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Lars von Trier

Creato il 10 settembre 2011 da Alejo90
Il giardiniere delle orchidee (Orchidégartneren) (1977) - Cortometraggio
Menthe - la ragazza felice (Mynthe - Der lyksalige) (1979) - Cortometraggio
Nocturne (1980) - Cortometraggio
L'ultimo particolare (Den sidste detalje) (1981) - Cortometraggio
Immagini di una liberazione (Befrielsesbilleder) (1982) - Cortometraggio
L'elemento del crimine (Forbrydelsens element) (1984) - 3/5
Epidemic (1988) - 3/5
Medea (1988)
Europa (1991)
The Kingdom - Il Regno (Riget) (1994) & The Kingdom 2 (Riget 2) (1997) - 4,5/5
Le onde del destino (Breaking the Waves) (1996) - 4/5
Idioti (Dogme#2: Idioterne) (1998)
Dancer in the Dark (2000) - 3/5
Dogville (2003)
Le cinque variazioni (De fem benspænd) (2003)
Manderlay (2005)
Il grande capo (Direktøren for det hele) (2006)
Occupation (2007) - Cortometraggio
Antichrist (2009) - 5/5
Melancholia (2011) - 4/5
Trier (1956), danese, è uno dei più importanti registi contemporanei. Dopo i primi film di stampo sperimentale, realizza la serie tv The Kingdom (anche distribuita all'estero in una riduzione cinematografica), una delle vette assolute della produzione audiovisiva di ogni tempo. Da quel momento dirige una sequela di interessantissimi film, fra cui spicca il capolavoro Le onde del destino. nel 1995 stila con altri registi danesi il Dogma 95, protocollo di realizzazione di film ipperrealistici (in totale circa una quarantina di pellicole dirette da svariati autori). Nel 2009 dirige quello che è probabilmente il suo miglior film, Antichrist, una delle pellicole più importanti degli ultimi 50 anni di cinema.
-l'elemento del crimine
(Forbrydelsens element) - di Lars von Trier - Danimarca 1984 - thriller - 104 min.
nel lontano 1984, il giovane regista danese Lars von Trier (il "von" è aggiunto dal regista stesso) presentava il suo primo lungometraggio, dopo aver realizzato già alcuni corti. Il film non fu visto da molti (in effetti solo ora è arrivato in Italia, in dvd pubblicato dalla Rarovideo, che si occupa di ripescare dal dimenticatoio film del panorama underground o che comunque non hanno avuto grande distribuzione), anche perchè il suo taglio fortemente sperimentale non ne fa certo una pellicola adatta ad un pubblico mainstream. Il film è un noir classico nella trama: un investigatore è richiamato in Europa (non si sa bene dove, e da dove sia rikiamato) per occuparsi di un caso, un serial killer di bambine che vendono biglietti della lotteria. Per scoprirlo, l'investigatore si rifà agli insgnamenti del suo mentore, un investigatore in pensione divenuto scrittore, che nel suo romanzo "l'elemento del crimine" esponeva il suo metodo di indagine: immedesimarsi in tutto e per tutto nell'assassino, ragionare come lui, fare quello che potrebbe aver fatto lui, eccetera. All'inizio il metodo sembra funzionare, ma man mano che procede nell'indagine, sarà sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione, e capire chi sia chi...
Il film è (ben poco) illuminato interamente con lampade al sodio, che conferiscono all'immagine delle tonalità che variano dal giallo all'ocra, all'ambra all'arancione-marroncino, comunque sempre piuttosto cupo. Le immagini sono spesso sgranate e la telecamera indugia sempre su alcuni particolari della scena piuttosto che su tutta, in modo da limitare il campo visivo e lasciare molto spesso gli attori fuori campo, così che ne possiamo cogliere solo i dialoghi. La quasi totale mancanza di musica rende il tutto più angosciante e misterioso.
Un film del genere ha evidentemente dei limiti, eppure funziona come meccanismo narrativo ed è suggestivo a livello visivo-sonoro; tralasciando la musica infatti Trier si concentra sui rumori di scena, cigolii, vetri, vento, e specialmente acqua.
In definitiva non si può certo dire che sia un capolavoro, ma contiene già alcuni elementi interessanti che saranno riutilizzati dal regista in molti ei suoi lavori successivi, in particolare nel successivo Epidemic.
Voto: 3/5
-Epidemic
Danimarca 1987 - thriller (fantastico) - 106 min.
tre anni dopo l'elemento del crimine, Lars von Trier presentava nelle sale il suo secondo film, Epidemic. questo film ha alcuni punti in comune col precedente e alcune innovazioni. la storia presenta due trame parallele, una vera e una immaginaria. In quella vera, ambientata nel nostro mondo, Lars von Trier ed il suo amico Niels Vorsel (che nel film recitano interpretando loro stessi) sono alle prese con una nuova sceneggiatura, intitolata Il commissario e la puttana. sfortunatamente si verifica un errore nel computer e il file viene danneggiato irreversibilmente. Dovendo ricominciare tutto da capo e avendo solo 5 giorni di tempo per consegnare lo script al produttore, decidono di creare una nuova storia (Epidemic), riguardante appunto la diffusione di una terribile epidemia che da una città si diffonde pian piano in tutto il mondo; la storia immaginaria è, appunto, Epidemic, che vediamo svolgersi in alternanza rispetto al lavoro dei due sceneggiatori. La storia immaginaria (cioè quello che stanno scrivendo) è la seguente: in una città imprecisata in un'epoca non meglio definita (comunque nel 900) si diffonde un'epidemia che deriva dalla morte di gruppi di ratti che nascono attaccati per le code, e quindi muoiono per l'impossibilità di muoversi. Il governo non sa come affrontarla e sembra vacillare. Per questo la guardia medica della città forma un governo straordinario per affrontare la crisi; il medico epidemiologo però rifiuta il ministero che gli era affidato per cercare di uscire dalla città (unico luogo dove la malattia è tenuta sotto controllo) e trovare una cura. Nella campagna incontra un prete con cui sembra fare amicizia e insieme vagano alla ricerca di superstiti; la malattia, però sembra ormai inarrestabile...
La sceneggiatura di Epidemic si conclude così, o meglio noi non sappiamo cosa accada da qui in poi. I due sceneggiatori comunque, la ultimano e la portano dal produttore. Frattanto, però, pare che un'epidemia si stia realmente diffondendo anche nel mondo reale...
Altra piccola perla recuperata dalla Rarovideo (anche se in danese sottotitolata in italiano), Epidemic rappresenta sicuramente un salto in avanti nella produzione di Trier; intanto la trama e la costruzione della storia sono molto più originali, la recitazione è molto spontanea (a tratti sembra di assistere ad un reality) ed il finale ha una grande carica di pathos nel suo crescendo di orrore. Il film è interamente girato in bianco e nero tranne per la scritta EPIDEMIC che, comparendo a inizio film nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, rimarrà lì per tutta la pellicola, a colorare di un rosso sangue quell'angolo di schermo; è la rappresentazione visiva della malattia, che si insinua e si espande pian piano ovunque; a volte sembra scomparire dietro una persona o nell'ombra, ma eccola ricomparire subito dopo, e accompagnarci per tutta la durata del film, viaggio allucinante nella realtà e nell'immaginazione, che come nel film precedente, arrivano pian piano ad avvicinarsi fino alla fusione finale, ottimo momento di cinema surreale-orrorifico.
Lars von Trier si evolve pian piano, senza fretta, ma lascia già trapelare alcuni elementi tipici della produzione filmica del Dogma 95.
voto: 3/5
-The Kingdom - Il regno
Danimarca/Svezia 1994 - grottesco (horror) - 272 min. (in totale)
Film di quattro ore e mezza realizzato per la tv, uscito in 4 parti in patria e al cinema nel resto del mondo (diviso in due parti). Il genio di von Trier qui è più che evidente e molti degli spunti e dei guizzi di intelligenza che avevamo visto nei suoi film precedenti esplodono e si mescolano all'interno di questo enorme melodramma orrorifico-comico-soapopersitico.
Il Regno è un gigantesco ospedale di Copenhagen, simbolo della scienza e della ragione. Al suo interno si incrociano le vite di molte persone: lo staff medico, guidato da un primario da poco arrivato dalla Svezia, che odia tutto e tutti (molto dr.House), e composto da individui tutt'altro che raccomandabili, una loggia simil-massonica composta da importanti medici e dottori che lavorano nell'ospedale, pazienti dediti all'occultismo fra cui un'anziana signora che si inventa malattie immaginarie per farsi ricoverare e sostiene di essere entrata in contatto con lo spirito di una bambina morta nell'ospedale e che attualmente infesta la canna dell'ascensore dell'edificio. E poi c'è l'ospedale stesso: una struttura enorme, che incute timore e fa sentire a disagio tutti coloro che ci lavorano e che vi sono ricoverati, sotteranei infiniti e labirintici, perdite inspiegabili dai tubi, rumori provenienti da camere insonorizzate, echi di voci, segreti custoditi nell'archivio fra cui cartelle mediche che alcune persone sono ben intenzionate a tenere nascoste, e un profondo, terribile segreto risalente all'epoca della sua fondazione, celato o occultato intenzionalente, ma rintracciabile attraverso indizi, frammenti mai cancellati di quell' orribile evento, nascosto ma ancora presente, che aspetta solo di essere riscoperto. e poi lui, il grande mattacchione Lars von Trier che, alla fine di ogni episodio, spezza la finzione scenica concludendo con qualche riflessione e salutando cordialmente il pubblico che ha guardato anche quest'ultima puntata.
Il punto di forza del film è sicuramente la geniale commistione fra dramma e commedia, fra horror puro e grottesco satirico, che attacca la professione medica non di per sé, ma per le persone che la compongono. La pesantezza di alcune tematiche è audacemente controbilanciata da un umorismo nero, cinico e parossistico, tanto da aggiungere alla pellicola, che in alcuni momenti sembra ricercare il realismo documentaristico della rappresentazione, una dimensione chiaramente irreale; con questo procedimento il regista lascia spiazzati, perchè non si capisce se vuole essere serio o far solamente divertire, far riflettere o soltanto terrorizzare. Probabilmente tutte queste cose insieme, e direi che ci riesce molto bene. Data la sua originalità, è improbabile che possiate riuscire a comparare the Kingdom a qualunque altro film, in quanto contiene elementi di tanti generi diversi, a creare un film difficilmente classificabile come solo Horror, o solo drammatico. Può rientrare nel grottesco, ma comunque ogni classificazione risulterebbe restrittiva.
Seguito da una seconda serie, Riget 2, disponibile in Italia solo in dvd in lingua originale con sottotitoli, che prosegue la storia interrottasi alla fine della prima serie, senza cambiamenti stilistici significativi.
Voto: 4,5/5
-Le onde del destino
Danimarca/Svezia/Olanda/Francia/Norvegia 1996 - drammatico - 158 min.
La storia è quanto di più melodrammatico si possa immaginare: l'ambientazione scozzese, precisamente in una piccola comunità di scismatici (mi pare calvinisti) dediti alla più ferrea disciplina religiosa, fa da sfondo ad una vicenda dolorosamente umana e realistica che però si compone, come quasi sempre nei film di Lars von Trier, anche di un elemento onirico, leggermente irreale, quasi fiabesco. Bett è una giovane donna con evidenti problemi mentali (non che sia ritardata, ma prova attaccamento morboso verso le persone a lei care, immagina di parlare con Dio, in breve non è del tutto autosufficiente e per questo è assistita da una sua carissima amica), che trova tuttavia l'amore, sposandosi con un "forestiero", cioè un non appartenete alla comunità del loro piccolo paese, che lavora in una stazione petrolifera nell'atlantico. Ciò fa sì che, dopo i primi mesi idilliaci di convivenza, Ian (questo il nome dell'uomo) debba tornare al lavoro per diversi mesi, e la lontananza per Bett pare insostenibile. Per di più, Ian ha un gravissimo incidente durante il lavoro che lo costringerà all'immobilità, apparentemente perpetua. Ian sembra voler incoraggiare Bett a trovarsi un amante, o più di uno, in apparenza perchè non vuole vederla ridotta nello stato pietoso in cui si trova, ma in seguito pare più dovuto ad una perversa e maligna inclinazione del marito sofferente che sfoga le sue frustrazioni sulla debole e fragile moglie. Il delicato equilibrio psicologico di Bett ne risentirà in modo irreparabile. La ragazza, con scandalo di tutta la comunità e della sua grande amica, che nonostante tutto le rimane sempre accanto, comincia a frequentare altri uomini, ad avere incontri occasionali e a pseudo-prostituirsi, per poi raccontare le sue avventure al marito infermo che pare trarre piacere da questi suoi racconti. Ben presto però le cose precipiteranno e Bett cadrà in un vortice dal quale non riuscirà più a uscire....
sorprendente, in quest'ottica il finale, che si illumina di un moderato ottimismo e pone un accento di gioia, forse l'unico, sull'intera vicenda.
Suddiviso in vari capitoli contrassegnati da un titolo e da una canzone (il film è ambientato negli anni '70 e le musiche sono quelle dell'epoca), il film si fa notare subito per le sue scelte stilistiche: camera molto vicina ai personaggi, spesso quasi attaccata ai volti, mancanza di illuminazione artificale, assenza di qualsivoglia effetto speciale o elemento di azione, è un film di dialogo e di atmosfera, sensuale e perverso, con punte di erotismo freddo e brevissimi momenti di velata comicità, schiacciati sotto il peso di una storia struggente e strappalcrime in cui l'analisi psicologica dei personaggi è l'elemento portante (e riuscito) del film. La recitazione è davvero straordinaria (la Bett di Katrin Cartlidge è una delle migliori interpretazioni cinematografiche che io abbia mai visto) e il realismo quasi documentaristico di certe sequenze (elemento tipico di Trier) conferisce alla pellicola un senso di drammaticità ancora maggiore. Parlavo però anche di una componente di irrealtà: a parte il finale (che non posso rivelare), palesemente irreale, tutto il film è come sospeso in una dimensione onirica, come un triste racconto di un libro di fiabe. Questa dimensione così surreale è il punto di forza e il marchio di fabbrica del regista danese, che non manca mai di mischiare fra loro generi diversi, a costituire una personalissima amalgama che è insieme, la sua idea di cinema e il tentativo di proporre in cellulodie tutto lo spettro delle emozioni umane.
Imperdibile, anche se avviso che è un film lungo e lento, richiede il suo tempo e un pubblico non addormentato.
Voto: 4/5
-Dancer in the Dark
di Lars von Trier - Danimarca/Svezia/Francia 2000 - drammatico (musical) - 137 min.
Film atipico, diverso dai suoi soliti (pur mantendendo molte caratteristiche proprie del suo personalissimo stile), è una specie di musical melodrammatico e commovente che ruota attorno alla figura della cantante islandese Bjork la quale, oltre ad aver realizzato le musiche per le canzoni del film (con testi scritti dal regista), si rivela essere un'eccellente attrice.
Ambientato in una cittadina industriale americana, si narra di un'operaia, che sta diventando cieca a seguito di una malattia ereditaria, la quale sta raccogliendo denaro per far operare il figlio, affetto dalla stessa sindrome ma non ancora con sintomi evidenti. Le servono oltre 2000 dollari, che sta risparmiando da lungo tempo. E' molto amica di una coppia di vicini abbastanza facoltosa, di cui l'uomo, che nella vita è poliziotto, ha ereditato una cospicua fortuna. Una sera, in vena di confessioni, l'operaia (Bjork) rivela all'uomo la sua malattia, e lui rivela a lei di aver ormai sperperato tutte le sue fortune, incapace di dire la verità alla moglie. In preda alla disperazione, il poliziotto scopre il nascondiglio dove l'operaia custodiva i soldi per l'operazione del figlio, e se ne appropria. Scoperto, scoppia una drammatica e violenta collutazione (la scena più bella ed emotivamente coinvolgente di tutto il film), che si conclude con l'accidentale morte dell'uomo. La ragazza è incolpata, arrestata e condannata a morte.
La forza di questo coinvolgente drammone è senza dubbio la buona resa psicologica dei personaggi (tutti bene interpretati) che rende difficile non provare compassione, per un motivo o per l'altro, per tutte le persone che popolano l'universo del film (poliziotto compreso). Il suo difetto principale, però, e questo è forse il paradosso della pellicola, è la componente musical: sembra quasi che nell'indecisione se girare un vero e proprio musical o rimanere nel campo del drammatico puro, genere peraltro avvezzo al regista danese, Lars von Trier paghi questa indecisione con un prodotto ibrido non del tutto soddisfacente. Le canzoni sembrano rompere il ritmo del film in modo fastidioso (e per altro non è una musica facilmente orecchiabile, e potrebbe benissimo non piacere), infatti sono molte di più le parti recitate di quelle cantate, cosicchè si ha l'impressione di vedere qualcosa di non totalmente compiuto, quasi un abbozzo del prodotto finale.
Detto questo il regista è al solito capace di far commuovere lo spettatore con sequenze ottimamente realizzate e dialoghi strappalacrime, che creano un coinvolgimento emotivo molto forte. Il suo intento denunciatario contro la pena capitale colpisce nel segno, e non può lasciare indifferente nessuno.
Al film va dunque un plauso, anche se, per i motivi sopracitati, non riesce ad essere quel capolavoro che sarebbe potuto derivare da una più netta presa di posizione da parte del regista.
Voto: 3/5
-Antichrist
di Lars von Trier - Danimarca/Germania/Francia/Svezia/Italia/Polonia 2009 - drammatico/fantastico/horror - 104min.
Lui (Willem Dafoe, straordinario) e lei (Charlotte Gainsbourg, Palma d'oro a Cannes per migliore attrice) copulano senza badare al figlioletto che, attratto dai fiocchi di neve che cadono oltre la finestra della sua cameretta, si sporge fino a precipitare sulla strada, morendo. Lo schock è enorme, soprattutto per la donna, soggetta ad ansia e stati di panico incontrollati. L'uomo, che è anche terapeuta, cerca di curarla, guidandola in un viaggio nel suo subconscio alla ricerca delle sue più profonde paure, per cercare di estirparle. Pare che ci sia un luogo in particolare a spaventarla: Eden, una località boschiva in cui lei aveva passato del tempo con il figlio l'estate precedente, mentre stava lavorando ad una tesi circa la persecuzione delle donne nel corso della storia. I due si recano quindi a Eden con la speranza che lei guarisca.
Ci sono film che sono paradigmatici della filosofia del loro autore (l'esempio più lampante è Matchpoint di Woody Allen); poi ce ne sono altri, rappresentativi del loro pensiero, inteso sia come loro psicologia che come struttura dei loro processi cognitivi, di come essi intendono la realtà e di come funziona il loro processo creativo (INLAND EMPIRE di David Lynch è tutte queste cose insieme); e poi c'è Antichrist di Lars von Trier, che è sia contenitore degli elementi precedentemente citati, sia qualcosa di diverso e opposto.
Questo film, uno dei maggiori capolavori della storia della cinematografia, è innanzitutto la summa del cinema precedente del regista danese: c'è la sua ossessione per la ricerca di uno stile visivo e sonoro unici, del tempo di ripresa perfetto, della provocazione scopica e sensoriale in generale, del racconto allegorico-fantastico mascherato da narrazione iperrealistica.
Con qualcosa in più.
Già dal titolo, il film evidenzia la peculiarità di essere un film CONTRO: contro il precedente cinema del regista, contro il cinema in generale, contro Cristo. Lars von Trier, il "grande masturbatore dello schermo", va contro tutto e tutti, solo e disperato, con un antifilm che disorienta, disgusta, sconvolge, scandalizza, sconquassa. Reduce da una profonda depressione, il regista realizza una pellicola che non lascia scampo dal male aberrante che mette in mostra; i suoi film precedenti erano solitamente tristi e sconsolati, eppure venati di un'ironia beffarda (The Kingdom - Il regno), di un cipiglio sardonico, supponente (Epidemic, "Europa"), di una giocosità fredda che sfiora il sadismo e che ha reso il regista antipatico a molti spettatori (si pensi all'ambiguità di un film come "Le cinque variazioni", o al disprezzo per il genere umano mostrato ne "Il grande capo"), oppure di un finale aperto al cambiamento, alla speranza dell'avvento di un Bene superiore (o quantomeno equivalente) al Male che era stato mostrato nel corso della narrazione (Le onde del destino). Antichrist non è nulla di tutto ciò: non è divertente, non ha un lieto fine, non è per nulla piacevole come visione, anzi è disturbante. La pellicola, dedicata a Tarkovskij, sembra quasi un congedo da tutto ciò che l'ha preceduta: è come se von Trier ringraziasse, ma dicesse no all'uso di schemi, forme e contenuti del cinema che è venuto prima di lui. Come al solito, questo atteggiamento ha spaccato in due critica e pubblico, suscitando critiche spietate da una parte e appassionati elogi dall'altra. E' il corrispettivo di ciò che accade in ambito scientifico quando viene proposta una teoria rivoluzionaria che incontra il favore degli studiosi più progressisti e l'astio di chi ha creduto e lavorato per anni (o per la vita) al modello ritenuto valido fino a quel momento. Questa presa di posizione, che espone il regista e la sua opera ad una pressione ed attenzione altissima, è conseguente al fatto che Antichrist sia l'incarnazione filmica del suo creatore: Lars von Trier è l'Anticristo, colui che distrugge, scardina, frantuma ideali e certezze per darci in cambio dolore, sofferenza e disperazione (Grief, Pain, Despair, i "tre mendicanti" che tanta importanza hanno nello svolgersi degli eventi raccontati).
Il mondo raccontato da von Trier (e quindi, nella sua ottica, la nostra realtà) è infine privo di Cristo, di un qualsivoglia Dio buono e misericordioso. E'anzi un mondo ostile all'uomo, a cominciare dalla Natura, infida, selvaggia, ingovernabile; per non parlare della natura umana, caotica, nichilista, distruttiva e (quindi) autodistruttiva. Ciò si palesa in particolare nel rapporto tra Uomo e Donna: due opposti che si attraggono senza riuscire a conciliarsi, anzi erodendosi a vicenda, e non permettendo la coesistenza di entrambi; uno prevale sull'altro, ed in particolare l'Uomo sulla Donna. "Lascia ch'io pianga la mia cruda sorte/ E che sospiri la libertà" recita la celebre aria del Rinaldo di Handel, colonna sonora del film.
Ma se per la Donna il destino è segnato, non va molto meglio per l'Uomo: torturato, seviziato e infine solo.
Ricco di sequenze magistrali, inedite per intensità e violenza, magnificamente interpretato da due attori eccezionali, contrassegnato da una colonna sonora e una fotografia memorabili, Antichrist è semplicemente un film imperdibile, incredibile ed indimenticabile.
Voto: 5/5
-Melancholia
Danimarca 2011 - drammatico/fantascienza - 130min.
Il pianeta Melancholia si sta avvicinando sempre più alla Terra; in una magione in campagna , una famiglia si riunisce per il matrimonio di Justine (Kirsten Dunst), novella sposa non troppo convinta; la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) cerca di sostenerla come può. Su tutto incombe la minaccia del pianeta: entrerà in collisione con la Terra o no?
Questo film, che vanta uno dei più bei finali della storia del cinema, è qualcosa di certamente anomalo, ma non troppo: insomma sebbene il genio di Lars von Trier gli permetta di realizzare pellicole che per originalità, inventiva ed estetica siano tranquillamente in grado di eclissare la maggior parte delle produzioni contemporanee, con Melancholia pesca a piene mani dagli stilemi del Dogma 95, specie nella prima delle due parti in cui è diviso il film (parti che prendono nome dalle due sorelle: Justine e Claire), ed in particolare il richiamo a Festen (1998) di Thomas Vinterberg, il primo film creato con le regole del manifesto.
La situazione di partenza è infatti talmente simile da  ritenere impossibile escludere  una mancata influenza: una grande famiglia dell'aristocrazia danese riunita in una magione di campagna a massacrarsi (psicologicamente) l'un l'altro. Sebbene le motivazioni siano diverse, infatti, anche il fulcro di questo film sono le frustrazioni che agitano gli animi dei protagonisti e che portano questi famigliari ad attaccarsi a vicenda. Il legame fra le due sorelle è tuttavia molto forte, e gli sforzi compiuti soprattutto da Claire fanno sì che tale rapporto superi le incomprensioni. Ma c'è un altro piccolo problema: il mondo è a rischio distruzione causa avvicinamento del pianeta Melancholia. C'è davvero un senso di precarietà continua, di angoscia metafisica  che pervade tutto il film, dai primi minuti in slow motion (il precedente capolavoro Antichrist iniziava allo stesso modo) all'inquadratura finale, un senso di vuoto e di catastrofe imminente, pur rimanendo nell'ottica di un film raccolto, quasi claustrofobico, totalmente schiacciato sull'uomo: pochissime sono le visuali dallo spazio, la maggior parte delle volte che vediamo il pianeta avvicinarsi, lo vediamo dalla prospettiva dei personaggi. E la malinconia è davvero il sentimento che pervade lo spettatore durante la visione: un senso di impotenza, di tristezza mista a rassegnazione, eppure di sconvolgimento emotivo, di ansia di azione; lo spettatore si dibatte in una gabbia come fanno i personaggi del film. Trier è come al solito distaccato, impassibile di fronte agli avvenimenti, eppure sotto sotto totalmente partecipe, per due motivi: 1)Trier è un uomo, e come tale la fine del mondo riguarda anche lui 2)è un film al solito estremamente personale, nel senso che mette in scena le angosce e le paure del regista in primis, malato cronico di depressione e generalmente pessimista riguardo il genere umano.
Il cast è eccellente, a cominciare dalle due protagoniste (donne, come quasi sempre capita nei film del regista danese); la fotografia di Manuel Alberto Claro è fredda, nero-bluastra, cimiteriale; molto belli anche costumi e scene (esterni girati al Tjolöholm Castle). Bella colonna sonora con pezzi classici, come nel film precedente.
Che altro dire? L'ennesimo capolavoro di von Trier.
Voto: 4/5

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