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Le rughe di Steinbeck

Creato il 22 giugno 2010 da Andreapomella

Le rughe di SteinbeckUn tempo, per delle estati intere, mi perdevo con gli occhi e con la mente nei panorami assolati della Salinas Valley, o trasognato a immaginare i maestosi bastioni dell’Arizona e la pianura del fiume Colorado a cui vanno incontro i Joad dopo aver abbandonato le loro terre nell’Oklahoma ed essersi messi in viaggio su un autocarro diretti verso l’Ovest d’America. Dicevano anticamente le vecchie donne che c’è un muro da qualche parte attraverso il quale, appoggiando l’orecchio alle sue fessure, si sente l’eco dell’aldilà. A me bastava schiudere lentamente le pagine di un libro di Steinbeck per affondare con tutti i sensi in un cosmo di umanità e di dolore, di legami di sangue, in cui la terra è una parte del corpo umano, come le mani, come il sudore. Ho amato disperatamente i personaggi di Steinbeck, ho amato disperatamente il gesto di Rosa Tea che conclude Furore e che ritengo il più grandioso finale di romanzo di tutti i tempi, e ho amato ne La valle dell’Eden la saggezza del servitore cinese Li e la degenerazione di Cathy che abbandona il marito e i figli appena nati e si trasferisce in città per lavorare in un bordello. Quando mi è stata data l’occasione ho voluto guardare una fotografia dell’uomo la cui immaginazione aveva prodotto personaggi tanto vividi e umani, eppure colossali come figure bibliche. Credo che bisogna farlo, necessariamente, quando si ama tanto uno scrittore, perdersi nelle pieghe del suo volto, cercare nelle rughe sghembe che ne formano l’espressione la matrice di tutte le invenzioni, e poi osservarne la luce negli occhi, come scrutando in una lampada rotta che illumina il passaggio dei fantasmi. Io, studiando una fotografia di Steinbeck, ho fatto tutti i mestieri dell’uomo


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