La transmutazione del capitale finanziario in capitale economico e il paradosso dell’inflazione

Creato il 08 luglio 2014 da Zeroconsensus

In questa particolare fase economica europea, caratterizzata da una tendenza alla disinflazione se non da una vera fase di deflazione, nei mass media il dibattito è incentrato su come possa essere “rilanciata” una sorta di inflazione “sana” che segnali la ripresa dei consumi e degli investimenti in Europa.

In passato, possiamo dire per decenni, il dibattito invece è stato di segno opposto ovvero su come annientare la “piaga” dell’inflazione che era considerata alla base di tutti i mali. Da questo si potrebbe dedurre  che esista un punto dove – per valori superiori – l’inflazione distrugga il potere d’acquisto delle persone e che le riduca in povertà reale e allo stesso tempo – per valori inferiori a questo punto – si finisca in una situazione reale caratterizzata da stagnazione e alta disoccupazione.  Verrebbe quasi da pensare che esista un fantomatico punto di equilibrio, di tasso d’inflazione ottimale, che le politiche fiscali dei governi e le politiche monetarie delle banche centrali dovrebbero continuamente ricercare. Ovviamente è facile capire che questo livello di inflazione “ottimale” non verrà mai trovato perché è impossibile che esso sia un “punto fisso” ma che esso a sua volta fluttui essendo influenzato/spostato da una miriade di variabili quali, per esempio, il costo delle materie prime, la situazione internazionale, le variazioni degli ordinamenti giuridici in materia di diritto del lavoro e via discorrendo.

Guardando però questa eterna caccia al livello di inflazione ottimale con un’altra lente possiamo vedere altre cose interessanti, forse fino al punto di ipotizzare che l’inflazione ottimale non solo è introvabile (perché in continua fluttuazione) ma che esiste una contraddizione insanabile tra diverse forme di capitale che rendono inesistente il punto stesso.

A seconda dell’utilizzo del capitale (e dunque del suo grado di liquidità/liquidabilità) possiamo classificarlo in:

  1. Capitale finanziario ovvero quel capitale in forma di moneta, titoli di credito o titoli di proprietà facilmente liquidabili in un determinato mercato finanziario:
  2. Capitale economico ovvero quel capitale investito in beni reali (generalmente all’interno di un’azienda) e che dal suo utilizzo si dovrebbe creare “valore” per gli investitori.

Sotto l’aspetto dell’inflazione queste due “forme” di capitale hanno interessi – a mio umile parere – divergenti. Il primo ha interesse ad un livello di inflazione il più basso possibile fondamentalmente per un motivo: più basso è il tasso di inflazione più facile è trovare un’allocazione di questo capitale in grado di dare rendimenti reali (rendimento nominale meno tasso d’inflazione) positivi e dunque convenienti. Indipendentemente dalla scuola monetaria alla quale si aderisce (teoria quantitativa, scuola di Cambridge o scuola endogena) credo che tutti possano accettare che ad un più alto livello di inflazione si abbia un maggior livello di crescita economica. Al contrario una spinta deflattiva comporta un ristagno o una diminuzione dei consumi (anche per il fatto che se le aspettative sono per un ulteriore abbassamento dei prezzi il consumatore tende a posticipare i consumi nella speranza di riuscire ad ottenere un prezzo ancora più conveniente). In una situazione deflattiva è evidente che coloro che hanno investito i propri capitali in capitale economico rischiano di veder vanificato il proprio investimento proprio a causa della diminuzione dei consumi e di conseguenza del sotto utilizzo dei beni nei quali si è investito. Al contrario il capitale economico prospera (produce profitti) in un ambiente economico inflattivo, ovvero in un ambiente economico dove vi è una robusta domanda di beni e servizi.In sostanza si potrebbe dire che non solo il livello di inflazione ottimale tra le esigenze del capitale e le esigenze del lavoro (vedasi la “curva di Phillips” per esempio) sia impossibile da trovare ma che sia inesistente perché esiste anche un conflitto tra le esigenze del capitale finanziario e quelle del capitale economico.

Venendo all’oggi è curioso ma secondo me indicativo un grafico pubblicato dall’Economist di questa settimana.

Come si può notare il capitale economico è in una evidente fase di contrazione a livello globale. Al contrario - basta guardare gli indici delle borse - il capitale finanziario è ai massimi. Il fatto che viviamo una situazione economica dove l’inflazione è mediamente molto bassa e le aspettative di crescita del Pil sono altrettanto basse (almeno in USA ed Europa) implicano forse una preferenza per il capitale finanziario a dunque a danno del capitale economico ovvero degli investimenti reali.



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