La scoperta della pesca con il cucchiaino, gioiello sottomarino

Da Pietroinvernizzi

“La trota ai tempi di Zorro”;
Michele Marziani; Derive Approdi, 2006.

I primi lanci a cucchiaino li ho fatti con papà che ero un bambino. Preparavamo i panini e la sedia con i vestiti pronti la sera prima, poi la notte quasi non dormivo dall’emozione. Stivali di gomma, gilet con due scatolette di metallo piene dell’unica esca: Mepps. Le scelte erano: misura 1 o 2, eccezionalmente il 3; argento, oro e pallini di vari colori… Papà mi guidava sul piccolo torrente in estate e mi insegnava dove erano le trote e come fargli arrivare il cucchiaino davanti al muso… con lanci precisi al centimetro tra i rami e le radici delle rive, da destra, da sinistra, da sotto, con piccoli movimenti la sua canna era un fioretto e la pesca era matematica e poesia! Ero fiero della mia cortissima Hardy in fibalite con il piccolo mulinello Cardinal bobinato a 0,16. Il torrente Agogna,  vicino ad Orta e Gozzano, in estate era il teatro dei miei sogni di pesca con papà ed ora è il luogo di bellissimi ricordi di infanzia. Sull’Agogna Stefano Baldazzi Morra, protagonista del libro, inizia le sue avventure di pesca a 13 anni, una passione che,  a me e a molti tra voi, segnerà per sempre la vita. Proprio in estate, in un giorno torrido troviamo Stefano in riva al torrente….
Non si prende niente oggi, non si può prendere nulla, nessuno prenderà nulla… Incontro il Nardi che viene a scuola con me e pesca bene con le esche fini, con l’occhio di quello bravo. Scuote la testa quando mi vede, la scuote piano per non sudare troppo. Tutto andrebbe rimisurato in un pomeriggio come questo. La canna da pesca è lunga, troppo lunga. Gli stivali non servono, pesano, si riempiono del sudore dei passi. Il cestino è persino ridicolo. Smetto di pescare quasi subito. Mi siedo. Non c’è nessuno, cerco nella tasca segreta del gilet e trovo una sigaretta di quelle prese con Giovanni. La metto in bocca e la accendo e c’è un fumo denso nell’aria che mi fa svenire dal caldo all’idea di fumare. Io mi impegno, m’impegno tanto ma non ce la faccio proprio a prendere il vizio. Giovanni dice che è perché me la faccio sotto che mi scoprano, ma a me non piace proprio, mi fa venire mal di testa e lo stomaco pesante e le mani che puzzano che non esistano saponi che ti puliscono del tutto. Guarda che alla tua età è meglio pensare ai pesci che alle sigarette… Mi giro di scatto e butto per terra la cicca cercando di spegnerla. E’ sbucato silenzioso dal bosco questo pescatore con la canna corta, un cestino di cuoio a tracolla, un cappellone grande, da brigante, con la piuma, una smorfia divertita incorniciata dalla barba e gli occhi che mi guardano come fossi uno studente impreparato. ne hai prese? Chiede il pescatore. Oggi è impossibile, rispondo. Oggi è difficile, dice lui, ma le trote difficili sono le più belle. Ne ho fatte due non male… Lo guardo stralunato, come fosse un marziano, uno sceso da un altro pianeta. Posso vederle? Azzardo curioso, timido. Non so come, ma azzardo. certo, risponde aprendo il cestino di cuoio e spostando le felci dentro alle quali sono avvolte due fario stupende, dalla livrea piena di puntini infuocati, lunghe almeno due spanne. Saranno più di quaranta, dico io. Sono quarantuno e trentanove centimetri, hai un buon occhio. Ho un occhio che trasuda invidia, altroché. Come pesca? chiedo. Col cucchiaino. Col cucchiaino. Con il cucchiaino? domando sbigottito guardando la canna corta e un piccolo cucchiaino di metallo colorato penzolante. Ma se qui tutti dicono che col cucchiaino non si prende niente, che è roba per quelli di città… Se è per quello non si sbagliano, vengo da Genova, sono qui di passaggio… Da Genova? Anch’io sono ligure, nato a Laigueglia, ma vivo qui… Ma come fanno le trote a mangiare un pezzo di metallo con tre ami attaccati che pure si vedono? Non mangiano un pezzo di metallo, ragazzo, mangiano l’idea che questo pezzo di metallo di dà mentre si muove… Bisogna muoverlo sempre, far credere ai pesci che sia qualcosa di vivo, guarda… Guardo, eccome se guardo, con due occhi sgranati che trapassano gli occhiali lo vedo lanciare quello strano oggetto di metallo con un solo secco movimento del polso. E il cucchiaino vola, lontano sotto le fronde, tagliando l’aria come un missile e arriva in acqua silenzioso che sembra una farfalla. Plof! Il signor dei Genova col cappello da brigante ha già chiuso l’archetto del mulinello mentre il filo era in aria. Adesso dà un colpetto con la punta della canna, inizia a recuperare il filo e io vedo il cucchiaino girare, frullare, brillare nell’Agogna come un gioiello sottomarino. Bellissimo, sto per pensare, ma non faccio a tempo. da sotto una pietra di quelle profonde, nascoste, che si vedono solo con la luce di taglio, schizza un’ombra nera. Non riesco neppure a pensare che sia un pesce che già sguazza in superficie. Viene a riva in un attimo, non è molto grossa, ma è di misura. Il pescatore si bagna la mano, prende una pinza, gira la punta del cucchiaino conficcata nella bocca della trota e libera il pesce. Lo tiene fermo nell’acqua, facendolo andare delicatamente su e giù. La sto ossigenando, mi dice. Poi la lascia e la trota s’inabissa in un lampo, lo stesso con cui è uscita dalla tana. perché la rilascia? Sarebbe di misura, qui è diciotto… Lo so, ma io le tengo solo sopra i trenta… Solo sopra i trenta! Mi si ferma il fiato a mezza gola. Lui s’accorge e ride. Sì, a diciotto vanno lasciate crescere e poi a cucchiaino si prendono le più grosse… Sempre? Sempre. E perché qui dicono che non si prende niente? Perché non ci pescano e non sanno usarlo. Cosa bisogna fare per saperlo usare? Crederci. Come sarebbe… ? Sapere che prende i pesci, credere che prende i pesci, il resto si impara usandolo. Ne vuoi uno? Mamma dice che non sta bene dire di sì subito. Sarebbe stato meglio dire no grazie, ma correvo il rischio che cambiasse idea e io non volevo, non volevo proprio che la cambiasse. Davvero me ne darebbe uno? Certo, eccolo, è tuo. E mi trovo in mano un aggeggio di metallo con una paletta che sembra davvero un cucchiaino, tutta dorata, con sopra disegnati dei puntini blu. Ho occhi solo per questo aggeggio strano che prende pesci. Sento il saluto del pescatore di Genova. Ringrazio. Credo di aver ringraziato. Credo di aver salutato. Guardo il cucchiaino e vedo le due trote nel cestino di cuoio. Chiudo gli occhi e mi attraversa l’immagine della trota che saetta fuori dal suo rifugio sommerso per prenderlo al volo questo pezzo di metallo colorato. Non ci credo ancora. E’ effetto del caldo. E’ una magia. Magari funziona solo con lui, magari funziona solo con quelli di Genova. Però magari funziona anche con me che sono ligure. Buttala via quella roba lì che non serve a niente… Sento la voce arrivare alle spalle, ma la riconosco, è quella del Giurati che sta tornando a casa. Sono aggeggi per pescare quelli di città, li usano i negozianti e vedi come abboccano i pescatori di Varese e di Milano… E quelli di Genova? Sto per chiedere, ma mi fermo. Chiedo al Giurati se ha preso qualcosa, mi dice no, con una giornata calda così, con l’acqua bassa neppure un mago potrebbe prendere una trota. Un mago sì, vorrei rispondergli, un mago di Genova, col cucchiaino… Non glielo dico però, so che non mi crederebbe… Il mago di Genova è venuto solo per me. Metto in tasca il cucchiaino e comincio anch’io a smontare tutto. E’ quasi buio, magari mamma si preoccupa. (…) Metto la mano in tasca, il cucchiaino è lì. Vado a casa contento.

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