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Le Torri Del Re Laurino

Da Enricogrotto
Due Passi Tra Le Vette Del Catinaccio
01/07/2010. Il sole era ormai sorto da un paio d'ore, ma nella profondità delle valli più anguste regnava ancora l'oscurità. I prati ai piedi delle pareti verticali delle montagne traevano nuovo vigore dai primi raggi estivi e sfoggiavano il loro manto più appariscente coprendosi con i molteplici colori della fioritura. Un costante ronzio di sottofondo popolava queste distese floreali, segno della presenza delle laboriose api. Le farfalle distendevano le loro ali orientadole verso i raggi del sole per far brillare ancor più la loro vanità. Le numerose specie di volatili che abitavano la foresta erano già indaffarate a cercare il cibo per nutrire la nidiata dell'anno, mentre i caprioli gironzolavano piacevolmente all'ombra degli abeti, protetti nel loro nascondiglio dagli occhi indiscreti dei passanti. La neve, sciolta nei canaloni, si raccoglieva nelle cavità della roccia goccia a goccia e piano piano, ma inesorabilmente, scendeva a valle fino a ingrossare gli abbondanti torrenti che solcavano il massiccio.
Mi trovavo ai confini del regno di Laurino, re dei nani che qui scavano da millenni nelle profondità della roccia alla ricerca di cristalli, d'oro e d'argento.
Mentre mi incamminavo lungo i sentieri che ascendono queste vette, ebbi la strana sensazione di essere seguito; più volte mi voltai, ma alle mie spalle nessun segno di anima viva. Sulle rive di un torrente decisi di affettuare qualche scatto; dopo aver monantato l'attrezzatura e posato lo zaino, mi apprestai ad avvicinarmi alla riva. A quel punto, mentre saltellavo sulle rocce, una fragorosa risata interruppe il silenzio della Natura: i miei sospetti si rilevarono veritieri! Un nano dall'aspetto carattetistico rideva a crepapelle al limitar del bosco! Al contrario di quel che mi aspettai, il nano si fece avanti e, scusandosi tra le risate per aver interrotto il mio "lavoro", si presentò: il suo nome era Thori, giardiniere del Re Laurino. Non ero il primo uomo che aveva visto durante i suoi cent'anni di giovinezza, ma ero sicuramente il primo che aveva visto saltellare così goffamente sulle rocce del fiume, padroneggiando con così poca destrezza quel gingillo che avevo in mano (reflex e treppiede...). Dopo i primi attimi di titubanza, Thori mi mostrò gli angoli più belli dell'immenso giardino del re, conducendomi fino a quello che lui riteneva la parte più affascinante del regno, ma che disraziatamente [per loro, ma anche per molti degli uomini!] ormai era stata invasa e deturpata dalla nostra specie. Ci intrufolammo in una stretta fessura tra la dolomia, invisibile a qualunque occhio si fosse posato su di essa perchè celata dall'ombra della parete; era una passaggio secondario al più noto sentiero del Re Alberto, misterioso usurpatore e deturpatore del loro regno. Dopo aver fatto qualche pericoloso passaggio sulla neve, ebbi bisogno di tirare il fiato per la ripida salita; fu così che Thori approfittò della pausa forzata per narrarmi la vera leggenda dell'enrosadira...
Le storie folkloristiche locali prevalentemente ipotizzavano che il fenomeno dell'enrosadira (termine derivante da una parola di origine ladina il cui significato letterale è "diventar di color rosa") fosse legato alle maledizioni lanciate dal Re Laurino al suo giardnino di rose affinchè non fosse più visibile agli occhi di nessun essere vivente, né di giorno né di notte; egli, però, dimenticò due momenti della giornata: alba e tramonto, momenti in cui tutt'oggi è possibile ammirare questo angolo celato. Le motivazioni che spinsero il Re Laurino a lanciare la maledizione sono molteplici: alcuni riferiscono che sia stato dopo che lo stesso re aveva assistito impotente alla liberazione della sua amata Similde, figlia del Re dell'Adige, rapita dopo essersene perdutamente innamorato. Altri riferiscono la causa, invece, al rapimento della figlia del re da parte del principe del Latemar, che aveva scoperto il regno segreto proprio grazie al giardino di rose. In entrambi i casi si narrava che le magiche armi a disposizione di Laurino (una cintura che gli garantiva una forza pari a 12 nani e una cappa che lo rendeva invisibile) si fossero rilevate fallimentari. Thori, però, con soriso beffardo, mi spiegò come queste credenze fossero in realtà delle storie messe in giro dai nani stessi per celare la loro esistenza. E a questo punto il nano estrasse dalla sacca nera che portava in spalla una cintura e una cappa famigliari: non era Thori il nano presente vicino a me, bensì Laurino in persona! Presomi per mano dopo aver indossato i suoi gingilli, in pochi balzi mi condusse nel luogo più magico dell'intero Catinaccio: all'ombra della vetta più alta del regno, le acque cristalline di un laghetto d'altura, ancora parzialmente coperto dal ghiaccio e dalla neve, specchiavano sulla loro superficie le splendide vette dolomitiche del Re Laurino (Torri del Vajolet per noi umani). A lungo stetti là seduto affianco al nano invisibile e, mentre lo sentivo borbottare contro quell'orribile costruzione che la nostra specie chiamava il Rifugio Re Alberto, volli a modo mio rendere omaggio alla sua disponibilità e contemporasneamente denunciando alla specie umana la deturpazione del pasesaggio che aveva effettuato....
Le Torri Del Re Laurino
Nikon D40, Nikkor 12-24 f/4 a 12mm, f/16, ISO 200, 25", The Bigger Stop+0.6 Grad Soft Lee, Treppiede, Scatto Remoto
L'itinerario seguito in questa escursione ha partenza da Pera di Fassa ove si prende il pulmino in direzione del Rif. Gardeccia (costo andata/ritorno 8,50 euro); da qui si prende il sentiero per il Rif. Preuss e Vajolet presso i quali si incontra la deviazione a nord per il Rif. Re Alberto (sentiero difficile con possibile presenza di neve). Dislivello: circa 800m; durata: circa 2,5 h.
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Tempo: 2 h

Difficoltà: E



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