Le giornate giordane: la monarchia in bilico

Creato il 16 novembre 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Jordan days è il canale che sta trasmettendo il live streaming delle proteste. La Giordania sta vivendo i suoi giorni della rabbia. A quasi due anni dall’inizio delle proteste, il 14 novembre ha visto esplodere le strade di tutto il paese in modo impetuoso ed incontrollato. Il bilancio del secondo giorno di proteste è di due morti, tra cui un agente di sicurezza e un manifestante che cercava di irrompere in un ufficio pubblico. Numerosi feriti, lacrimogeni e vandalismo. Quella che la Giordania sta vivendo in queste ore è guerriglia urbana. Dal nord al sud le proteste si sono espanse a macchia d’olio: Tafileh, Shobak, Maan, Aqaba, Irbid, Salt, Zarqa, Russeifa, la Valle del Giordano e Amman. La capitale inaspettatamente è bloccata da manifestanti infuriati che vagano senza una precisa meta, cercando di evitare i blocchi della polizia che pattuglia le strade.

Non è solo questo. La gente ha cominciato a radunarsi per strada poco dopo l’annuncio del governo della sospensione dei sussidi sul carburante che, di fatto, portano ad un aumento del suo prezzo dal 15 al 53,8 per cento a seconda che si parli di benzina, diesel, kerosene o gas domestico. La manovra è stata prevista nel quadro di diverse operazioni di austerity che mirano a salvare Il Regno sull’orlo di una crisi finanziaria. Il governo del Primo Ministro Abdullah Ensour, di recente nomina, è il quinto nominato dal Re nei 23 mesi di proteste nel Paese. Una pratica che sembra non avere più nessun effetto palliativo nei confronti del malcontento popolare e potrebbe non bastare questa volta per calmare le rivolte. Anche i movimenti riformisti che hanno manifestato in questi mesi hanno richiamato la gente alla calma, prendendo le distanze dalle esplosioni di violenza.

Gli slogan urlati dai manifestanti hanno cambiato target: non più solo al-sha’b yurid Islah al-Nidham ma anche e yasqut- yasqut Abdallah. Non più solo la riforma del regime ma la caduta di Abdallah. Questo come molti altri con significati simili sono un segno importante per il Paese. Il tabù del Re, incriticabile, è caduto completamente. I ragazzi esprimono la loro rabbia e identificano la causa del loro problemi nella figura del Re. Le riforme non bastano più. Cercano la rivoluzione.
L’onda lunga della cosiddetta Primavera Araba ha forse raggiunto la Giordania? Ma cosa vuol dire questo per il Paese? Quali sono i possibili scenari nel caso la situazione non rientrasse nella normalità come è successo nei mesi scorsi? Il Paese sta protestando si, ma non tutto. Molti, ancora, difendono il Re e non vedono il bisogno di un sommovimento violento per cambiare le cose. Di certo, è ora che il Re cambi strategia perché cambiare il governo non serve più. Che sia troppo tardi per riprendere in mano la situazione in maniera pacifica? Per ventitre mesi la gente ha aspettato governo dopo governo l’arrivo di riforme effettive. C’è stata la riforma della Costituzione, c’è stata la riforma della legge elettorale, misure contro la corruzione, ma nessuna di queste sembra aver intaccato a fondo i veri problemi. Non è stato sicuramente facile anche solo intavolare le discussioni che hanno portato a queste prime riforme perché la società giordana e le sue strutture di governo sono pesantemente influenzate, per non dire modellate, dal tribalismo che produce corruzione, dalla presenza pervasiva dei servizi segreti e dal problema identitario giordano. Pilastri cardine della società non facilmente abbattibili.

Il Re ha davanti a se poche strade percorribili. La più auspicabile sarebbe una revoca della manovra che incide sui carburanti in modo da calmare le piazze. Questo potrebbe però avvenire solo se un intervento esterno garantisse il refill delle casse dello Stato. Successivamente non ci sarebbe altra scelta che andare incontro alla volontà popolare iniziando un vero cammino di riforme effettive. D’altra parte la seconda opzione potrebbe essere l’utilizzo delle maniere forti, legge marziale sul modello di un novembre nero. Ma questo porterebbe il Paese alla guerra civile e sarebbe impensabile a livello internazionale, con la crisi siriana in atto, perdere il prezioso alleato giordano. Sebbene la seconda sembri impensabile, la prima comporta una seconda fase comunque problematica. Riformare veramente la Giordania vuol dire infatti andare ad intaccare le maglie tribali che hanno costituito da sempre la base della società e della cosa pubblica fin dai tempi della sua nascita come Stato moderno. Le basi di lealtà tribale su cui si regge la monarchia giordana sarebbero messe a dura prova se venissero posti in discussione i privilegi che la reggono. Il problema identitario, con la componente di origine palestinese maggioritaria nel Paese, rappresenta una fonte di instabilità e di possibile conflittualità civile. Non è al momento messa in dubbio la sovranità statale, come avvenne negli anni Sessanta ad opera dei fedayyin palestinesi e culminata nel 1970 con il Settembre Nero, ma è comunque una memoria indelebile nella storia del Paese.

Le carte in gioco sono tante e una pedina importante come la Giordania nello scacchiere mediorientale non può rischiare di fare la mossa sbagliata. La speranza è, quindi, che la miccia accesasi questi giorni non faccia capitolare il Paese nel caos ma che il Re faccia un passo indietro e, in onore dell’anniversario del compleanno del padre Hussein, trasformi il suo Regno in una monarchia parlamentare sul modello britannico. Una rivoluzione dall’alto.


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