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Le fonti letterarie relative all’alimentazione dei Romani

Creato il 28 marzo 2011 da Stefanorussoweb

Le fonti relative agli alimenti comunemente consumati a Roma fin dai primi secoli della sua storia sono contenute in numerose opere letterarie appartenenti anche a generi letterari molto diversi tra loro. Sono infatti individuabili notizie utili in scritti storici, agronomici, enciclopedici, poetici, satirici, medici, ecc.

Il problema che nasce dall’analisi di queste opere è dovuto al fatto che la gran parte di esse fu realizzato in periodo imperiale. È evidente, infatti, come la distanza cronologica possa incidere sull’attendibilità di tali notizie.

Oltre i rischi determinati dalla scarsa conoscenza da parte degli autori di età imperiale della società della Prima e Media Repubblica bisogna considerare, poi, le alterazioni di tipo ideologico derivanti dall’influenza determinata dalla politica augustea caratterizzata da una visione idealizzata del mondo agricolo dei secoli precedenti visto come modello della virtù dei progenitori.

Il primo autore latino ad occuparsi di agronomia fu Marco Porcio Catone con il manuale De agri cultura, scritto negli anni a cavallo tra il III e il II secolo a.C.

In esso è lodato il valore morale del lavoro dei campi in contrapposizione alla per lui dilagante degenerazione dei costumi. Nella sua descrizione dell’azienda agricola ideale egli ipostizza una conduzione a sistema misto che possa rifornire la città vicina di olio, vino, frutta, ortaggi, carni e lana.

Il diffondersi di grandi proprietà latifondistiche possedute dai ricchi Romani nel corso del I secolo a.C., è il presupposto per la realizzazione del De re rustica di Varrone che testimonia il cambiamento profondo dell’ideale di agricola, definitivamente trasformatosi in gentiluomo di campagna, che conosce tutti gli aspetti della gestione di un’azienda, ma non ha più alcun diretto contatto col lavoro dei campi.

L’opera varroniana permette di conoscere con precisione le pratiche dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame negli ultimi anni della Repubblica Romana.

Appartiene, invece, agli ultimi anni della dinastia Giulio-Claudia il  De re rustica di Columella. Anche quest’opera si pone come manuale per il buon proprietario terriero offrendo nozioni e consigli per la gestione di un’ampia azienda agricola basata in gran parte sul lavoro servile.

Columella fornisce interessanti notizie sui prodotti della terra che, dai campi, sarebbero andati a finire sulle tavole dei Romani.

Molte nozioni riguardanti il mondo dell’agricoltura e, di riflesso, quello dell’alimentazione sono presenti nella Naturalis Historia, l’opera enciclopedica di Plinio il Vecchio nella quale l’autore intese riversare tutte le conoscenze del proprio tempo attraverso la raccolta di numerose fonti letterarie greche e romane da Aristotele a Varrone.

In particolare, nei capitoli compresi tra il XII e il XIX, quelli cioè relativi alla botanica, Plinio enumera i prodotti della terra adatti all’alimentazione e le modalità della loro coltivazione.

Parlando di  ars culinaria non si può fare a meno di ricordare la figura del più famoso buongustaio dell’età imperiale: Marco Gavio Apicio. Vissuto sotto Tiberio (14-37 d.C.) questo personaggio rappresentò un simbolo del suo tempo, allorchè mitigatasi la corrente moralizzatrice del periodo augusteo, la ricerca dei piaceri della vita divenne per i Romani fondamentale punto di riferimento.

Nella su opera  De re coquinaria egli propone una serie di ricette utili a comprendere le caratteristiche dell’alimentazione delle classi agiate romane.

In particolare, secondo Plinio, è proprio a questo stravagante personaggio, da lui definito “il più grande tra tutti gli scialacquatori”, che andrebbe attribuita l’invenzione del  foie gras[1], il fegato ingrassato coi fichi, da cui il termine  ficatum che passò poi genericamente ad indicare l’organo epatico.

Nelle opere di Virgilio e Ovidio si possono trarre numerose informazioni sulle attività e sugli stili di vita della società contadina in età imperiale con interessanti rimandi ai prodotti della terra e ai metodi di preparazione dei cibi.

In Virgilio, poi, il progetto culturale, in adesione alla politica augustea, di esaltare la semplicità del mondo contadino porta all’attenzione verso quelle pratiche che probabilmente dovevano essersi stratificate nel corso dei secoli.

Elementi utili sono rintracciabili anche nella cosiddetta Appendix Virgiliana, costituita da poemetti realizzati da un autore sconosciuto in età imperiale ed inizialmente attribuiti a Virgilio.

Il teatro comico offre interessanti spunti per comprendere le caratteristiche dell’alimentazione dei romani. In particolare Plauto adotta nelle sue opere numerose metafore che attingono al mondo dell’alimentazione e della gastronomia[2].

Grande attenzione all’argomento “cibo” è data poi dagli autori di satire in età imperiale, ponendo l’attenzione al valore che ad esso veniva dato in tale periodo: non più quello di sussistenza come avveniva per gli antichi, di cui implicitamente si rimpiangono semplicità e virtus, ma quello di strumento di ostentazione di ricchezza e di espressione di una cultura bassa, incapace di comprendere le cose davvero importanti.

Grande attenzione al tema del cibo è posta da Orazio nelle sue satire. Egli nota come nella Roma del I secolo a.C. i cuochi abbiano preso il posto dei filosofi in una società dove i piaceri del palato superavano di gran lunga quelli dello spirito.

Giovenale (50 ca. – 127 d.C.) invece, ai cibi moderni, espressione di una società superficiale e smidollata, contrapponeva quelli della tradizione.

Nel Satyricon di Petronio la condanna agli eccessi gastronomici, utilizzati come mezzo dei “nuovi ricchi” di I secolo d.C. per far breccia nell’elite romana, assume un ruolo centrale nella cosiddetta Coena Trimalchyonis, in cui si possono notare i mutamenti nelle abitudini alimentari romane determinati dall’arrivo di nuovi cibi dai territori conquistati.

Una fonte del tutto originale è quella costituita dall’opera di Ateneo di Naucrati “I deipnosofisti”.

In tale scritto, l’autore, originario dell’Egitto e giunto a Roma sotto Commodo, pone l’attenzione sugli aspetti sociali, culturali ed enogastronomici del banchetto (o simposio, nel mondo greco).

Il simposio era un momento essenziale nella vita della grecia antica: un circolo di amici che si riunisce per godere dei piaceri del vino, generalmente dopo aver condiviso quelli della tavola. Esso è inserito da Ateneo nel mondo romano vedendo la stessa Roma come un polo di attrazione per i letterati ed i sofisti di origine greca.

Ateneo si “mette in scena” come narratore di questi conviti ispirandosi al Fedone e al Simposio di Platone. Egli racconta lo svolgimento del banchetto e il contenuto delle conversazioni dei convitati.

Per lui, il simposio costituisce lo scenario di una conversazione colta che mobilita un insieme di pratiche e discipline intellettuali: filosofia, filologia, retorica, erudizione, etimologia.

Tali conversazioni, in particolare, permettono ad Ateneo di soffermarsi su aspetti significativi per quanto riguarda la ricostruzione delle abitudini alimentari degli antichi come l’uso del vino e dell’acqua, la frutta e gli ortaggi, i pesci e i frutti di mare, la carne e i salumi, le fritture, il pane.


[1] Plin., N.H., VIII, 209

[2] G. Chiarini, Metafore Plautine in Homo edens. Regimi, miti e pratiche dell’alimentazione nella civiltà del Mediterraneo, Verona, 1988, pp. 327 e segg.



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