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La staffetta

Creato il 03 maggio 2011 da Renzomazzetti
le colombe di Guttuso.

le colombe di Guttuso.

Marco era la migliore staffetta della zona. Figlio di contadini, svelto e astuto, occorrendo sapeva fare il finto tonto con un’aria così amabile e innocente da trarre in inganno il più zelante segugio della polizia. Il suo aspetto e la sua giovane età, sedici anni vivi e ridenti, lo aiutavano a cavarsi d’impaccio in determinate situazioni. Egli aveva il compito di mantenere il collegamento tra le formazioni partigiane che operavano sui colli delle Tre Croci e la pianura circostante dove c’era un complesso industriale. Da molto tempo gli avevano promesso di passare tra i combattenti. La sua sete di giustizia era concreta. Viaggiando vedeva atrocità e soprusi e sentiva il bisogno di vendicarli. Fare la staffetta gli pareva poco. Verso la fine di aprile del 1944 Marco portò la notizia che, a giudicare da certi movimenti, si poteva supporre che il nemico si accingesse a spostarsi verso nord. C’era da temere che prima di andarsene facesse saltare le fabbriche. Il ragazzo ricevette l’incarico di raccogliere elementi più dettagliati e precisi. Tornò sopra dopo cinque o sei giorni, la mattina del 30 aprile. Presentatosi al comando, notò dei preparativi insoliti: bandiere, qualche bottiglia e una pulizia generale. Fate festa? Domandò. Domani è il Primo Maggio, rispose Lupo con un tono significativo. Bisognava prevenire i guastatori tedeschi. Era urgente. Il ragazzo voleva sapere di più del Primo Maggio. Era nato e cresciuto sotto il fascismo e domandò ad un vecchio partigiano. Nella notte c’erano soltanto gli occhi del vecchio, assorti, lontani, eppure più vivi che mai. Disse: ne ho celebrati di tali giorni, proferì lentamente, a bassa voce, quasi cercasse nella memoria. Quanti ne abbiamo celebrati! Il più vivo per me rimane sempre quello del mio paese, quando ero un ragazzo della tua età: la gente si raccoglieva fuori dell’abitato, ingrossava, avanzava sullo stradone polveroso, bandiera in testa: La bandiere rosse splendevano al sole, i bambini a cavalluccio dei padri recavano fronde e fiori. Poi in città una volta assistetti a una carica di cavalleria, una donna rimase schiacciata sul marciapiede. Una cosa orribile! Tu sei giovane non conosci queste cose, non puoi sapere quante lotte ricorda il Primo Maggio, che è la festa dei lavoratori di tutto il mondo. Marco un perdeva una parola e domandò: anche dei tedeschi? Anche dei tedeschi, rispose il vecchio. C’è chi approfitta dei popoli per scagliarli l’uno contro l’altro. Verrà un giorno in cui tutti gli uomini, tutti tutti, capiranno ciò e celebreranno il loro Primo Maggio di fraternità e di pace. Ricordalo! Domani, scendendo a valle, pensa a quel giorno di gioia che io non vedrò perché sono vecchio, ma tu sicuramente potrai godere. Marco lasciò la cima verso la mezzanotte. Passò dalla parte della Croce piccola che era la strada più lunga ma la più sicura. Le parole del vecchio lo avevano infiammato. Il vento gli portava il rombo delle cariche di cavalleria che egli, Marco, respingeva da solo. Ogni stella diventava un sole dietro il quale palpitava viva una bandiera. La donna schiacciata contro il marciapiede risorgeva e guidava una folla che la accompagnava, alle spalle, ai lati, compatta e possente ma non minacciosa. E i bimbi felici sulle spalle dei genitori come per gioco. Questo era il Primo Maggio di domani, giorno della fraternità umana, del quale parlava il vecchio partigiano. Sapeva sparare, ma le parole del vecchio avevano una forza superiore a quella delle pallottole: foravano l’avvenire. A salti, a corse, a volo quasi, giunse a metà dell’ultimo pendio che le stelle erano già tutte impallidite. Non molto lontano si profilavano le ciminiere delle fabbriche, i tetti delle case, le strade. L’alba poteva essere imminente. Rallentò il passo: era sudato ma non stanco; felice sì, e con gli occhi ancora pieni della stupenda visione. Si portò una mano al petto: il messaggio era lì e lo sentiva quasi battere insieme al suo cuore. Non era un messaggio come gli altri: arrivava per salvare il lavoro, parlava di pace; non si rivolgeva alle fabbriche soltanto, ma al mondo, a tutto il mondo. Egli lo recava. Alto sulla china verde, mentre il sole si levava illuminandogli la testa ricciuta, pareva veramente il messaggero di un nuovo giorno… (meditazione tratta da: Il messaggio, racconto del Primo Maggio 1945 di Romano Pascutto).

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PORTELLA DELLE GINESTRE

Portella delle Ginestre

e i morti calabresi

e quelli delle Puglie,

quelli di Reggio Emilia;

e quelli morti in fabbrica

e quelli sui cantieri

e quelli avvelenati

dall’acido e il benzolo…

 

Non aspettar San Giorgio che lui

ci venga a liberare;

non aspettar San Marco che lui

ci venga a vendicare coi fanti e i cannoni…

 

E quelli che son crepati

di tisi e silicosi

e il cancro alla vescica per più di mille donne

e i morti giù in miniera…

ma basta con ’sto elenco:

son venticinquemila

crepati in poco tempo, in pochi anni;

nessuno paga i danni,

è roba del padron, comanda lui.

 

E non gridare aiuto, eh no!

Chi può aiutarti, oppresso,

è il tuo compagno stesso, è lui

che ti potrà salvare, soltanto lui.

 

Però

bisogna buttarci tutto

< o merda o berretta rossa! >

 

O merda o berretta rossa!

Chi non vuol provar la scossa

sta dalla parte del padrone e la pagherà,

sta dalla parte del padrone e la pagherà.

 

-Dario Fo e Paolo Ciarchi-

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Bandiera Rossa.

Bandiera Rossa.

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