Le catene

Creato il 18 ottobre 2013 da Propostalavoro @propostalavoro

Qualche giorno fa, si è tenuto a Roma il Big Tent, un evento organizzato da Google, con lo scopo di spargere, in giro per il mondo, il verbo della rete, ovvero di spiegare quali sono i vantaggi, anche dal punto di vista imprenditoriale, dell'uso di internet. All'evento, era presente anche Eric Schmidt, amministratore delegato del colosso di Mountain View.

Tra le tante cose lette sull'evento, un'affermazione di Schmidt, in particolare, mi ha colpito: "Google vorrebbe investire in Italia, ma il Governo deve fare di più per ridurre il digital divide, investendo massicciamente nella banda larga". Ora, a parte il consiglio ben poco disinteressato (anche se condivisibile), risulta molto interessante il "vorrei ma non posso" dell'azienda americana ad investire soldi nell'economia italiana.

Perchè le aziende straniere sono così restie a mettere soldi nel nostro Paese o, peggio, fuggono, se sono già qui? Per quale motivo siamo, secondo l'Ocse, al 78 posto nella classifica mondiale dei Paesi che attraggono investimenti (in Europa, siamo terzultimi)? Inoltre, esistono casi di investitori stranieri che comprano aziende made in Italy, ma si tratta sempre dell'acquisto di imprese già avviate, mai di nuove realtà e sempre in misura minore rispetto ad altre nazioni. Come mai? Quali sono le catene che legano mani e piedi alla nostra economia?

Innanzitutto, non possiamo che partire dalla peggiore di tutte: la burocrazia. Immaginate di essere un imprenditore straniero che desidera avviare un'azienda in Italia. Immaginate di sentirvi dire, dall'impiegato pubblico di turno, che, per costruire un impianto produttivo, sarete costretti a chiedere dei permessi a circa 15 uffici diversi - nazionali, regionali, provinciali e comunali -, che ve li rilasceranno in un tempo stimato tra i 18 mesi e i tre anni (dati Confindustria)! Ancora convinti di voler buttare tempo e soldi nel Belpaese?

Se sì, allora vi toccherà avere a che fare con la seconda catena: la corruzione. Attenzione, non che le mazzette non esistano in Germania o negli USA, per esempio, ma quello che differenzia il nostro Paese, rispetto agli altri, è l'altissimo livello di impunità. Mentre altrove, il corruttore non solo finisce in galera per parecchio tempo (a volte esageratamente: come non ricordare i 150 anni di carcere inflitti a Bernie Madoff, per frode e corruzione), ma spariscono dalla vita pubblica, poichè bollati come criminali e inaffidabili.

In Italia, invece, accade il contrario: corruttori e corrotti continuano a sedere sulle pubbliche poltrone, a gestire appalti, ad amministrare la cosa pubblica e i soldi dei cittadini, anche dopo essere stati scoperti, potendo contare su leggi iper-permissive (dalla depenalizzazione del falso in bilancio in su), prescrizione assicurata – grazie ai tempi biblici della nostra giustizia – ed alla convinzione culturale che "così fan tutti".

Ed, infine, la terza catena: il sistema giudiziario. Ad un osservatore esterno, la giustizia italiana, penale ed amministrativa, appare come un elefante zoppo: lenta, ridondante e poco incisiva (grazie a rito abbreviato, indulto e cavilli vari, raramente una condanna è pesante), figlia di quella politica scellerata che, negli ultimi anni, ha puntato ad allungare i processi e ad accorciare la prescrizione, a tutto vantaggio dei disonesti. E tenete presente, inoltre, che il nostro è l'unico Paese a non applicare in pieno la Convezione Ocse sulla Corruzione, firmata nel 2001 e applicata – ampiamente annacquata – solo di recente dal Governo Monti.

Vi fidereste a mettere i vostri soldi nelle mani di un Paese che, legato da queste catene, tutela i ladri e non gli onesti?

Danilo


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