No, non è un dramma infinito di lacrime e dolore, tutt'altro. Anzi, la regista francese Alix Delaporte il dramma cerca addirittura di ignorarlo in toto, componendo una sinfonia di rabbia, amore e reazione che fa del suo "Le Dernier Coup De Marteau" una piccola storia di speranza che non accetta il suono di porte chiuse in faccia. La sinfonia d'altronde è quantomai protagonista, poiché entra nella vita di Victor insieme a suo padre avvolgendo la sua esistenza e portandola a nuova linfa. Quando ci viene presentato per la prima volta, infatti, il ragazzo pare avere il destino segnato, con la sua vita divisa tra il sogno del calcio e la comunità limitrofa in cui rischia di restare orfano se la madre in condizioni precarie dovesse avere la peggio. Eppure l'incontro con la musica e con l'opera in qualche modo gioca un ruolo fondamentale per lui, ponendolo a contatto con la figura paterna che gli è mancata e insegnandogli sfumature e dettagli che la cultura in cui era vissuto fino a quel momento non era mai stata in grado di fornirgli.
Quella di Victor si fa perciò una parabola di crescita, che da un declino scritto trova la spinta istintiva per alzarsi da terra e impadronirsi della cosa più importante che può dare la vita: la consapevolezza di scegliere. Un atto da applicare in tutto quello di cui non si può fare a meno, nonché passo fondamentale per crescere e farsi uomini.
Con mano ferma e senza alcuna sbavatura, la Delaporte dirige l'evoluzione complicata e ingarbugliata di una crescita maschile chiamata ad eseguire il salto. La sua è una pellicola ambiziosa il giusto, che sa quello che vuole e si prende il tempo necessario che gli serve per ottenerlo (meno di un ora e mezza), raccogliendo il massimo con asciuttezza.
Un po' come il suo protagonista.
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