma almeno la proposta giobertiana era più coerente con il suo assunto di partenza, perciò aveva anche maggior forza di penetrazione, mentre quella di Mazzini era politicamente debole. L’agitatore genovese in sostanza si proponeva ciò che Gramsci chiamava una “riforma morale e intellettuale”, ma per essere realizzata doveva diffondersi democraticamente in tutti i ceti sociali. In sostanza, Mazzini non si rese conto che i ceti attivi erano una minoranza rispetto alla popolazione. Ed è su questo punto che Gramsci critica il Partito d’Azione: i democratici non potevano realizzare il loro programma e diffondere tra le masse la loro religione senza alterare all’interno della società i rapporti di forza. Ma, aggiungiamo noi, alterare i rapporti di forza significava per Mazzini venir meno alla sua concezione della Nazione, la quale se da un lato ha determinata la sua sconfitta politica, dall’altro ha favorito la sua vittoria ideologica (postuma). La religione mazziniana della Nazione era talmente utopistica che mai si sarebbe potuto diffondere tra le masse, anche qualora avesse vinto politicamente la battaglia risorgimentale, la sua sconfitta politica ha permesso però che si diffondesse (sfrondata di alcune idee) tra quei ceti professionali (avvocati, insegnanti, impiegati) e commerciali. In un paese in cui la massa dei contadini era prevalente, quella religione laica non poteva mai diffondersi: la sua era una “concezione del mondo” urbana, cittadina, che difficilmente poteva essere assimilata e fatta propria dal “senso comune” contadino, stratificato di religiosità superstiziosa e di residui di “paganesimo”. Mazzini, come tanti intellettuali risorgimentali, non ha mai compreso la loro “mentalità”. Quella concezione poteva diffondersi tra chi possedeva un po’ di cultura, di intonazione umanistica e classicheggiante, e tra chi aveva orecchiato le correnti più vivaci del pensiero europeo. Al contadino, la religione di Mazzini sarà apparsa, oltre che blasfema e offensiva, come la “parlata de lo sciur”, che abita in città e non conosce i problemi della campagna. La massa contadina, in sostanza, non doveva essere conquistata alla causa nazionale né con la predicazione né attraverso un’opera di proselitismo, cioè attraverso un’opera di persuasione ideologica, bensì, se effettivamente si volevano spostare i rapporti di forza e dare così al moto risorgimentale una base democratica, con un atto pratico, tangibile, concreto: con l’incameramento dei beni ecclesiastici, lo spezzettamento del latifondo e la restituzione ai contadini delle quote demaniali. La Nazione, anche se nell’immediato non ci avesse guadagnato il consenso ideologico, perché realisticamente impossibile, ci avrebbe guadagnato la fedeltà politica delle masse contadine, che valeva molto più dell’altro. Mazzini però pensava che, diversamente da quel che accadeva in paesi feudali o in quelli industrializzati, “tra noi il patriziato, servo com’è il popolo, ha rinnegato oggimai ogni spirito di casta, e si è affratellato”.
Fin dalle origini, sebbene la religione laica di Mazzini avesse rispetto a quella giobertiana un elemento “progressivo”, in quanto si rivolgeva a tutto il popolo, oggettivamente era un tipo di “filosofia” che poteva diffondersi ed essere assimilata da particolari ceti sociali. In sostanza, l’ideologia mazziniani non aveva caratteri di universalità, ma “corporativistici”, poteva cioè essere condivisa solo da uno strato medio della società, dagli strati professionali, commerciali e artigianali, non poteva essere l’ideologia né della grande borghesia né della classe operaia né della massa dei contadini, in quanto non riusciva ad esprimere gli interessi di queste classi sociali. Difatti, come un fiume carsico, questa ideologia, adattata sempre di più negli anni da questi ceti alla propria mentalità, fu tenuta viva sino ad essere superata e rovesciata nella istanza democratica e romantica e, caricandosi di elementi populistici, divenire l’ideologia “nazionalista” di fine secolo. Molti principi predicati dal Mazzini confluiranno infatti nel Manifesto degli intellettuali fascisti, scritto da Gentile. Dal suo punto di vista, l’ideologo fascista non aveva tutti i torti quando si richiamava esplicitamente al Mazzini e alla Giovine Italia, non perché, è sarebbe bieco storicismo crederlo, in Mazzini ci fossero i germi della futura ideologia fascista, bensì perché la religione laica del Mazzini, tenuta sempre desta dalla retorica nazionalistica di cui era imbevuta la piccola borghesia, si prestava senza difficoltà ad essere strumentalizzata da un regime politico per organizzare, mediante la funzione ideologica di dominio, intorno a sé il consenso. L’interpretazione data dai fascisti della loro “rivoluzione” come compimento del Risorgimento, anche se ha fatto storcere il naso a non pochi storici liberali, ha comunque, in un senso chiaramente diverso da quel che credevano gli stessi fascisti, una sua validità storica.


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