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La Sedia Vuota: quadriplegico da anni, Rhyme vuole recuperare almeno in parte la sua mobilità.

Creato il 15 luglio 2012 da Rstp

la_sedia_vuotaQuadriplegico da anni, Rhyme vuole recuperare almeno in parte la sua mobilità. Con Amelia si reca perciò nel North Carolina per sottoporsi all'operazione.


Ma appena arrivati le autorità chiedono il loro aiuto in un'indagine: nell'arco di ventiquattr'ore nella cittadina di Tanner's Corner ci sono stati un omicidio e il rapimento di due giovani donne.
Il principale sospetto è uno strano adolescente di nome Insetto. Rhyme e Amelia riusciranno ad inchiodare il giovane, ma nemmeno Rhyme potrebbe mai sospettare che Amelia non sarà d'accordo con lui e fuggirà nella palude insieme al ragazzo che lui considera uno spietato assassino.


E così Rhyme si trova ad affrontare la sfida più difficile: quella con la donna cui ha insegnato tutto ciò che sa.


Scese a portare dei fiori nel luogo in cui il ragazzo era morto e la ragazza era stata rapita.
Scese perché era grassa, aveva la faccia butterata e non aveva mol­ti amici.
Scese perché ci si aspettava che scendesse. Scese perché voleva farlo.
Goffa e madida di sudore, Lydia Johansson percorse il ciglio di terra battuta della Route 112, dove aveva parcheggiato la sua Honda Accord, quindi, con cautela, scese lungo il pendio fino alla riva fango­sa dove il Canale Blackwater incontrava le acque opache del fiume Paquenoke.
Scese perché pensava che fosse la cosa giusta da fare. Scese, anche se aveva paura.
Il sole era sorto da poco, ma quell'agosto era stato il più caldo de­gli ultimi anni, nel North Carolina, e Lydia stava già sudando sotto la divisa da infermiera quando si incamminò verso la radura che costeggiava il fiume circondata da salici, tupelo e cespugli di alloro della California. Non faticò a trovare il luogo che stava cercando: il nastro  della polizia risaltava nella caligine.
Suoni di prima mattina. Strolaghe, un animale che rovistava tra i cespugli fitti poco lontano, il vento caldo attraverso i carici e l'erba della palude.
Dio, ho paura, pensò la ragazza. Le vivide immagini delle scene raccapriccianti dei romanzi di Stephen King e Dean Koontz che veva letto fino a notte fonda con il suo compagno, bevendo una bottiglia di Ben & Jerry's. Quel genere di libri facevano ridere il suo ma terrorizzavano Lydia ogni volta che li leggeva, anche quan­do li aveva già letti e ne conosceva il finale.
Altri rumori tra i cespugli. Lydia esitò, si guardò attorno. Poi prosegui.
"Ehi", disse la voce di un uomo. Molto vicina.
La ragazza trasalì e si voltò. Per poco non lasciò cadere i fiori. "Jesse, mi hai spaventata."
"Mi dispiace. " Jesse Corn era in piedi dietro un salice piangente, vicino alla radura isolata dal nastro giallo. Lydia notò che i loro occhi erano fissi sullo stesso particolare: una sagoma bianca sul terreno, il punto in cui era stato rinvenuto il cadavere del ragazzo. Poteva scor­gere una macchia scura che riconobbe immediatamente come sangue secco.
"Allora è qui che è successo", sussurrò.
"Già, proprio così." Jesse si asciugò la fronte e si ravviò il ciuffo di capelli biondi che gli ricadeva sul viso. La sua uniforme - la divisa beige del dipartimento dello sceriffo della contea di Paquenoke - era spiegazzata e impolverata. Aloni scuri di sudore gli erano sbocciati sotto le ascelle. Aveva trent'anni e una bellezza da ragazzine, e Lydia pensò che, anche se non era il classico cow-boy allampanato e ombro­so da cui si sentiva attratta, si sarebbe potuto trovare di peggio, nel reparto mariti. "Da quanto sei qui?" domandò.
"Non lo so. Forse dalle cinque."
"Ho visto un'altra macchina. Su, lungo la strada. Era Jim?" do­mandò lei.
"No. Era Ed Schaeffer. È sull'altro lato del fiume." Con un cenno del capo Jesse indicò i fiori. "Carini."
Dopo un istante, Lydia abbassò lo sguardo sulle margherite che teneva in mano. "Due dollari e quarantanove. Al Food Lion. Li ho ptesi la notte scorsa. Sapevo che non avrei trovato niente di aperto, così presto. Be', Dell's è aperto, ma non vendono fiori, lì." Si chiese come mai stesse divagando. Si guardò intorno di nuovo. "Allora, dov'è MaryBeth?"
Jesse scosse la testa. "Neanche l'ombra."
"E suppongo che lo stesso valga per lui."
"Esatto." Jesse controllò l'orologio. Poi spostò lo sguardo sulle acque scure, sull'erba alta, sul pontile marcio.
Lydia non si sentiva molto rassicurata dal fatto che un agente del­la contea, armato di una pistola di grosso calibro, sembrasse nervoso quanto lei. Jesse si incamminò verso il pendio che conduceva alla strada. Si fermò un attimo. "Solo due e novantanove?"
"E quarantanove. Al Food Lion."
"E', un buon prezzo", disse lui, lanciando un'occhiata in direzione ad uno spesso mare d'erba. Ricominciò a salire.

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Lydia Johansson si avvicinò alla scena del crimine. Rimase a pre­gare per qualche minuto. Pregò per l'anima di Billy Stail, che era sta­ta separata dal suo corpo insanguinato proprio in quel punto non più tardi della mattina del giorno precedente.
Pregò per l'anima di Mary Beth McConnell, dovunque fosse. E pregò anche per se stessa. Altri rumori tra i cespugli. Schiocchi e fruscii. Il cielo era più luminoso adesso, ma il sole non riusciva a rischia­rare Blackwater Landing. Il fiume era profondo lì, costeggiato da sali­ci neri e da spessi tronchi di cedri e cipressi: alcuni vivi, altri no, ma tutti indistintamente soffocati da intrichi di muschio e kudzu. A nor-dest, non lontano, si trovava la Grande Palude Lugubre, e Lydia Johansson, come ogni altra girl-scout o ex girl-scout della contea di Paquenoke, conosceva le leggende che si raccontavano su quel luogo: la Signora del Lago, l'Uomo Decapitato della Ferrovia... Ma non era­no quelle apparizioni, a preoccuparla; Blackwater Landing aveva il suo fantasma: il ragazzo che aveva rapito Mary Beth McConnell.
Lydia non riusciva a smettere di pensare a tutte le storie che aveva sentito raccontare su di lui. Su come si era aggirato silenziosamente nella vegetazione, pallido e scheletrico come un giunco. Su come si era avvicinato agli innamorati sdraiati sulle coperte o fermi in auto lungo il fiume. Su come aveva raggiunto silenziosamente una delle ca­se di Canai Road e aveva sbirciato attraverso la finestra della camera di una ragazza che dormiva. Su come l'aveva scrutata, fregandosi le mani come una mantide religiosa, fissandola, finché non era più riuscito a trattenersi dall'infilare una mano nel buco che aveva fatto nella zanzariera e a farla scivolare sotto il pigiama della giovane. O su cmene si era acquattato sul ciglio della strada davanti a una casa di Ickwater Landing scrutando le finestre, sperando di intravedere  solo per un attimo una ragazza che aveva seguito furtivamente  da quando era uscita da scuola.
Lydia aprì la borsa, trovò il pacchetto di Merit e si accese una sigaretta. Le tremavano le mani. Si sentì leggermente più calma. Si avvicinò alla riva, fermandosi accanto all'erba alta che ondeggiava so­tti dalla brezza.
Sentì il motore di un'auto che proveniva dalla cima della collina. Jesse non se ne stava andando, vero? Guardò allarmata. La macchina non si era mossa. Jesse doveva aver messo in moto solo per accendere l'aria condizionata, si disse.
Come se qualcuno si stesse muovendo nella vegetazione, avvici­nandosi sempre di più al nastro giallo della polizia, chino sul terreno per non essere visto.
Ma no, no, naturalmente non era così. È solo il vento, si disse Lydia. E, con reverenza, sistemò i fiori in una delle crepe che si aprivano nel tronco di un salice non lontano dalla strana sagoma del corpo di­segnata sul terreno, sporca di sangue scuro come le acque del fiume.
L'agente Ed Schaeffer si appoggiò a una quercia e ignorò le zanzare mattiniere che gli svolazzavano attorno alle braccia scoperte. Si acco­vacciò ed esaminò di nuovo il terreno.
Per non perdere l'equilibrio, si appoggiò a un ramo; lo sfinimen­to gli faceva girare la testa. Come la maggior parte dei suoi colleghi del dipartimento, era rimasto sveglio per quasi ventiquattr'ore, a cer­care Mary Beth McConnell e il ragazzo che l'aveva rapita. Ma se, uno dopo l'altro, gli altri agenti erano andati a casa per farsi una doccia, per mangiare qualcosa, per dormire almeno un paio d'ore, Ed aveva continuato le ricerche. Era il più anziano in servizio e sicuramente il più grosso (cinquantun anni e centotrenta chili di peso perlopiù inu­tile) ma la fatica, la fame e i muscoli indolenziti non gli avrebbero di certo impedito di continuare a cercare la ragazza.
L'agente esaminò di nuovo il terreno.
Premette il pulsante della radio. "Jesse, sono io. Ci sei?"
"Dimmi tutto."
Schaeffer sussurrò: "Ho trovato delle impronte, qui. Sono fre­sche".
"Sul serio? Pensi che siano sue?"
"E di chi altri? A quest'ora della mattina, da questa parte del Paquo?"
"A quanto pare avevi ragione", replicò Jesse Corn. "All'inizio non ti credevo, ma direi che hai fatto centro."
Secondo la teoria di Ed, il ragazzo sarebbe tornato lì. Non per via di un qualche cliché - l'assassino che torna sul luogo del delitto - ma perché Blackwater Landing era sempre stato il suo territorio di caccia e nel corso degli anni si era sempre ritirato lì dopo essersi ficcato nei guai.
Ed continuò: "Le tracce sembrano dirigersi verso di te, ma non pos­so dirlo con certezza. Deve aver camminato perlopiù sulle foglie. Tieni gli occhi aperti. Devo stabilire da dove è arrivato".
Con le ginocchia che scricchiolavano sotto il suo peso considere­rò
vole, Ed si alzò e, il più silenziosamente possibile, seguì le orme che sembravano provenire dal fitto del bosco, lontano dal fiume.
Seguì le tracce del ragazzo per una trentina di metri e vide che conducevano a un vecchio capanno di caccia: una baracca grigia gran­de abbastanza per tre o quattro cacciatori. Le feritoie per i fucili era­no buie e il luogo sembrava deserto. Bene, pensò lui. Probabilmente non è lì dentro. Tuttavia...
Respirando affannosamente, Schaeffer fece qualcosa che non fa­ceva da quasi dodici anni e mezzo: estrasse la pistola. Strinse il calcio con la mano sudata e avanzò, gli occhi che dardeggiavano senza sosta tra il capanno e il terreno, cercando di fare meno rumore possibile.

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Il ragazzo aveva una pistola? si domandò quando si rese conto di essere allo scoperto come un soldato su una spiaggia deserta. Immagi­nando la canna di un fucile comparire all'improvviso in una di quelle feritoie, puntata su di lui, Ed si sentì invadere dal panico e, chinando­si, allungò il passo e percorse rapidamente i pochi metri che lo sepa­ravano dal lato della baracca. Si premette contro il legno malconcio e cercò di riprendere fiato. Rimase ad ascoltare con attenzione. Non riuscì a sentire niente a parte il debole brusio degli insetti. Okay, si disse. Diamo un'occhiata. Alla svelta. Si alzò e guardò attraverso una delle feritoie. Nessuno.
Strizzò gli occhi e guardò il pavimento. Ciò che vide fece apparire I sorriso sul suo volto. "Jesse", chiamò nella radio in tono eccitato. "Dimmi tutto."
"Sono a un capanno a quattrocento metri a nord del fiume. Pen-| che il ragazzo abbia passato la notte qui. Ci sono degli avanzi e del-Bttiglie d'acqua. C'è anche un rotolo di nastro adesivo. E indovina Lpo'P Vedo una mappa." I "Una mappa?"
"Già. Sembra quella della zona. Sono pronto a scommettere che Jicato dove ha portato Mary Beth. Che cosa ne pensi?" il Ed Schaeffer non ebbe il tempo di sentire la reazione del suo I alla scoperta che aveva appena fatto; le urla della donna riem-) il bosco, e la radio di Jesse Corn si zittì.
Movimenti nervosi, gli occhi colmi di cattiveria. Era alto e magrissimo, come la maggior parte dei sedicenni delle piccole città della Carolina, e molto forte. Aveva la pelle arrossata e graffiata - forse il risultato di un incontro ravvicinato con una quercia velenosa  e i capelli a spaz­zola in disordine, come se se li fosse tagliati da solo.
"Ho solo portato dei fiori... Tutto qui! Io non... "
"Shhhh", sussurrò lui.
Ma le sue unghie lunghe e sporche le si conficcarono dolorosa­mente nella pelle, e Lydia si lasciò sfuggire un altro grido. Lui le pre­mette una mano sulla bocca e le si spinse contro. Lydia avvertì l'acre odore di sudiciume del suo corpo.
Voltò la testa di scatto. "Non farmi del male!" singhiozzò. "Ti prego..."
"Sta' zitta e basta! " La voce del ragazzo si spezzò come un ramo ricoperto di ghiaccio, e goccioline di saliva ricaddero sul volto di Ly­dia. Lui la scosse furiosamente come se fosse stata un cane disobbe­diente. D'istinto, Lydia cercò di liberarsi. Lui la spinse a terra e lei sentì odore di metano e di vegetazione putrida. Nella lotta il ragazzo perse una scarpa, ma sembrò non farci caso, e le premette di nuovo la mano sulla bocca finché lei non smise di opporre resistenza.
Dalla cima della collina, Jesse Corn chiamò: "Lydia! Dove sei?"
"Shhhhh", l'ammonì nuovamente il ragazzo, con uno sguardo folle negli occhi. "Coraggio, dobbiamo andarcene da qui. Se urli, ti farò molto male. Mi hai capito? Mi hai capito?" Si infilò una mano in tasca e le mostrò un coltello.
Lei annuì.
Lui la trascinò verso il fiume.
Oh, non lì. Ti prego, no, pensò, rivolgendosi al suo angelo custo­de. Non permettergli di portarmi lì.
A nord del Paquo...
Lydia gettò un'occhiata alle proprie spalle e vide Jesse Corn in piedi sul ciglio della strada. Con una mano si proteggeva gli occhi dal sole basso e scrutava il paesaggio. "Lydia?" chiamò.
Il ragazzo la strattonò con forza. "Gesù Cristo, andiamo!"
"Ehi!" gridò Jesse, scorgendoli finalmente. Cominciò a scendere per il pendio.
Ma loro erano già arrivati al fiume. Lì, tra i rami e la vegetazione, il ragazzo aveva nascosto una piccola barca. Con uno spintone fece sul i re Lydia e si allontanò dalla riva, remando con tutte le forze per niKgiimgere l'altra sponda. Una volta arrivato, spinse la ragazza giù dnlhi barca e poi tra gli alberi, dove trovò un sentiero nel sottobosco.
IN
"Dove stiamo andando?" sussurrò lei.
"Da Mary Beth. Tu starai con lei."
"Perché? Che cosa ho fatto?" domandò Lydia debolmente, la vo­ce rotta dai singhiozzi.
Ma lui non rispose, fece ticchettare una contro l'altra le unghie del pollice e dell'indice della mano sinistra con aria assorta e la tra­scinò nel bosco.
"Ed", disse la voce di Jesse Corn in tono allarmato attraverso la tra­smittente. "Dio, è successo un casino. Ha preso Lydia. L'ho perso."
"Ha fatto cosa?" Ed Schaeffer si fermò di colpo. Aveva comincia­to a correre verso il fiume quando aveva sentito le grida. "Lydia Johansson. Ha preso anche lei."
"Cazzo", mormorò l'agente, che imprecava con la stessa frequen-i con cui estraeva la pistola d'ordinanza. "Perché l'ha fatto?"
"Perché è pazzo", disse Jesse. "Ecco perché! È sull'altra sponda 1 fiume e si starà dirigendo verso di te. "
"Okay." Ed rimase a riflettere per un istante. "Probabilmente sta lando al capanno a prendere le sue cose. Mi nasconderò lì dentro i coglierò di sorpresa. È armato?" "Non sono riuscito a vedere." Ed sospirò. "Raggiungimi il più presto possibile"
"Certo."
Ed lasciò andare il pulsante rosso della trasmittente e guardò attentamente i cespugli in direzione del fiume. Non c'era traccia del ragazzo ne della sua nuova vittima. Ansimando, tornò di corsa alla baracca.  Aprì la porta con un calcio. La porta si spalancò rumorosamente e lui si affrettò a entrare.
I così carico di paura e di eccitazione, talmente concentrato su I avrebbe fatto quando il ragazzo fosse arrivato lì, che in un pri-uento non prestò attenzione alle macchioline nere e gialle che ivano davanti al viso, né al pizzicore che cominciò a sentire M che gli si propagò giù lungo la schiena. I ben presto il pizzicore si trasformò in un dolore infuocato sulle breccia, sotto le ascelle.
Ed urlò. Era il dolore più lancinante che avesse mai provato, peggio di una gamba rot­ta, peggio della volta in cui aveva afferrato la padella di ghisa senza sa­pere che Jean l'aveva lasciata sul fuoco per più di mezz'ora.
L'interno della baracca si scurì quando uno sciame di vespe si levò dal grande nido grigio nell'angolo che era stato schiacciato dalla porta quando lui l'aveva aperta. Centinaia di insetti lo attaccarono. Gli si infilarono tra i capelli, gli si posarono sulle braccia, nelle orec­chie, gli strisciarono nella camicia e nei pantaloni cercandogli la pelle, come sapendo che pungere il tessuto sarebbe stato inutile. Ed corse verso l'uscio strappandosi la camicia di dosso e con orrore vide masse di insetti lucidi che gli si aggrappavano al ventre e al petto. Rinunciò a scrollarseli di dosso e si limitò a correre, ormai incapace di pensare.
"Jesse, Jesse, Jesse! " gridò, ma si rese conto che la sua voce era ri­dotta a un debole sussurro; le punture sul collo gli avevano chiuso la gola. Corri! si disse. Corri verso il fiume.
E così fece. Corse più in fretta di quanto non avesse mai fatto in vita sua, precipitandosi attraverso la foresta. Le gambe che pompava­no furiosamente. Vai... Non ti fermare, ordinò a se stesso. Non ti fer­mare. Lasciati dietro quei piccoli bastardi. Pensa a tua moglie. Pensa ai gemelli. Vai, vai, vai... C'erano meno vespe, adesso, anche se Ed poteva vederne ancora una trentina o forse una quarantina aggrappa­te alla sua carne, gli orrendi pungiglioni che si protendevano per col­pirlo ancora.
Arriverò al fiume fra tre minuti. Cadrò in acqua, via dal dolore, via dal fuoco. Loro annegheranno. Io starò bene.
Corse come un cavallo, corse come un daino, attraverso il sotto­bosco che gli appariva come una macchia indistinta.
Avrebbe...
Un attimo, un attimo. Cosa c'era che non andava? Ed Schaeffer abbassò lo sguardo e si rese conto - quasi con una punta di diverti­mento - che non stava correndo affatto. Non era nemmeno in piedi. Giaceva sul terreno a una decina di metri dal capanno, le gambe scos­se da spasmi incontrollabili.
Con la mano cercò la trasmittente e nonostante il tremendo gon­fiore delle dita riuscì a premere il pulsante, ma le convulsioni si spo­starono dalle gambe al torso e al collo e alle braccia, e così lasciò ca­dere la radio. Per un istante ascoltò la voce di Jesse Corn che proveni­va dall'altoparlante, e quando anche la voce si interruppe ascoltò il ronzio pulsante delle vespe che alla fine si trasformò in un suono flessibile, e poi in silenzio.

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