Magazine Cultura

Le interviste dei Serpenti: Davide Orecchio

Creato il 24 gennaio 2013 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

Le interviste dei Serpenti: Davide Orecchiodi Emanuela D’Alessio

Proseguono le interviste di Via dei Serpenti con Davide Orecchio, storico con la vocazione dello scrittore, autore di Città distrutte (Gaffi), la sua opera di esordio che ha vinto nel 2012 il Premio Mondello, il Premio Volponi e il Supermondello. Qui la nostra recensione.

Dovendo scrivere la sua biografia, magari infedele, che cosa direbbe di Davide Orecchio?
Che non ha ancora una biografia perché ci sta lavorando. Direi che è una persona in cammino, un po’ come tutti.

Città distrutte è il suo libro di esordio, pubblicato dopo una lunga gestazione e numerosi rifiuti. Il perché dei rifiuti non è importante, può spiegarci invece come è nato l’incontro con Gaffi?
La gestazione in realtà non è stata lunghissima. Lo scrissi in un anno circa. L’incontro con l’editore, invece, è avvenuto grazie a Raffaele Manica, che pubblicò uno dei racconti su «Nuovi Argomenti» e in seguito propose a Gaffi la raccolta.

Si cimenta con un genere insolito, la biografia fittizia, la biografia verosimile ma infedele, appunto, dove si mescola la verità delle fonti documentali con la narrazione dell’immaginazione. Perché ha scelto questo genere e perché il titolo Città distrutte?
La scelta del genere corrispondeva a diverse esigenze che avevo. Volevo pubblicare su «Nuovi Argomenti» e a una rivista occorrono testi brevi. Non mi sentivo adatto al racconto ma, per la mia formazione di storico e per certe letture che avevo adorato in quegli anni, ero più incline al ritratto, alla biografia letteraria e d’invenzione. Così sono nati i primi due “brani”, Éster Terracina ed Eschilo Licursi, e su questa coppia (proposta inizialmente a «Nuovi Argomenti») è cresciuto il resto del libro. Il titolo cita un frammento dal diario di mia madre (Oretta Bongarzoni/Betta Rauch). Un diario nel quale, appunto, mia madre si definisce come «una città distrutta».

I personaggi delle sei biografie risultano assai diversi, per genere, carattere, professione, attraversano differenti periodi della storia. La diversità è reale e casuale o, al contrario, come ci è parso di cogliere, le loro vite risultano tasselli di un mosaico che raffigura le varie forme di dolore in cui l’esistenza può essere declinata?
L’elemento non casuale del libro sono io. Nel senso che tutte le vicende hanno a che fare con me, mi coinvolgono biograficamente. Ma anche questo, forse, potremmo considerarlo un caso. Dipende dalla filosofia della storia che ciascuno di noi adotta. L’ultima parte della sua domanda è già la mia risposta: nell’irrelazione evenemenziale tra i fatti e le vite che ci capita di testimoniare, compresa la nostra, cerchiamo un significato che in realtà, e molto spesso, sta già nel senso che attribuiamo e che corrobora la nostra tesi, la nostra lettura filosofica ed esistenziale. Di fronte alle vite degli altri e nostre è molto difficile avere un atteggiamento “scientifico”, falsificazionista nel senso di Popper. Non si è quasi mai disposti a cambiare idea, piuttosto se ne cerca la conferma. E la mia tesi, in questo libro, era quella della città distrutta: fallimenti in vita che però meritano d’essere raccontati, città “ricostruite” con la scrittura.

Quasi tutti i personaggi del suo libro traggono ispirazione dalla storia di persone realmente esistite, il regista russo Tarkovskij, il sindacalista molisano Nicola Crapsi, il filosofo Wilhelm von Humboldt, i suoi genitori. Che cosa ha ispirato la scelta delle coppie personaggio reale-personaggio fittizio?
Ho attinto alla costellazione di storie che mi accompagnano da sempre. Epoche e personaggi che ho studiato, sui quali ho condotto ricerche, oppure che mi hanno semplicemente appassionato, o con i quali ho una complicità “biologica”.

Le interviste dei Serpenti: Davide Orecchio

Soltanto la figura di Éster Terracina, la giovane donna argentina che sacrifica la propria vita per restituire una madre a suo figlio, sembra non trovare riferimenti in alcun personaggio reale. C’è una spiegazione per questa asimmetria?
Éster Terracina è la prima biografia che scrissi. Non ricordo perché scelsi proprio quella storia e non altre. Ma non avevo ancora chiaro lo schema, il gioco letterario che avrei adottato nei testi successivi. La biografia che ispira le successive nel binomio persona/personaggio è, in realtà, quella di Eschilo Licursi, ispirata a Nicola Crapsi, un sindacalista sul quale avevo condotto molte ricerche con l’obiettivo di una biografia “vera”. Obiettivo purtroppo, o per fortuna, mancato. E in quel fallimento c’è il germe delle biografie fittizie: se non riesci a raccontare la persona, per incapacità o insufficienza di documenti e testimonianze, allora tanto vale inventare il personaggio, varcare il confine, fare letteratura e non storiografia.

Nelle numerose recensioni che hanno accolto Città distrutte vengono elencati prestigiosi riferimenti letterari cui si richiamerebbe la sua opera, da Borges a Bolaño, da W. G. Sebald a Danilo Kiš. A parte confermare l’erudizione dei recensori, lei che cosa pensa di questa tendenza ad attribuire comunque una paternità letteraria, a citare necessariamente le fonti? È d’accordo con questa affiliazione?
Più che di fonti, parlerei di modelli. Sono modelli altissimi. Non nego di essere stato influenzato dagli autori che cita. E non mi dispiace che mi si attribuiscano paternità letterarie. L’importante è che le attribuzioni siano azzeccate. Certo, sono grandi scrittori. Ma, in fondo, se uno deve scegliersi dei punti di riferimento, dei maestri di scrittura, è meglio cercarli tra i grandi che tra i mediocri, no?

Quali invece, se ce ne sono, i suoi riferimenti letterari italiani?
Il primo italiano che ho amato è Italo Svevo. Lo lessi intorno ai vent’anni. Altri nomi che mi vengono in mente sono il Goffredo Parise dei Sillabari, Silvio D’Arzo per Casa d’altri, Italo Calvino per Le città invisibili. Tra i contemporanei mi piacciono molto Emanuele Trevi ed Ermanno Cavazzoni.

Si sta parlando in questo ultimo periodo di “internettuale”, una nuova figura di intellettuale che utilizza i nuovi media, soprattutto i social, per esprimersi e comunicare. Lei sembrerebbe rientrare perfettamente nella categoria: ha un suo blog personale, scrive sul sito Nazione Indiana ed è presente su Facebook e Twitter. Qual è il suo rapporto, come scrittore, con questi social network? In che modo le piace partecipare e cosa le interessa seguire?
Lavoro su internet dal 1999, da prima di essere uno scrittore edito. Ci sto per professione, mestiere e adesso anche come scrittore. I social network non sono il mio forte, io sono più un tipo da internet 1.0. Ma cerco di adeguarmi. Li uso soprattutto per distribuire notizie, disseminare contenuti miei e altrui che mi stanno a cuore. Quanto al blog e a Nazione Indiana, le considero piattaforme che consentono sinestesie espressive: non sempre e non solo scritture, ma relazioni tra testi, audio, immagini, video che possano essere percepite dal fruitore digitale. Un’opportunità unica e impossibile sul libro cartaceo. Qual è la sua riflessione sullo stato della letteratura in Italia? Non ho le competenze per rispondere in modo adeguato. La mia impressione, per quello che vale, è di una scena molto vitale, frammentaria e caotica. Escono libri bellissimi dei quali nessuno si accorge. E libri mediocri che ottengono ribalte immeritate. I piccoli e medi editori pubblicano quasi sempre cose interessanti. I grandi editori un po’ meno. Tutto il movimento, nel suo complesso, mi sembra deficitario di una certa autorevolezza. E l’offerta è superiore alla domanda, ma questa non è una considerazione molto originale, lo ammetto.

Il 2013 è appena iniziato, quali sono i suoi progetti per i prossimi mesi o semplicemente i buoni propositi?
Sto completando la revisione di quello che dovrebbe essere il mio prossimo libro. Non so nemmeno più a quale numero di revisione sia arrivato. È un lavoro che sto seguendo da anni, da prima di Città distrutte che, invece, in primavera uscirà per una nuova ristampa (mi sembra la quinta) e con una nuova copertina. Poi ho bisogno di più tempo, soprattutto per leggere. Ne ho davvero bisogno.

C’è un libro che non vorrebbe mai smettere di leggere?
I Racconti di Čechov.

Altre interviste a Davide Orecchio
Su Les Flaneurs
Su Terra Nullius


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog