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LE OMBRE DEI SIMBOLI #valori #inconscio #comunicazione

Creato il 07 ottobre 2014 da Albertomax @albertomassazza

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La pratica di sintetizzare dei valori concettuali, identificandoli per somiglianza, analogia o convenzione e in modo realistico, stilizzato o astratto, con i simboli, segni specificamente connotati e connotanti in grado di comunicare ed evocare i valori in modo immediatamente riconoscibile e trascendente il dicibile, è probabilmente una delle più arcaiche manifestazioni culturali dell’uomo. L’universo simbolico si forma in risposta a delle esigenze in parte innate, in parte conseguenti all’evoluzione culturale, come la necessità di trovare una sintesi rappresentativa per i valori identitari della comunità e il bisogno di interpretare il mondo, trascendendo la semplice osservazione del reale. Il simbolo, etimologicamente, unisce e per farlo deve essere riconosciuto come portatore di valori condivisi. Il suo aspetto inclusivo ne presuppone uno esclusivo: cementificando una comunità, la pone in contrapposizione alle  comunità che si riconoscono in altri simboli. Sempre che non lo si voglia considerare un fenomeno puramente comunicativo, in una sorta di gioco delle parti tra i membri della comunità. Ma il simbolo trascende la comunicazione, dice più di quanto possa essere detto, gli si riconosce un valore quantomeno spirituale, se non addirittura magico, soprannaturale, divino. Sarebbe interessante capire se la genesi del simbolo sia avvenuta in ambito magico-sacrale o in ambito pratico-politico; o magari la sua ragione d’essere (e la sua fortuna) non stia proprio nella capacità di rappresentare un raccordo tra le esigenze materiali e quelle spirituali, come espressione comunitaria nel suo complesso.

Comunque si sia originato, il simbolo si è imposto in tutte le culture come sintesi e veicolo di valori identitari civili e religiosi, capace di trasmettere in modo immediato una quantità di informazioni altrimenti difficilmente trasmissibili. La trasmissione di informazioni avviene su un duplice piano: comunicazione pura ed evocazione. Ad esempio, la croce ci comunica la presenza di un edificio di culto cristiano o l’appartenenza identitaria a quella tradizione; nello stesso tempo, evoca le vicende della cristianità. Come veicolo di pura comunicazione, il simbolo esaurisce la sua funzione nell’informazione pratica; il potere evocativo, invece, trascende la funzionalità pratica e connota il simbolo di un’aura magico-spirituale. Proprio da questo potere evocativo del simbolo si originano delle zone d’ombra che impediscono di accedere a una conoscenza più profonda. Il simbolo divide il mondo tra chi si riconosce e chi non si riconosce; a chi si riconosce, con il suo rappresentare un ordine di valori, offre uno schermo protettivo che lo deresponsabilizza, inibendo la sete di verità, di verificare la fondatezza dei valori rappresentati e di ciò che sta oltre il simbolo. In una società complessa e plurivoca come la nostra, il simbolo tende a perdere la capacità di essere sintesi rappresentativa dell’intera comunità. Di conseguenza,  si assiste al paradosso di uno svuotamento del potere evocativo, in concomitanza con una crescente tendenza alla  produzione seriale di simboli,  in cui non ci si identifica più per la loro capacità di creare rimandi inconsci, ma automaticamente, per abitudine, per nuda rappresentazione. Questa esplosione anarchica dell’universo simbolico nella modernità può portare a due sviluppi: il definitivo oltrepassamento della funzione evocativa del simbolo e la sua limitazione al puro uso strumentale in funzione comunicativa, oppure la sua riduzione a surrogato evocativo, non più in grado di stimolare rimandi inconsci, ma riconosciuto nel suo valore magico-spirituale solo in funzione meramente rappresentativa.



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