La vita è essenzialmente sopraffazione?
Creato il 20 maggio 2011 da Jitsumu
“Trattenerci reciprocamente dall’offesa, dalla violenza, dallo sfruttamento, stabilire un’eguaglianza tra la propria volontà e quella dell’altro: tutto questo può, in un certo qual senso grossolano, divenire una buona costumanza tra individui, ove ne siano date le condizioni (vale a dire la loro effettiva somiglianza in quantità di forza e in misure di valore, nonché la loro mutua interdipendenza all’interno di un unico corpo). Ma appena questo principio volesse guadagnare ulteriormente terreno, addirittura, se possibile, come principio basilare della società, si mostrerebbe immediatamente per quello che è: una volontà di negazione della vita, un principio di dissoluzione e di decadenza. Su questo punto occorre rivolgere radicalmente il pensiero al fondamento e guardarsi da ogni debolezza sentimentale: la vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e piú debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel piú temperato dei casi, uno sfruttare – ma a che scopo si dovrebbe sempre usare proprio queste parole, sulle quali da tempo immemorabile si è impressa un’intenzione denigratoria? Anche quel corpo all’interno del quale, come è stato precedentemente ammesso, i singoli si trattano da eguali – ciò accade in ogni sana aristocrazia – deve anch’esso, ove sia un corpo vivo e non moribondo, fare verso gli altri corpi tutto ciò da cui vicendevolmente si astengono gli individui in esso compresi: dovrà essere la volontà di potenza in carne e ossa, sarà volontà di crescere, di estendersi, di attirare a sé, di acquistare preponderanza – non trovando in una qualche moralità o immoralità il suo punto di partenza, ma per il fatto stesso che esso vive, e perché la vita è precisamente volontà di potenza. In nessun punto, tuttavia, la coscienza comune degli Europei è piú riluttante all’ammaestramento di quanto lo sia a questo proposito; oggi si vaneggia in ogni dove, perfino sotto scientifici travestimenti, di condizioni di là da venire della società, da cui dovrà scomparire il suo “carattere di sfruttamento” – ciò suona alle mie orecchie come se si promettesse di inventare una vita che si astenesse da ogni funzione organica. Lo “sfruttamento” non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita. – Ammesso che questa, come teoria, sia una novità – come realtà è il fatto originario di tutta la storia: si sia fino a questo punto sinceri verso se stessi!” F. Nietzsche, Al di là del bene e del male
La veridicità dell’affermazione del filosofo tedesco, che però si spinge oltre vedendo in questo sfruttamento degli uni sugli altri l’essenza stessa del vivere e non segno di barbarie o di imperfezione, è quotidianamente corroborata dalla storia. Questa verità basta di per sé stessa ad auspicare che finalmente la comunità degli individui persegua non solo idealmente ma nei fatti concreti il conseguimento di una società che riduca il più possibile le disuguaglianze sociali, che sono la causa prima dello scatenamento di quell’impulso primordiale all’oppressione del più debole, al calpestamento del diverso e del minoritario, allo sfruttamento del lavoro degli uomini e delle risorse del pianeta, alla spietatezza della competitività intesa come lotta tra individui. Questi, che sono innegabilmente caratteri nudi e crudi della vita stessa, sono però anche il principale motivo per cui il consociarsi rappresenta il modo per sconfiggere queste peculiarità animalesche ed elevare l’essere umano a quella consapevolezza propria della nostra stessa percezione di sentirci diversi dal resto della natura. Se ci sentiamo diversi dalla natura che ci circonda, anche sbagliando, allora è giusto sentirci migliori di essa laddove è soltanto crudeltà e abominio.
By Jitsu Mu
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