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La RAI, il servizio pubblico e Charlie Hebdo

Creato il 12 gennaio 2015 da Redazione Firstmaster Magazine @FirstMasterFad
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Giorni neri per la RAI, alle prese con la strage di Parigi, nella redazione Charlie Hebdo. Sui social network è un coro di proteste. Protestano gli utenti paganti, ma protesta anche il sindacato RAI. Infatti…

In “Chi l’ha visto il servizio pubblico sulla carneficina dei giornalisti?”, su ilgiornale.it (venerdì 7) Maurizio Caverzan ha fatto il bilancio del servizio pubblico, senza indulgenze: «niente speciali, zero edizioni straordinarie. Titoli che, riletti oggi, svelano un sapore autocritico verso quella che è una delle pagine più nere dell’informazione pubblica. Facevi zapping da un canale all’altro, mercoledì sera, e trovavi un programma di cronaca nera, un film qualsiasi, su Raiuno addirittura la replica di una fiction. L’informazione può attendere. E il famigerato approfondimento, totem dei talk show che sgomitano quotidianamente nei nostri teleschermi, può mettersi in fila. Senza spingere.
Quando invece ci sono dodici morti causati da un atto terroristico nella redazione di un giornale della capitale francese, tutti assenti. In vacanza o chissà. Dopo i tg che hanno conquistato ascolti ben al di sopra della media, lo Speciale TgLa7 di Enrico Mentana è stato un approdo obbligato come lo zapping sulle reti all news , a cominciare da Rainews24 , la più solerte fin dal mattino a rendersi conto della gravità dell’accaduto. (…)

Servizio pubblico latitante. Lacunoso. Ritardatario. Sui social network è un diluvio di proteste, di lamentele contro un canone – il cui pagamento la Tv pubblica ricorda in questi giorni con petulanza – purtroppo non corrisposto da servizi all’altezza in un momento storico come questo.
Il ritardo sulla notizia si è accumulato fin dalla tarda mattinata quando, come ha notato tal Nicolino Berti su Twitter , «solo Raitre in edizione straordinaria su Parigi, Raiuno deve prima far scolare la pasta alla Clerici». 

I telegiornali Rai hanno fior di corrispondenti nella Ville Lumière, anche uno di lunga esperienza come Antonio Di Bella. Ma quella di mercoledì 7 gennaio, prima giornata post-festività, rimarrà una pagina buia. Il giorno dopo, la polemica infiamma. Il sindacato dei giornalisti Rai si straccia le vesti («Come si può parlare di riforma se poi di fronte a una vicenda di questa portata, il servizio pubblico non reagisce mettendo in campo almeno su una delle tre reti uno speciale di prima serata?»).

A vicenda conclusa, anche Silvia Truzzi, per Il Fatto Quotidiano (domenica 11), attacca il servizio pubblico in “Rai, ora basta. Smettiamola di chiamarla servizio pubblico”, e scrive: «si potevano deludere i fan di “Che Dio ci aiuti?” O quelli, affamati di cronaca, di Federica Sciarelli? Devono aver pensato questo i dirigenti Rai che hanno deciso di non cambiare i palinsesti, la sera della strage di Charlie Hebdo». (…)
Ovviamente, scrive, «il problema è politico, riguarda la serietà e il prestigio dell’informazione pubblica in questo Paese assurdo in cui – bisogna sempre ricordarlo – è la politica, tramite la Commissione di Vigilanza – a controllare l’informazione e non il contrario.
Ovviamente se c’è il terremoto o l’alluvione è tutto più semplice: è cronaca. Il terrorismo è una faccenda più complicata da gestire, ci vogliono risorse e competenze di spessore diverso. (…)
Possibile che al direttore generale, al direttore del palinsesto, ai tre direttori di rete, possibile che proprio a nessuno sia venuto in mente di fare una telefonata e porsi il problema del “che facciamo stasera ”?
Hanno tutti fatto mea culpa, dopo. E va bene, si sbaglia. Però questo è un errore grave. E almeno riconosciamo che dipende dal fatto che la Rai è sempre più un’azienda che deve stare sul mercato: del servizio pubblico (il cui architrave è l’informazione) c’è rimasto pochissimo».

Recensioni a c. di Luciano Palumbo & FirstMatser Magazine


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