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La serietà del plusvalore

Creato il 31 ottobre 2014 da Francosenia

9

Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "predatore"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "predatore"

Per quanto riguarda la pretesa di Lohoff ad una "critica dell'economia politica dell'informazione", rimane il punto chiave della questione di sapere come nella realtà si arrivi a rappresentare "falsamente" i supposti "beni universali", "senza valore", come "beni pagati" nel sistema valore-prezzo dell'insieme della riproduzione capitalistica, e perché si facciano allora passare gli utilizzatori attraverso la sofferenza di dover consegnare il loro "buon denaro" in cambio di queste presunte non-merci. Dal momento che Lohoff pensa di poter ridurre il problema della creazione di valore, o di plusvalore, a delle definizioni a livello di impresa individuale e a livello di singola merce, il preteso mistero della trasformazione del non-valore in valore può avvenire solo nella circolazione. Questo problema ha già dei precedenti nella vecchia teoria della crisi della critica del valore. Si trattava, lì, di chiarire la contraddizione per cui il capitalismo, attraverso lo sviluppo delle forze produttive, ed il successivo rilascio di forza lavoro che accompagna questo processo, tagli il ramo sul quale sta seduto. Questo non può essere semplicemente trattato come una mancanza di coscienza degli agenti capitalisti riguardo al carattere del loro proprio modo di produzione, ma dev'essere chiarito a partire dal meccanismo interno della struttura di riproduzione sociale, che gira "alle spalle" di questi agenti.
Nel già citato "testo primordiale" della teoria della crisi, del 1986, veniva definito il contesto nel quale, per mezzo della concorrenza, nella circolazione, è proprio il capitale a minare il sistema nel suo insieme, per mezzo della razionalizzazione della forza lavoro, riuscendo ad estrarre, per mezzo del ribasso dei prezzi dei prodotti, una quota più che proporzionale del potere d'acquisto della società, e realizzando così una quota maggiore di plusvalore sociale, la cui produzione nel suo insieme diminuisce proprio a causa del contributo sostanziale di tale razionalizzazione. In altre parole: produzione e realizzazione di plusvalore divergono. In nessun modo il capitale si appropria del plusvalore prodotto dentro le sue quattro pareti, ma si appropria, semmai, di una parte di plusvalore dell'insieme del capitale, la cui dimensione è determinata nella circolazione, per mezzo della concorrenza, nella quale ciascuno si impone proprio per l'impegno a prosciugare la fonte del plusvalore sociale totale. Tuttavia, le conseguenze di quest'osservazione, per la teoria del valore, riguardo al concetto di riproduzione globale del capitale, non sono mai stato elaborate nel dettaglio.
Lohoff e compagnia adesso riprendono queste idee nel contesto della loro limitata argomentazione, senza fare naturalmente riferimento alla fonte originale. Tuttavia, si mettono nei guai, come andremo a vedere, poiché mettono in moto solo l'insufficienza dell'approccio della teoria della crisi, svolto nella vecchia critica del valore, omettendo il potenziale di sviluppo di cui questa ancora dispone. Lohoff parla di "situazione felice" del capitale d'innovazione, nello "appropriarsi del valore esistente fuori dalle sue aziende" (id.). Questo ragionamento viene ora trasferito alla "situazione felice" del capitale-informazione, e al suo valorizzare i propri prodotti "senza valore": "per il capitale individuale naturalmente è irrilevante se sia merito suo la creazione del valore o se riesca a partecipare del valore creato altrove" (id.). Anche Samol parla, nel contesto del lavoro improduttivo, di appropriazione "di plusvalore prodotto da un'altra parte". Ugualmente, Meretz afferma che i "beni universali privatizzati" sarebbero, "a causa del loro carattere di senza valore e di non-merce... solo nella posizione... di generare una partecipazione nella massa di valore prodotta altrove".
Nel modo in cui il problema viene qui formulato, si afferma ancora una volta la riduzione definitoria positivista della sostanza del valore, con imputabilità e "possibilità di localizzazione" dirette, che ora viene sviluppata sul piano dei meccanismi della riproduzione capitalistica globale, ma solo fino alla sua piena riconciliabilità. Si sono già fatte alcune osservazioni su tale assunto, visto che non è possibile chiarire la questione delle relazioni di equivalenza nella circolazione, né la definizione concettuale del lavoro produttivo ed improduttivo, senza ricorrere al contesto interno dell'insieme del sistema; che è cosa diversa dalla mera somma dei momenti singolari. Ora si tratta di definire con maggior precisione questo problema relativamente al carattere sociale totale della massa di plusvalore e della sua realizzazione sotto forma di denaro, e continuare a sviluppare l'argomentazione ancora insufficiente della vecchia teoria della crisi e dell'accumulazione della critica del valore, correggendo un determinato punto rimasto poco chiaro.
Ciò può avvenire solo nel confronto con una riflessione che si faccia valere contro l'elaborazione teorica della critica del valore, in particolare quella di Michael Heinrich, che sotto un determinato punto di vista continua a sviluppare la critica della "teoria del valore pre-monetaria" di Backhaus, fra le altre. Heinrich afferma che la teoria del valore di Marx è ancora legata all'economia classica borghese, nella misura in cui trascinerebbe con sé una comprensione "naturalista" del valore, inconsistente dal punto di vista dell'insieme della produzione capitalista. Come argomentazione, si tratta di un approccio somigliante a quello da me rappresentato nel senso della critica del valore, mediante la definizione di un "doppio Marx". Tuttavia Heinrich si riferisce a qualcosa di diverso, si riferisce all'analisi stessa della forma valore. Si mescolano qui in Heinrich due momenti, uno giusto ed uno sbagliato. Il momento giusto parla proprio della presunta "imputabilità" e "possibilità di localizzazione" dirette della sostanza del valore, che servono da base a tutte le argomentazioni di Lohoff & Co.
Heinrich sottolinea, in primo luogo, riguardo alla questione che costituisce veramente la rivoluzione teorica di Marx nei confronti dell'economia classica borghese: "Adam Smith in un primo momento si è confrontato con un unico atto di scambio e si è domandato come si potesse definire una relazione di scambio; Marx, al contrario, ha visto la relazione di scambio individuale come parte di un determinato contesto sociale totale... e si è domandato poi cosa significasse questo per il lavoro speso da tutta la società" (Michael Heinrich, "Critica dell'economia politica", Introduzione). A questo attinge anche Lohoff, il cui ragionamento fondamentale si rivela però come una ricaduta sul punto di vista dell'economia politica borghese. Heinrich poi rimuove l'effetto chiave ai fini della comprensione della sostanza del valore da parte del marxismo tradizionale: "Il discorso sulla sostanza del valore è stato inteso soprattutto in modo quasi materiale, 'sostanzialista': il lavoratore o la lavoratrice avrebbero speso una determinata quantità di lavoro astratto, e questo quantum si sarebbe ora accumulato come sostanza del valore, in ciascuna merce, e avrebbe trasformato ogni cosa, individualmente, in un oggetto di valore" (id.). Anche Lohoff arriva a questo, dal momento che questa "accusa" è al centro della sua argomentazione.
Nella misura in cui si tratta di "possibilità di localizzazione" pretesamente immediata della sostanza del valore in ciascuna merce individuale, è stato elaborato qui un decisivo punto di vista della critica. Heinrich torna ripetutamente a ricordare che il valore sostanzialmente non può essere attribuito a ciascuna merce individuale. E stabilisce la sua versione del "doppio Marx" nel fatto che Marx, da un lato, solleva il contesto della mediazione sociale totale, ma, dall'altro lato, con l'espressione di un "valore individuale", torna ripetutamente a cadere nella comprensione "naturalista" di una "possibilità di localizzazione" individuale ed immediata. Così, finisce per fallire anche il tentativo della trasformazione valore-prezzo; un problema che, perciò, non trova soluzione nel marxismo (Lohoff non è ancora arrivato a questo, poiché come abbiamo visto non va oltre il primo capitolo del primo volume del "Capitale").
Ma Heinrich mescola il momento giusto di questa critica con un momento errato, nella misura in cui introduce un secondo concetto della presunta comprensione "naturalista" di Marx e dei marxisti. Nega la definizione marxiana di lavoro astratto come dispendio di energia umana (in relazione alla validità sociale), ossia, di "nervo, muscolo e cervello". Anche questo sarebbe (a somiglianza del ragionamento di Rubin già negli anni 30) una definizione erronea "fisiologica-naturalista" e perciò presumibilmente trans-storica. Così, però, lo stesso Heinrich regredisce al punto di vista dell'economia politica borghese, che non ha alcun concetto di lavoro astratto. La riduzione attuata del cosiddetto lavoro concreto a dispendio astratto di energia umana nella relazione di validità sociale, è capitalista e niente affatto trans-storica. Nel denunciare il concetto marxiano di sostanza come "naturalista" anche da questo punto di vista, Heinrich elimina il problema della sostanza in quanto tale, per cui allora non si può dichiarare nemmeno in cosa consista in realtà il contesto di mediazione sociale totale del valore, in accordo con il suo contenuto. Il valore si riduce così per lui alla relazione di scambio, addirittura alla relazione di prezzo, in quanto la merce individuale in sé non può rappresentare alcuna oggettività di valore astratto. A partire da questo, parla espressamente di un'unica "teoria del valore" vigente, quella "della circolazione". Si dissolve l'unità attuata, e conseguita attraverso frizioni, di produzione e di circolazione, o di realizzazione del valore; il valore viene ad essere solamente il figlio della circolazione, essenza ed apparenza allora coincidono (come nel pensiero postmoderno in generale). Proprio come i precedenti critici della "teoria pre-monetaria del valore", anche Heinrich si volge verso l'ideologia della circolazione, in modo specifico.
Ora, come può essere risolta la contraddizione fra, da una parte, la corretta critica alla "imputabilità" e alla "possibilità di localizzazione" diretta della sostanza del valore in ciascuna merce isolata ed in ciascuna azione di mercato, o relazione di scambio isolato (come nella teoria borghese, nel marxismo e din modo particolarmente grossolano in Lohoff) e, dall'altro lato, la necessaria definizione di lavoro astratto come sostanza del valore, in quanto dispendio di energia umana? E' possibile solo se il problema stesso di sostanza viene trattato come contesto di mediazione sociale totale, invece che come determinazione della grandezza individuale. Da questo punto di vista, la divergenza fra produzione e circolazione coincide con la divergenza fra oggettività del valore sostanziale ed astratto e la determinazione della sua rispettiva grandezza. In altre parole: la sostanza del plusvalore (è solo di questa che si tratta e non della sostanza del valore in generale), anche relativamente alla sua produzione, può essere concepita solamente come globalmente sociale, e non come somma del dispendio, imputabile a ciascuna impresa, di una determinata quantità spesa di "nervo, muscolo e cervello" (in questa modo, nella polemica con Heinrich, è esigibile anche una correzione all'altro testo fondamentale della vecchia critica del valore, il mio saggio "Lavoro astratto e socialismo", in Marxistische Kritik 4, 1987; allora l'oggettività del valore di ciascuna merce veniva ancora posta come identica alla determinazione della sua grandezza, e non era ancora stato elaborato il problema della mediazione sociale totale, nonostante fosse corretta la critica a Backhaus sotto altri aspetti).
Sul piano di ciascun capitale individuale si spegne la differenza fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Non si può andar lì e valutare i nostri dispendi individuali di lavoro (per esempio in unità di tempo) che producono esattamente plusvalore sostanziale. Questo significa che la differenza fra capitale innovatore e capitale mediamente produttivo, oppure, da un altro lato, fra capitale produttivo ed improduttivo in generale, non rappresenta magari dei casi speciali nei quali avviene "appropriazione" di una massa di plusvalore prodotto altrove. Al contrario, fondamentalmente ogni dispendio capitalista individuale di lavoro astratto e ogni realizzazione capitalista individuale di plusvalore nella circolazione, differiscono. Il dispendio capitalista individuale di lavoro astratto costituisce all'inizio una parte indeterminata, quanto alle sue dimensioni della sostanza del plusvalore sociale totale, che rimane ugualmente indeterminata per quanto riguarda la sua dimensione totale, in quanto non si realizza.
Nessuna merce individuale, di qualsiasi specie sia, "incorpora" perciò una determinata quantità di lavoro astratto produttivo speso, per così dire, "personalmente" di per sé, ma tuttavia, sotto la forma del prezzo di circolazione, rimane sempre una determinata parte di quantità di lavoro astratto produttivo speso nell'insieme della società. Una volta che tale rappresentazione del valore avviene già sempre sotto forma di denaro, come processo mediato nell'insieme della società, e non magari come trasformazione nella forma del valore di ciascuna quantità di lavoro utilizzato in ciascuna merce individuale, la quantità di valore alla fine "incorporata" in ogni merce individuale sotto forma di denaro non ha niente a che vedere col fatto che nella sua produzione in quanto cosa-merce non sia stato speso alcun lavoro; lavoro improduttivo o produttivo (o un misto di entrambi). Questa è anche la ragione per cui l'equazione "x cappotto= y tessuto" può essere solo una cifra concettuale nella relazione di equivalenza sociale delle merci nel suo insieme, e non una relazione di equivalenza immediata per ciascun atto-transazione sul mercato. Se un cappotto costa 20 euro questo non significa, in alcun modo, che il cappotto rappresenti, per esempio, 2 ore di lavoro applicato ad esso individualmente, nel quale i 20 euro dovrebbero corrispondere all'equivalente di 2 ore di lavoro. Il postulato di equivalenza è valido solamente nel senso per cui la quantità di valore sociale totale e la quantità di prezzo sociale totale devono corrispondere. Il fatto per cui una cosa non può mai confliggere con l'altra, si ripercuote nelle contraddizioni e nelle frizioni che avvengono nell'insieme della produzione; per esempio nella bancarotta, nel processo di debito e nella svalorizzazione, nelle crisi congiunturali e strutturali e, alla fine, come limite interno assoluto su questo piano se - per mancanza di sufficiente sostanza in generale - non è più possibile stabilire una qualsiasi equivalenza valore-prezzo per l'insieme della società, neppure approssimativa. Così ora, a partire dalla prospettiva del processo d'insieme della riproduzione capitalista suesposto, diviene definitivamente chiaro quanto sia sorprendentemente ingenua dal punto di vista teorico la scoperta dei "beni universali" - senza forma di merce in sé - fatta da Lohoff, per cui tali "beni universali" non disporrebbero di sostanza di valore "individuale".
Non esiste alcun "valore individuale". Il carattere del lavoro astratto - come riduzione al dispendio di energia umana, e della merce individuale come oggettività astratta del valore (relativamente alla sua qualità socialmente valida) - non viene pregiudicato in niente; solo la sua grandezza rimane indeterminata, in quanto determinabile solo come unità conseguita nella frizione di produzione e circolazione (realizzazione) del plusvalore, nel contesto della riproduzione sociale totale. Anche per questo la sostanza del valore non può apparire, quanto alla sua dimensione, come somma contabilizzabile del dispendio di tempo di lavoro, ma solo nella forma di apparenza del valore di scambio, nella forma del prezzo e della rispettiva realizzazione come somma di denaro. Per tale ragione ancora non è possibile una qualche trasformazione valore-prezzo contabilizzabile. Si noti di passaggio che questo contesto mostra anche l'impossibilità di un socialismo inteso come contabilizzazione del tempo di lavoro (come avviene, per esempio, in Engels), dove la forma feticcio del valore finirebbe per essere rappresentata solo, per così dire, "naturalmente", come contabilizzazione delle unità di tempo di lavoro, assunto, e perciò supposto, come "pianificabile"; cosa che finirebbe per essere la quadratura del cerchio, o l'impossibile consumo "cosciente" della mediazione del feticcio.
Sebbene con questo non si esaurisca il contesto dell'argomentazione riguardo a tale problema, voglio lasciare provvisoriamente le cose come stanno, visto che è perfettamente sufficiente per quanto riguarda la critica a Lohoff & Co (una discussione più dettagliata verrà inclusa nel libro ancora in elaborazione "Lavoro morto. La sostanza del capitale e la teoria della crisi di Karl Marx"). Per la vecchia teoria della crisi della critica del valore, questo significa che il carattere sociale totale della realizzazione della massa di plusvalore deve essere conseguentemente esteso alla sua produzione; che questa massa non si presenta come somma del plusvalore incorporato nelle merci individuali, ma come l'insieme della massa sociale invisibile che viene realizzata dalle merci nella vendita, indipendentemente dal dispendio specifico di lavoro in sé. Quindi, senza oggetto, non è rilevante la discussione sulla sostanza del valore che "qui" manca, e sulla "appropriazione" della sostanza del valore prodotta "altrove". Per corrispondere alla pretesa della teoria critica del valore, Lohoff avrebbe dovuto sentirsi obbligato ad approfondire le argomentazioni di Heinrich. Nella sua ansia di avere successo come affascinante starlet intellettuale del party, nel "circolo" teoricamente insipido dell'alternativa digitale, ha però schivato questo dibattito con la critica di Heinrich, la quale critica distrugge alla radice il suo ragionamento. Come sempre, però, questa mancanza di sviluppo teorico non porta semplicemente a bloccare un riflessione precedentemente insufficiente, ma porta ad una regressione brutale, come si vedrà più avanti.
Lohoff, da parte sua, è qui abbastanza spudorato da smarcarsi per mezzo di una critica apparente della comprensione "naturalista" del valore: "Da sempre quel che domina nelle scienze economiche è un'idea naturalista del valore. La creazione del valore viene intesa non come forma di relazionamento sociale, ma come qualità sovra-storica della cosa". Questa critica al concetto positivista borghese del valore dell'economia politica, tuttavia, non ha niente a che vedere con la critica interna di Heinrich ad una comprensione "naturalista" del valore nel marxismo (e in via residuale anche in Marx), che si relaziona:
a) con l'imputabilità individuale del lavoro astratto in ciascuna merce come determinazione di grandezza del valore
e b) con la caratterizzazione del lavoro astratto come dispendio di energia umana (nervo, muscolo e cervello).
Lohoff non discute con l'ultima critica, errata, né con la prima, giusta. Si tratta di un procedimento tipico di Lohoff; i concetti vengono afferrati in maniera associativa ("comprensione naturalista") o perfino creati ("beni universali") per suggerire profondità teorica, mentre nel proprio assunto è in atto la più completa confusione, o la semplice ignoranza. Lohoff ritiene di aver già raggiunto una "interpretazione del valore ricardiano-marxista", quando rifiuta la contabilizzazione del lavoro di informazione improduttivo (in termini capitalistici) come "insieme di lavoro produttivo"; cosa che si trova in alcuni autori. La prima giusta critica di Heinrich alla "comprensione naturalista" si riferisce, però, ad un qualcosa di completamente diverso, ossia, all'imputabilità individuale del dispendio di lavoro ed alla possibilità di avere valore, o grandezza di valore, in ciascuna merce. In questo senso, è proprio la comprensione di Lohoff ad essere chiaramente naturalista, "ricardiano-marxista". Come è stato già dimostrato, sulla base del richiamare l'attenzione - da parte di Heinrich - sul vero carattere della rivoluzione teorica di Marx, l'economia borghese classica, nel suo concetto di valore, parte sempre dall'atto individuale di produzione o di scambio, mentre Marx parte dalla struttura dell'insieme della riproduzione sociale (scivolando, però, in parte, su un concetto di valore "individuale", come resto della teoria del valore borghese, che lo porta a delle incongruenze). Tutta l'argomentazione di Lohoff si basa invece su una ricaduta conseguente nella concezione "ricardiano-marxista", corrispondente al concetto di valore borghese classico, della "possibilità di localizzazione" e della "imputabilità individuale" del dispendio di lavoro produttivo individuale per ogni singola merce.
La vecchia teoria della crisi della critica del valore partiva già dal carattere sociale totale della realizzazione del plusvalore, mentre la "possibilità di localizzazione" della produzione di plusvalore rimaneva ancora aperta ed irrisolta. Tuttavia, già allora era perfettamente chiaro che ogni mediazione passava all'interno del "sistema produttore di merci". Si trattava, pertanto, dei meccanismi di produzione e di realizzazione del plusvalore, ed in nessun modo di un antagonismo fra merci "reali" ed altre (al fondo) non-merci. Dal momento che Lohoff costruisce quest'antagonismo, egli non estende il carattere sociale totale del plusvalore alla sua produzione, ma, al contrario, dissolve nella circolazione anche la realizzazione di questo carattere sociale, per mezzo dell'antagonismo fra plusvalore "serio" e plusvalore "non-serio". La caduta ideologica in un antisemitismo strutturale - che aveva già drizzato le orecchie nell'ideologia dello "scambio equo" relativamente all'equivalenza diretta e sulla base di una "riproducibilità senza lavoro" dei beni d'informazione - diviene ora definitivamente manifesta sul piano del capitale nell'insieme della sua riproduzione.
La ben nota critica tronca del capitalismo, ridotta al "capitale finanziario" improduttivo, senza lavoro e speculativo, ora si allarga al "capitale dell'informazione", che un bel mattino avrebbe introdotto il contenuto del valore ed il carattere di merce nelle sue presunte non-merci. Nei corrispondenti "circoli" è già da molto tempo che gira il concetto di una "rendita da informazione" "ingiusta", speculativa, analogo al concetto di rendita "ingiusta" proveniente da transazioni finanziarie speculative. Invece di sottomettere tale idea alla critica dell'ideologia, Lohoff pretende di fornirle un'adeguata teoria di legittimazione da parte della "critica del valore". Il concetto di "rendita da informazione" improduttiva si è trascinato finora "senza grandi pretese teoriche", ed ora il pretenzioso Lohoff recupera il tempo perduto: "Il lavoro d'informazione è diventato il fondamento di un nuovo tipo di rendita, la rendita d'informazione. Nel caso dei capitalisti dell'informazione, considerando il senso strettamente categoriale, non si tratta di capitalisti, ma di una variante particolare di redditieri". Questo implicherebbe una "posizione privilegiata" nella riproduzione capitalista, dal momento che ci sarebbe "appropriazione di plusvalore prodotto altrove" da parte di questi redditieri dell'informazione. Non serve una qualche deformazione denunciatoria per riconoscere qui una variante della contrapposizione ideologica tra capitale "produttivo" e capitale "predatore".
Mentre la "Krisis" residuale, a partire dal vecchio fondo della critica del valore, critica anche (in ogni caso, appena superficialmente) la critica tronca del "capitale finanziario", Lohoff ha creato ora, con pretese teoriche, una seconda specie di "locuste". Qui possiamo riconoscere, in analogia con la metafora delle "locuste", anche un aspetto più ampio. La critica tronca al "capitale finanziario" presuppone, com'è noto, un'inversione fra causa ed effetto, per cui gli "speculatori" bloccherebbero gli investimenti reali e l'accumulazione attraverso la costruzione di bolle finanziarie, ragione per la quale il "buon denaro" dovrebbe essere nuovamente guidato verso la strada produttiva, per mezzo dell'intervento politico, per creare così finalmente i meravigliosi "posti di lavoro". La "teoria" di Lohoff delle "rendite non serie d'informazione" implica un'inversione analoga relativamente ai rendimenti improduttivi suppostamente usurai del capitale-informazione: se le autentiche non-merci che sono i beni d'informazione "senza valore" - in quanto falsa imputazione individuale – fossero finalmente fatti diventare "senza prezzo" ed i redditieri dell'informazione perdessero la loro posizione privilegiata, allora anche loro non potrebbero "appropriarsi" di un qualche "plusvalore prodotto altrove". Così si prenderebbero facilmente i classici due piccioni con una fava: i disgraziati "utenti", finalmente, non dovrebbero spendere il loro "buon denaro" in non-merci senza sostanza, e l'accumulazione reale, liberata dalla zavorra improduttiva delle "rendite d'informazione", potrebbe guadagnare nuovo spazio di manovra, o per lo meno la crisi potrebbe venire un po' alleviata. Si dimostra così, senza ombra di dubbio, fino a dove possa arrivare forzatamente una comprensione tronca della "sostanza del valore", il cui approccio si limita alla (errata) interpretazione definitoria del primo capitolo del "Capitale". La soppressione della mediazione, messa in atto da Lohoff, continua a trasformare la riflessione teorica in ideologia.

10 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!


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