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La rivoluzione ed il bel tempo

Creato il 24 aprile 2015 da Francosenia

pianeta

Un pianeta malato
di Guy Debord

«L'inquinamento» oggi va di moda, esattamente alla stessa maniera della rivoluzione: prende possesso di tutta la vita della società e viene rappresentata in forma illusoria nello spettacolo. È la litania che ci infastidisce con una miriade di scritti e discorsi erronei e mistificatori, ma che afferra tutti per la gola. È in mostra ovunque come ideologia, eppure si afferma come processo reale. Le due tendenze antagoniste, che sono lo stadio supremo della produzione di merci ed il progetto della negazione totale di tale produzione, altrettanto ricche di contraddizioni al loro interno, crescono insieme. Sono i due aspetti attraverso i quali si manifesta un unico momento storico, atteso da molto tempo, e spesso previsto in forma parziale e inadeguata: l'impossibilità del proseguimento del funzionamento del capitalismo.
 
L'epoca che possiede tutti i mezzi tecnici necessari alla completa trasformazione delle condizioni di vita sulla terra, è allo stesso tempo l'epoca che a causa di quello stesso sviluppo tecnico e scientifico separato, dispone di tutti i mezzi di controllo e di previsione matematicamente certa per misurare con esattezza in anticipo dove ci porta - e quando questo avverrà - l'aumento automatico delle forze produttive alienate della società di classe: ossia, per misurare il rapido degrado delle condizioni stesse di sopravvivenza, nel senso più generale e più banale del termine.
 
Mentre gli imbecilli amanti del passato dissertano ancora sopra, e contro, una critica estetica di tutto questo e ritengono di mostrarsi lucidi e moderni fingendo di sposare il proprio secolo, proclamando che le autostrade o Sarcelles hanno la loro bellezza – che dovremmo preferire allo sconforto dei vecchi quartieri "pittoreschi" -  o facendo seriamente notare che la popolazione nel suo complesso mangi meglio a dispetto dei nostalgici della "buona cucina", il problema del degrado della totalità dell'ambiente naturale e umano ha già smesso completamente di di essere collocato sul piano della pretesa antica qualità, sia estetica che di qualsiasi altro tipo, per trasformarsi radicalmente nel problema della possibilità materiale dell'esistenza di un mondo che persegue un tale movimento. Una tale impossibilità è di fatto già perfettamente dimostrata dalla totalità delle conoscenze scientifiche separate, che non dibattono più nulla a proposito del collasso, se non le misure palliative che potrebbero, se applicate con fermezza, farlo ritardare per un po'. Una simile scienza non può fare altro che una passeggiata mano nella mano verso la distruzione del mondo che ha prodotto e che mantiene com'è; inoltre è obbligata a farlo con gli occhi aperti. Essa dimostra così, ad un grado caricaturale, l'inutilità della conoscenza senza uso.
 
Misuriamo ed estrapoliamo con eccellente precisione il rapido aumento dell'inquinamento chimico dell'atmosfera respirabile; dell'acqua dei fiumi, dei laghi e degli oceani, e l'aumento irreversibile della radioattività accumulata dallo sviluppo pacifico dell'energia nucleare, dagli effetti del rumore, dall'invasione dello spazio attraverso le materie plastiche che possono trasformarsi in una discarica eterna di rifiuti universali; dai tassi di natalità folli; dalla sofisticazione senza senso degli alimenti; dall'espansione urbana che ovunque si espande sempre più nei luoghi che erano una volta la città e la campagna; così come le malattie mentali – comprese le paure nevrotiche e le allucinazioni che non smettono di proliferare proprio sullo stesso tema dell'inquinamento, da cui traiamo un'immagine allarmante – ed il suicidio, il cui il tasso di aumento accelera di pari passo con la costruzione di quest'ambiente (per non parlare degli effetti della guerra nucleare o batteriologica, i cui mezzi incombono su di noi come la spada di Damocle, anche se, naturalmente, ciò è evitabile).
 
Insomma, se la grandezza la realtà dei "terrori dell'anno 1000" sono ancora oggetto di controversie tra gli storici, il terrore dell'anno 2000 è tanto evidente quanto fondato; è ormai certezza scientifica. Al tempo stesso, ciò che sta accadendo non è del tutto nuovo: piuttosto, è semplicemente l'ineluttabile esito di un processo di lunga data. Una società che è sempre più malata, ma sempre più potente, ha ricreato ovunque e in forma concreta il mondo come ambiente e come contesto del suo malessere, in quanto pianeta malato. Una società che non ha ancora raggiunto l'omogeneità, e che è non ancora auto-determinata, ma invece è sempre più determinata da una parte posizionata sopra di sé, che le è esterna, ha messo in atto un processo di dominio della natura che non ha ancora stabilito un dominio su sé stesso. Il capitalismo portato dal suo movimento, ha dato prova che non è più possibile sviluppare le forze produttive; e questo non in senso quantitativo, come molti hanno creduto, ma qualitativamente.
 
Tuttavia, il pensiero borghese solo la quantità è valida, misurabile ed efficace; mentre la qualità non è altro che un'incerta decorazione, soggettiva o artistica, del vero reale stimato nel suo vero peso. Per il pensiero dialettico, al contrario, e quindi per la storia e per il proletariato, la qualità è la dimensione più decisiva del movimento reale. Questo è ciò che, il capitalismo da un lato e noi dall'altro, finiremo per dimostrare.
 
I padroni della società ora sono obbligati a parlare dell'inquinamento, sia al fine di combatterlo (dopotutto vivono sul nostro stesso pianeta – che è l'unico criterio in base a cui si può affermare che lo sviluppo del capitalismo in effetti ha portato ad una fusione di classe) sia al fine di nasconderlo, per il semplice fatto che l'esistenza di tali tendenze nocive e pericolose costituisce un forte movente per la rivolta, un'esigenza essenziale degli sfruttati, vitale come la lotta dei proletari del XIX secolo per il diritto di mangiare. In seguito al fallimento fondamentale dei riformismi del passato – tutti, senza eccezione, aspiravano alla soluzione definitiva del problema di classe – sta sorgendo un nuovo tipo di riformismo che risponde alle stesse esigenze dei precedenti, vale a dire la lubrificazione della macchina e l'apertura di nuove zone redditizie per imprese all'avanguardia. Il settore più moderno dell'industria è in corsa per partecipare ai vari palliativi all'inquinamento, vedendoli come tante nuove opportunità che rendono tutto più attraente per il fatto che una buona parte del capitale monopolizzato dallo stato è disponibile per gli investimenti e la manipolazione in questa sfera. Ma se da una parte è garantito che questo nuovo riformismofallirà per lo stesso identico motivo dei suoi predecessori, dall'altra parte, se ne differenzia radicalmente in quanto non ha molto tempo davanti a sé.
 
Lo sviluppo della produzione ha finora interamente confermato la sua natura di realizzazione dell'economia politica: come crescita della povertà, che ha invaso e devastato il tessuto stesso della vita. Una società in cui i produttori uccidono se stessi lavorando e contemplano questo risultato, ci fa davvero vedere e respirare il risultato generale del lavoro alienato in quanto risultato di morte. Nella società dell'economia supersviluppata, tutto entra nella sfera dei beni economici, anche l'acqua sorgiva e l'aria delle città; vale a dire che tutto è diventato il male economico, "negazione realizzata dell'uomo" che arriva ora alla sua perfetta conclusione materiale. Il conflitto tra moderne forze produttive e rapporti di produzione, borghesi o burocratici, della società capitalista è entrato nella sua fase finale. La produzione di non-vita ha proseguito sempre più rapidamente nel suo processo lineare e cumulativo; oltrepassando l'ultimo limite del suo progresso, ora produce direttamente la morte.
 
La funzione ultima, riconosciuta, essenziale, dell'economia sviluppata al giorno d'oggi, nel mondo intero dove regna il lavoro-merce, che assicura tutto il potere ai suoi padroni, è "la creazione di posti di lavoro". Siamo ben lontani dalle idee progressiste del secolo precedente circa la diminuzione possibile del lavoro umano per mezzo della moltiplicazione scientifica e tecnica della produttività, che pensava di poter assicurare più facilmente la soddisfazione delle esigenze "prima ritenute reali da parte di tutti", e senza "l'alterazione fondamentale" della qualità dei prodotti resi disponibili a tal fine.Al momento, è per produrre posti di lavoro, anche nelle campagne svuotate di contadini, ossia, per utilizzare il lavoro umano come lavoro alienato, in quanto lavoro salariato, che facciamo "tutto il resto"; e quindi minacciamo stupidamente le fondamenta, attualmente ancora più fragili rispetto al pensiero di un Kennedy o di un Brezhnev, della vita della specie.
 
Il vecchio oceano in sé è indifferente all'inquinamento, ma la storia non lo è affatto. La storia può essere salvata solo con l'abolizione del lavoro-merce. E la coscienza storica non ha mai avuto una così grande necessità di padroneggiare con urgenza il suo mondo, poiché il nemico che è alle sue porte non è più un'illusione, ma è la sua morte.
 
Quando i poveri padroni della società della quale vediamo la deplorevole realizzazione, ben peggiore di tutto quello che avrebbero potuto evocare le condanne, in altri tempi, dei più radicali utopisti, sono obbligati ora ad ammettere che il nostro ambiente è diventato un problema sociale; e che la gestione di tutto ciò è diventato un assunto direttamente politico, fino all'erba dei campi e alla possibilità di bere l'acqua, fino alla possibilità di dormire senza sonniferi o di lavarsi senza soffrire di allergie, in un momento del genere vediamo bene che la vecchia politica specialistica deve ammettere di essere del tutto inutile, finita.
 
E' finita nella forma suprema del suo volontarismo: il potere totalitario burocratico dei cosiddetti regimi socialisti, in quanto i burocrati al potere non si sono dimostrati nemmeno capaci di gestire lo stadio precedente all'economia capitalistica. Se questi regimi inquinano molto meno - solo gli Stati Uniti producono il 50 per cento dell'inquinamento mondiale -  è perché sono molto più poveri. Possono soltanto, come nel caso della Cina, sacrificare una parte sproporzionata del loro bilancio miserabile per produrre un'accettabile quantità di inquinamento; come ad esempio per la riscoperta o il perfezionamento della tecnologia della guerra termonucleare, o, più esattamente, del suo spettacolo minaccioso. Tale povertà, materiale e mentale, sostenuta dal terrorismo, condanna le burocrazie al potere. E quello che condanna il potere borghese più modernizzato è il risultato insopportabile di tanta ricchezza effettivamente avvelenata. La gestione cosiddetta democratica del capitalismo, in qualsiasi paese, non offre niente di più che le sue elezioni-dimissioni che, come abbiamo sempre visto, non hanno mai cambiato nulla in generale, e ben poco nel dettaglio, in una società di classe che immaginava di poter durare per sempre. Non cambia niente nel momento in cui questa stessa gestione entra in crisi e finge di sostenere, intervenendo su alcuni problemi secondari più urgenti,  alcune vaghe direttive provenienti da un elettorato alienato e cretinizzato (negli Stati Uniti, in Italia, in Gran Bretagna e in Francia). Tutti gli esperti hanno sempre notato – senza preoccuparsi di spiegarlo - il fatto che gli elettori quasi mai cambiano le loro opinioni: e proprio perché è l'elettore quello che assume, per un breve istante, il ruolo astratto che è stato, precisamente, destinato per impedirgli di essere per sé e di cambiare (il meccanismo è stato analizzato innumerevoli volte, sia dall'analisi politica demistificata che dalla psicoanalisi rivoluzionaria). L'elettore non cambia di più quando il mondo che lo circonda cambia sempre più precipitosamente e, in quanto elettore, egli non cambierebbe nemmeno se gli fosse annunciata la fine del mondo. Ogni sistema rappresentativo è essenzialmente conservatore, mentre le condizioni di esistenza della società capitalista non possono mai essere conservate: esse sono continuamente e sempre più rapidamente in fase di modifica, ma la decisione - che alla fine è sempre la decisione di far svolgere il processo stesso di produzione delle merci - viene interamente lasciata agli specialisti pubblicitari; sia che corrano da soli nella gara o che siano in concorrenza con altri che vanno a fare le stesse cose e che, in effetti, lo annunciano ad alta voce. Tuttavia, la persona che va a votare "liberamente" per i gollisti o per il Partito Comunista Francese, tanto quanto la persona cje finisce per votare, costretto e forzato, per un Gomulka, è perfettamente in grado di dimostrare come, una settimana più tardi, possa veramente partecipare ad uno sciopero selvaggio o ad un'insurrezione.
 
L'auto-proclamata "lotta contro l'inquinamento", sul versante statalista e regolamentare, in un primo momento va a creare nuove specializzazioni, ministeri, posti di lavoro, avanzamento burocratico. La sua efficacia è perfettamente all'altezza dei suoi mezzi. Essa può trasformarsi in volontà reale soltanto trasformando alle sue radici il sistema produttivo. E può essere applicata veramente solo nell'istante in cui tutte le sue decisioni, prese democraticamente con piena cognizione di causa dagli stessi produttori (per esempio, le petroliere riverseranno inevitabilmente il loro petrolio nel mare fin quando non saranno sotto l'autorità reale dei consigli [soviet] dei marinai). Per decidere ed attuare tutto questo, è necessario che i produttori divengano adulti: bisogna che prendano tutto il potere.
 
L'ottimismo scientifico ottocentesco si fondava su tre punti principali. La prima era la pretesa di garantire la rivoluzione in quanto felice risoluzione dei conflitti esistenti (era l'illusione della sinistra-hegeliana e marxista; la meno sentita tra l'intellighenzia borghese, ma la più ricca e in definitiva la meno illusoria). La seconda era una visione coerente dell'universo, ed anche semplicemente della materia. E la terza era un sentimento euforico e lineare dello sviluppo delle forze produttive. Se si dominava il primo punto, si era risolto il terzo; e più tardi si sarebbe saputo affrontare il secondo, per farne il nostro interesse e la nostra attività. Non sono i sintomi, ma la malattia stessa che deve essere curata.
Oggi la paura è ovunque, possiamo solo confidare nelle nostre forze, nella nostra capacità di distruggere ogni alienazione esistente ed ogni immagine del potere da noi strappato. Sottomettendo tutto – tranne noi stessi – al potere esclusivo dei consigli dei lavoratori, possedendo e continuamente ricostruendo la totalità del mondo, vale a dire,  un'autentica razionalità, in una nuova legittimità.
 
In materia di ambiente "naturale"' e costruito, di natalità, di biologia, di produzione, di "follia", la scelta non sarà mai tra la festa e l'infelicità, ma, piuttosto, consapevolmente e ogni volta incrociando una miriade di possibilità felici o disastrose, relativamente reversibili, dall'altra parte il niente. Le scelte terribili del prossimo futuro, al contrario, portano a una sola alternativa: democrazia totale o burocrazia totale. Quelli che dubitano della democrazia totale devono sforzarsi di provarla su sé stessi, dandole la possibilità di dimostrarsi in azione; oppure non rimane loro che acquistare bare a volontà, in quanto "l'autorità, l'abbiamo vista all'opera, ed il suo lavoro la condanna." (Joseph Déjacque).
 
«La rivoluzione o la morte», questo slogan non è più l'espressione lirica di una coscienza in rivolta, è l'ultima parola del pensiero scientifico del nostro secolo. Questo si applica ai pericoli della specie così come all'impossibilità di appartenenza degli individui. In questa società dove in cui il suicidio progredisce come sappiamo, gli esperti hanno dovuto riconoscere, loro malgrado, che esso si era ridotto quasi a zero, in Francia durante il maggio 1968. Quella primavera ha anche ottenuto un cielo limpido, e lo ha fatto senza fatica, in quanto alcune vetture furono bruciate e la mancanza di benzina impedì alle altre di inquinare l'aria. Quando "piove", quando ci sono nubi di smog su Parigi, non dimentichiamoci mai che è colpa del governo.
La produzione industriale alienata fa piovere. La rivoluzione fa il bel tempo.

- Guy Debord - 1971 -

Scritto da Guy Debord nel 1971, questo testo era destinato alla pubblicazione sul tredicesimo numero della rivista "Internazionale Situazionista", che non è mai uscito.


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