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LE COSE BIANCHE / PARIAH, Slave Of A Play

Creato il 31 ottobre 2013 da The New Noise @TheNewNoiseIt

pariah

Buonasera, qui è Howard Beale per le notizie del giorno… ma in fondo posso fare a meno di dirvele… tutte stronzate… la verità è che non è successo niente… non è successo e non succederà mai niente, in questa palla di sterco che è il mondo… e quindi perché andare avanti ancora? Che senso hanno l’America e la Russia? Che senso hanno la mafia, la polizia e le prossime elezioni? Che senso hanno il raffreddore e un bambino che nasce, Roger Moore e Khomeini, i paninari e le vacanze intelligenti, gli impiegati di banca e i fisici nucleari? Che senso hanno il sesso, l’amore, la solitudine, la giovinezza, la vecchiaia, la morte, un soffio di vento che increspa le acque del fiume? … Che senso ha tutto? … Da quindici anni sto qui a raccontarvi le balle che leggo su questi fogli… e voi mi credete, solo perché sono dentro uno schermo… beh, credetemi anche adesso, vi prego… Credetemi, perché per la prima e ultima volta vi dirò la verità… che senso ha dunque la vita? …

Nessuno.

Ora, addio. E anche quello che sto per fare non ha nessun senso… addio…

BANG

La collaborazione tra Pariah (cioè Daniele Santagiuliana / Testing Vault / Anatomy) e Le Cose Bianche prende spunto (e testi) dal quindicesimo episodio di Dylan Dog: Canale 666. L’aspetto “pop” di Canale 666 è che il cattivo è Silvio Berlusconi, che nel fumetto (siamo nel 1987, occhio: Sclavi fa bingo come Ballard con Reagan) usa la sua televisione per manipolare la gente. Nulla di nuovo, Sclavi lo sa, anzi, lascia indizi per tutto l’albo per far capire con che cosa l’ha costruito (“Quinto Potere” e “Videodrome”, anche se non so quanti ragazzini quella volta – senza Google – avevano avuto la fortuna di beccare in tv entrambi i film). Quello che il creatore di Dylan ha sempre messo di suo, invece, specie nelle prime storie, è un malessere autentico. L’uomo non stava bene e oggi sarebbe uno con tutte le uscite Crucial Blast in casa, più qualcosa tipo Oneohtrix Point Never per darsi un tono. Ovvio che due italiani partano da qui per fare una sorta di album power electronics, anche perché così hanno in mano già due o tre monologhi devastanti (di cui i primi numeri di Dylan, meno buonisti dei successivi, erano pieni). L’edizione, limitata e artigianale, è il solito labour of love di Daniele, la musica è un mix dei due, che in comune hanno un approccio privo di fronzoli (ma non ottuso) e malato: uno ci può vedere l’industrial degli albori, anche quello italiano volendo, come una specie di affinità elettiva con IRM (Martin Bladh), un progetto sì violentissimo ma che cerca(va) l’incrocio anche con altre forme d’arte. Memorabile – complice il monologo qui sopra – è l’inizio dell’album, sceneggiato alla grande, tagliente e rugginoso.

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