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La Spagna delle file.

Creato il 18 maggio 2014 da Ilariadot @Luna84

Ho letto un articolo, su ABC. Parlava dello strano record di un gruppo di ragazzine. La cosa piú agghiacciante erano i sorrisi stampati sulla foto. La profusione d'immotivato orgoglio. Le espressioni, cosí famigliari da chiedermi se per caso non le conoscessi giá.
Si sono messe d'accordo tramite social network, cosí c'era scritto. 107 adesioni per un solo, folle, piano: accamparsi davanti allo stadio Vicente Calderón di Madrid in attesa degli One Direction. DUE. MESI. PRIMA. DEL. CONCERTO. La Spagna delle file.


Avevo appena finito di dire che non mi stupisco piú di nulla, alla notizia che per il live di Dani Martín al Palacio de Los Deportes stanno facendo la fila da una settimana. Poi questo. Quel guizzo negli occhi. I commenti ironici di chi condivideva l'articolo su Facebook gioendo solo del fatto che qualcuno é messo peggio di lui. Nessuna condanna. Non abbastanza forte, almeno, secondo me. C'é da dire che le tipe si sono organizzate. Insomma, in 107 non ci stanno, in una prima fila. A questo arrivano persino loro. Allora hanno creato una tabella per il conteggio orario, tipo quelle che si fanno in ufficio o all'universitá. Chi totalizzerá piú ore di presenza in fila nel corso dei due mesi, si aggiudicherá l'ingresso nel gruppo delle prime quindici, chi ne fará un po' meno nelle seconde quindici, e cosí via. L'unica cosa certa é che tutte dormiranno all'addiaccio. Con trenta gradi al sole nelle giornate piú calde. Forse qualche temporale pre-estivo. Avvolte dalla scarsa sicurezza della notte. Circondate da ubriachi, tifosi, e dalle lamentele dell'Atletico de Madrid. Perché gliel'aveva chiesto, la societá, se per favore potessero aspettare almeno fino alla fine della Liga. Ma queste niente, non c'hanno neanche fatto caso. In fondo chi se ne frega, se intralci l'organizzazione di altri eventi, partite, concerti. Il mondo non conta, se vuoi stare vicino ai tuoi idoli. Ché poi lo giustificano – tutti, sempre – con la “necessitá di lottare per realizzare un sogno”. Perché se fai cosí nessuno ti dirá che hai torto. Perché te l'hanno insegnato i genitori, i maestri, i professori, persino le canzoni e le pubblicitá. Perché la vita é una, va vissuta, e via dicendo. Ma non si puó andare avanti soltanto per slogan. Quegli slogan dovrebbero parlare di trasferirsi all'estero, di cercare di ottenere il lavoro che desideri, di conquistare il ragazzo che ami. Non di un dannatissimo posto a pochi metri da un tizio sotto ai riflettori. I genitori, del resto – e questa é la seconda cosa piú agghiacciante dell'articolo – le spalleggiano. Hanno sborsato di tasca loro i 198 (CENTONOVANTOTTO!) euro del biglietto VIP, e, come se non bastasse, ora passano qualche notte in tenda assieme a loro. Le coccolano. Le giustificano. Portano loro del cibo e degli appunti perché studino, ogni tanto, almeno. Come se davvero fosse razionalmente plausibile studiare con successo sedute sull'asfalto davanti al Calderón. Come se ci credessero, persino. Fa molto “ai miei tempi”, molto vecchia zia bacchettona, lo so. Eppure non posso fare a meno di pensare ai miei primi concerti, a quando avevo quattordici anni e la testa piena di inutilitá. I miei acconsentivano ad accompagnarmi al palasport in macchina, a vedere i LúnaPop o il Festivalbar. Mi venivano a riprendere. Pagavano il biglietto. Accompagnavano a casa le mie amiche. Eppure MAI mi sono sognata di chiedergli di saltare scuola. Mai me l'avrebbero permesso. Come mai mi avrebbero concesso di dormire lá fuori. Ci si andava il pomeriggio, in fila. Dopo i compiti, a un orario ragionevole. Ed andava benissimo cosí. Poi, intendiamoci: penso che accamparsi in attesa di un concerto, dormire una notte in tenda, sia un rituale di passaggio che tutti dovrebbero sperimentare. Io l'ho fatto, una volta compiuta la maggiore etá. L'ho fatto – lo sapete – in piú di un'occasione anche in tempi recenti. In fondo una notte in tenda, una volta ogni tanto, puó anche essere divertente viverla. Sei in compagnia di amici. Magari qualcuno ha portato una chitarra e un paio di bottiglie di Tinto de Verano Sandevid. Una notte la passi chiacchierando, cantando, conoscendo gente. E il giorno dopo sei sfibrata, sfinita, sí, ma in qualche modo ne sará valsa la pena. Una notte, d'accordo. Ma...due mesi? Una settimana? A quanto? Quattordici, sedici anni di etá?Non so se ve l'ho giá raccontato; ma a Barcellona, lo scorso mese di Dicembre, una ragazza e sua madre avevano dato 100 euro ad un ragazzo di colore perché facesse la fila al posto loro, dormendo in tenda la notte prima del concerto di Dani. Scherzando dicevo che potrebbe nascerne una professione. Che magari quei 100 euro li avesse dati a me! Sotto sotto, peró, c'era un sentimento di grandissima inquietudine.
E lo so: quello delle file ai concerti non é un fenomeno solo spagnolo. Succede in tutto il mondo, succede anche qui. Ma parlando con un'amica francese conveniamo su un fatto: nessuna di noi due l'ha mai visto cosí pericolosamente esasperato come nella Penisola Iberica. Nei nostri Paesi ci si accampa per i gruppi piú importanti. Quelli che vengono da fuori; quelli che magari fanno una sola data nazionale. E lo si fa per una notte, due al massimo. Del resto piazzare le tende in spiazzi pubblici non é neanche del tutto legale. Né in Italia né in Francia si sono mai viste file di settimane o addirittura mesi. Non con la frequenza con cui accade in Spagna.
La Spagna delle file.Mi é sempre piaciuto fare della sociologia spicciola. Associare il fenomeno a un carattere passionale, lo stesso che porta le signore di una certa está ad accamparsi per vedere la statua di Cristo da vicino in una processione; Magari attribuirlo al clima, che invoglia a stare all'aperto. Piú probabilmente, peró, la responsabilitá sta in chi lo permette. Nella legge, nelle famiglie, e nella societá che lo considera normale. Che vi dedica articoli di quattro o sei colonne corredati di foto ed interviste piene di frasi ad effetto. Ai “lottare per un sogno” vari ed eventuali. Ancora prima (e mi spiace dirlo, non sapete quanto!) sta negli artisti. In tutti quei cantanti e idoli delle masse che si profondono in ringraziamenti ed atti di benevolenza nei confronti di chi si accampa lí per settimane. Perché é vero: é un gesto di enorme umanitá mostrare gratitudine; palesarsi la notte nel luogo in cui i tuoi fan ti stanno aspettando muniti di tenda; portare addirittura del cibo. Sono gesti che dimostrano un gran cuore, senz'altro. Nessuno dice né dirá mai il contrario. Eppure, hanno anche l'effetto di far sentire questa gente importante. Di far credere alle ragazzine che “dimostrare amore” al proprio idolo significhi aspettarlo per dei giorni sotto al sole. E piú giorni l'aspetti piú lo ami. Piú settimane ti accampi, piú sei una brava fan. Anche se poi svieni nel bel mezzo dello show per la stanchezza accumulata, il caldo e la cattiva alimentazione. Cosí, i concerti in Spagna sono sempre piú una lotta alla sopravvivenza. Se vuoi stare davanti, devi arrivare prima degli altri. E allora gli altri arrivano prima. E prima ancora...Sapete che c'é? Io, che amo quel Paese piú di ogni altro al mondo; Io che ho fatto e faccio parte di quell'ambiente; Io che vorrei un biglietto per le gradinate pur di evitare tutto questo, ma non riesco a convincere chi mi accompagna a rinunciare al parterre;

Ecco; io, qualche giorno fa, ho letto quell'articolo su ABC. E penso che ci sia, in quello stesso Paese che amo, un problema che pare nessuno veda. Uno di quelli che non puoi risolvere senza un cambio radicale. Cosí ora vado a fare la valigia, vagamente rassegnata a quell'asfalto, chiedendomi se mai qualcuno, un giorno, se ne accorgerá.  

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