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Le contraddizioni delle politiche migratorie in Giappone fra passato e presente

Creato il 13 settembre 2013 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
Le contraddizioni delle politiche migratorie in Giappone fra passato e presente

L’immigrazione rappresenta un fenomeno sociale antichissimo che ha da sempre influenzato i meccanismi interni delle strutture sociali, politiche e governative di tutti i Paesi industrializzati. Strettamente legato al fenomeno più moderno della globalizzazione, il tema dell’immigrazione ha scatenato, ormai da qualche decennio, numerosi dibattiti nella politica italiana attuale, ma anche in quella europea ed extraeuropea. L’arrivo di persone “Altre” proveniente dall’estero e il loro impatto con la cultura locale hanno aperto discussioni socio-politiche riguardo l’introduzione di culture e religioni diverse, lo scontro culturale e morale, l’identità nazionale e la paura di essere “contaminati” o “sopraffatti” dal diverso. In Giappone, in particolare, dove l’idea di nazione omogenea e “mono-etnica” è persistente nell’immaginario collettivo da diversi secoli, lo stesso tema dell’immigrazione viene visto oggi come un tabù nei temi di attualità politica. Questo perché il Giappone è sempre stato un Paese sostanzialmente chiuso: durante l’epoca Tokugawa (1603-1868) chiuse le porte agli stranieri, adottando una politica d’isolamento che agevolò il consolidamento delle tradizioni e delle usanze puramente giapponesi, fino all’apertura forzata dagli Occidentali e all’inizio dell’Epoca Meiji nel 1868. Tuttavia, la globalizzazione e il cambiamento dei bisogni nazionali, incluso l’aumento della popolazione anziana, il calo delle nascite e la carenza di manodopera, hanno portato il Giappone a mettere in discussione la sua rigida politica migratoria e il suo atteggiamento nei confronti degli “Altri”, dei “gaijin” 外人(termine dispregiativo per indicare gli stranieri in Giappone). Il Paese si trova così davanti a un bivio: scegliere una politica aperta e flessibile oppure aumentare i controlli alla frontiera, data la crescita dei problemi di sicurezza soprattutto legati al terrorismo internazionale.

Il Paese ha vissuto diversi flussi migratori provenienti dall’estero durante il corso della sua storia moderna. Circa un secolo fa gli immigrati cinesi formarono le loro comunità nelle maggiori città portuali giapponesi. Dopo la colonizzazione della Corea nel 1910, la popolazione coreana in Giappone aumentò di conseguenza, raggiungendo i due milioni di immigrati nel 1945. Nonostante l’economia giapponese avesse sperimentato la mancanza di manodopera durante il boom economico degli anni ‘60, sia il governo giapponese che le grandi aziende scelsero di non dipendere dalla forza lavoro straniera; al contrario, fecero di tutto per l’automazione della produzione. Il basso livello d’immigrazione fra gli anni ‘60 e ‘70 portò gli studiosi a dividere gli immigrati in due categorie: gli “old comers“, residenti in Giappone dopo il 1952 e i “newcomers”, quelli arrivati in Giappone dopo il 1980. La grande crescita del Paese come potenza mondiale ed economica fu lo stimolo per l’arrivo di nuovi immigrati, che aumentarono alla fine degli anni ‘80.

La Legge di controllo dell’immigrazione, emanata nel 1952, fornì le basi principali della politica d’immigrazione nel Giappone del dopoguerra. Modellata su quella americana, la Legge da principio non era progettata per incoraggiare gli immigrati a stabilirsi in Giappone. Neppure la Legge sulla cittadinanza contribuì a facilitare l’acquisizione della nazionalità giapponese da parte degli stranieri residenti: il concetto stesso di residenti stranieri come membri della società era un concetto piuttosto debole. Tuttavia negli ultimi decenni si è registrato un cambiamento nella politica migratoria: l’ammissione dei rifugiati indocinesi negli anni ‘70 fu un evento significativo, dato che andò contro la linea politica ufficiale del Giappone riguardo l’accoglienza e il nuovo insediamento dei rifugiati. Un importante punto di svolta arrivò nel 1989, quando il governo giapponese decise di cambiare la Legge sul controllo dell’immigrazione in risposta ai crescenti flussi migratori e al forte aumento del numero dei visti prolungati. Il governo riorganizzò le categorie dei visti per agevolare l’arrivo di personale qualificato e professionale, confermando il principio base di non accettare manodopera straniera inesperta. Furono inoltre introdotte alcune sanzioni ai datori di lavoro per scoraggiare il lavoro nero. Tuttavia due canali erano disponibili per la manodopera non specializzata: il sistema di tirocinio, che nel 2004 contò più di 75,000 lavoratori stranieri in Giappone inseriti nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria ittica, nell’industria tessile e in altre ancora. L’altro canale era il reclutamento dei “Nikkeijin” 日系人 (i discendenti degli immigrati giapponesi), ai quali fu dato l’accesso allo status di residenti senza alcuna limitazione sull’impiego, avendo essi nelle vene sangue giapponese e quindi ritenuti più affidabili come lavoratori. La conseguenza più importante e visibile fu l’afflusso di brasiliani giapponesi: la popolazione proveniente dal Brasile passò dai 56,000 del 1990 a più di 176,000 nel 1995, arrivando a 286,000 nel 20041.

La situazione attuale

Alla fine del 2004, sono stati registrati in Giappone 1,97 milioni di cittadini stranieri che rappresentano circa l’1,6 % della popolazione totale (127,69 milioni). In maggioranza ci sono i coreani (607,000), seguiti dai cinesi (488,000), dai brasiliani (287,000) e dai filippini (199,000). Dal 2007, i cinesi sono diventati la più numerosa popolazione straniera residente in Giappone (più di 600.000), con più di 100.000 cinesi diventati cittadini giapponesi. Più del 90% dei residenti stranieri arrivano dalle altre parti dell’Asia (74%) e del Sud America (18%)2.

Per quanto riguarda la questione dei rifugiati, il Giappone continua a essere un Paese relativamente chiuso ai richiedenti asilo. Il numero stesso dei richiedenti, provenienti soprattutto dalla Birmania, dalla Turchia, dall’Iran, dalla Cina e dal Pakistan, è stato sempre molto basso: fra il 1982 e il 2004 ci sono state circa 3544 richieste e fra queste, solo 330 di esse sono state accettate.

Nonostante gli unici attacchi terroristici sul suolo giapponese abbiano visto protagonisti dei nativi – a cominciare dal gruppo politico di estrema sinistra Nihon Sekigun 日本赤軍 attivo fra gli anni ‘70 e ‘80 e la setta religiosa Ōmu Shinrikyō オウム真理教, famosa per l’attentato con il gas sarin nella metropolitana di Tokyo nel 1995 – gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti e la conseguente “guerra del terrore” hanno avuto un grande impatto sulla politica giapponese. Nel dicembre 2004 il governo ha adottato un piano per la prevenzione del terrorismo: l’ufficio d’immigrazione ha intrapreso delle severe procedure d’ammissione fra cui la registrazione delle impronte digitali e l’uso di un avanzato sistema di informazioni dei passeggeri nei maggiori porti e nei più importanti aeroporti internazionali. Questo sistema di raccolta dei dati biometrici è stato denominato Japan-VISIT, nome ricalcato sull’US-VISIT (Visitor and Immigrant Status Information Technology) americano3. Il Giappone ha anche avviato una più stretta collaborazione internazionale, in particolare con gli Stati Uniti, per fermare l’ingresso di terroristi noti e sospetti.

Dopo il crollo della Lehman Brothers e la conseguente crisi economica statunitense del 2009, anche l’economia giapponese, fondamentalmente sostenuta dalla domanda interna, è stata duramente colpita dalla crisi e per questo il Giappone ha dovuto rivedere la linea politica nei confronti della forza lavoro proveniente dall’estero. La condotta politica finora adottata dal governo può aver ammortizzato il clima di depressione economica dilagante, ma ha portato un aumento insostenibile del deficit pubblico. Secondo gli analisti economici, per uscire dalla crisi, il Giappone dovrebbe sviluppare un’economia fondata sulla collaborazione con le altre potenze economiche asiatiche e dovrebbe puntare di più sulla domanda estera, rafforzando gli investimenti nelle industrie, nel rinnovamento tecnologico e nel suo potenziale di competizione. A partire dall’organizzazione politica ed economica ANSEAN (l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico), che promuove l’assistenza reciproca fra gli Stati membri, gli scambi commerciali del Giappone dovrebbero orientarsi verso nuove relazioni commerciali con l’Asia Orientale. Se il Giappone vuole aprire le porte agli scambi commerciali con l’estero, sono necessarie delle riforme per la costruzione di adeguate infrastrutture istituzionali volte a favore dei lavoratori stranieri. Dal 2008 la situazione non ha fatto che peggiorare a causa dell’aumento dei licenziamenti, degli abbassamenti degli stipendi e del mancato aiuto da parte dello Stato. Di conseguenza molti immigrati sono tornati nei luoghi d’origine proprio perché incapaci di mantenere le proprie famiglie. Nonostante questa situazione critica, molti enti pubblici giapponesi si sono attivati per aiutare gli immigrati alla ricerca di un impiego, come il centro “Hello work”, che gestisce corsi di formazione per i disoccupati, si occupa delle indennità di disoccupazione e dell’insegnamento della lingua giapponese. Questo perché per iniziare a lavorare in Giappone, lo Stato richiede un livello base di conoscenza della lingua locale.

Un altro problema attuale da affrontare riguarda il calo delle nascite. Infatti, il Giappone non deve sottovalutare gli effetti negativi che l’emergenza demografica sta causando all’economia giapponese. Dal 2005, il numero dei morti ha superato quello delle nascite, l’afflusso migratorio è rallentato e la popolazione è diminuita e ciò significa che si è ridotto anche il numero di lavoratori e dei consumatori. La percentuale della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) e in età giovanile (0-14), corrispondente rispettivamente al 63,8 % e il 13,2 %, rappresenta la più bassa percentuale rispetto a tutti i Paesi industrializzati4.

Ultimamente, sono stati avviati diversi programmi volti al reclutamento di manodopera proveniente dall’estero per risolvere il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione e l’assenza di un ricambio generazionale. Nel 2012, il 24% della popolazione giapponese, circa 30 milioni di persone, aveva più di 65 anni e nel 2055 di questo passo raggiungerà il 40 % della popolazione totale. La grande emergenza è rappresentata dalla carenza di infermieri e operatori sanitari disposti a prendersi cura degli anziani e dal notevole sforzo dei lavoratori nel sostenere la popolazione che non lavora. Il Giappone aveva avviato un programma di reclutamento di manodopera proveniente da Indonesia e Filippine ma i pretenziosi criteri di accettazione e assunzione, legati soprattutto all’alto livello di lingua giapponese richiesto, hanno fatto fallire il programma. Di conseguenza nel 2011, 63 dei 104 infermieri provenienti dall’Indonesia sono dovuti tornare a casa5.

Nel maggio 2012, il Giappone ha introdotto il sistema di punti per i professionisti stranieri altamente qualificati, prendendo come esempio il modello australiano. I punti sono calcolati in base all’età, ai titoli accademici, ai lavori svolti e al superamento del Japanese Proficiency Test. Nonostante questi sforzi, il progetto si è rivelato un fallimento e per adesso, il Primo Ministro Abe ha proposto una modifica del sistema di punti per fare domanda per il visto e ha proposto una riduzione degli anni di soggiorno necessari ai cittadini stranieri per ottenere la residenza (dai cinque ai tre anni).

Secondo Sakanaka Hidenori, direttore dell’Istituto Giapponese per le Politiche d’immigrazione, (Japan Immigration Policy Institute), per bilanciare il naturale calo della popolazione nipponica, è necessario aprire le porte agli immigrati per realizzare a un “Giappone dinamico” e mantenere la crescita economica. Per applicare questa soluzione, il Paese dovrebbe accettare durante i prossimi cinquant’anni l’arrivo di più di 20 milioni di immigrati e dovrebbe assumere nei loro confronti un atteggiamento amichevole, aperto e collaborativo, così da costruire insieme una nuova società giapponese6. Nel suo libro, “Nyukan Senki” (“Immigration Battle Diary”), rivela il suo messaggio utopico: per la realizzazione di una società multietnica, il Giappone deve aprire le frontiere e diventare un polo di attrazione per gli immigrati di tutta l’Asia. Tuttavia per adesso, il tema dell’immigrazione e gli eventuali cambiamenti delle politiche migratorie nipponiche sono quasi assenti dall’”Abenomics”, il programma di iniziative di ripresa economica e politica giapponese del Premier Abe.

C’è ancora tanto da fare per costruire una politica più aperta e tollerante nei confronti degli immigrati, i quali, introducendo nuove culture, nuove idee, nuove competenze linguistiche e imprenditoriali, potrebbero dare nuovo vigore all’economia e alla società nipponica7.E, soprattutto, oltre a costruire una società multiculturale, sono necessarie delle riforme nel campo del lavoro che mirino alla tutela di tutti i lavoratori, dando a ognuno la garanzia di un’assistenza medica e sociale da parte dello Stato. Per costruire una società basata sullo scambio interculturale (異文化交流, ibunkakōryū) il Paese deve abbandonare il suo ideale di preservazione etnica e culturale, imparando a non vedere più l’immigrato come l’”Altro”, una categoria a parte segnata dallo status di “straniero”, bensì come parte integrante di essa, avente gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Bibliografia

Chikako Kashiwazaki (Keio University) e Tsuneo Akaha (Monterey Institute of International Studies), Japanese Immigration Policy: Responding to Conflicting Pressures, “Migration Information source”, novembre 2006.

Paolo Soldano, Giappone, in vigore nuova legge sull’immigrazione. Tutti i turisti schedati, “Il sole 24 ore”, 20 novembre 2007.

Joseph Sternberg, 【オピニオン】アベノミクスに欠けている矢―移民政策, “The Wall Street Journal”, 27 giugno 2013.

Sakanaka Hidenori, The Future of Japan’s Immigration Policy: a battle diary, “Japan Focus”,

井口泰、 [ 開かれた日本 ]への制度設計, 関西学院大学, Gaiko Forum, 2009

Jeff Kingston, Immigration reform: Could this be Abe’s new growth strategy?, “The Japan Times”, 19 maggio 2013.

Iwao Nakatani, Drastic change in immigration policy off the Japanese election agenda, “East Asia Forum”, 21 luglio 2013.


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