Lettera di dimissioni 1

Creato il 05 ottobre 2010 da Giovannipaoloferrari
Cari concittadini,
dopo più di tre anni passati a tentare di fare qualcosa di costruttivo per la comunità, oggi sono davanti ad un bivio…
Le condizioni della nostra amata, ma povera terra inducono i giovani e i meno giovani ad emigrare con sempre più costanza e sistematicità: ormai è un vero e proprio “esodo” e le mete in cerca di un reddito e di una sistemazione diventano sempre più lontane: Londra, la Germania, etc…
Il precariato è la vera piaga che affligge il Mezzogiorno d’Italia: di fronte a politiche pubbliche inadeguate (Legge 30) dove il concetto di “flessibilità” si confonde con quello di “precarietà”; le politiche del lavoro condannano inesorabilmente i giovani all’emigrazione o a forme di sfruttamento come il “lavoro nero” o sommerso.
L’altro grande nodo di Gordio inestricabile è sicuramente il sistema assistenzialista delle raccomandazioni. La classe politica dirigente è collusa da sempre con un sistema di potere che si intreccia con pratiche subdole e mafiose. Il ragionamento che amo sempre fare a tal proposito è il seguente: se fossero annullati i concorsi, se fossero accolti i suggerimenti esterni come funziona nel sistema anglosassone (per es.: le lettere di presentazione), se fossero guardati i soli curricula, anziché far pesare gli orali sugli scritti, ma soprattutto se ci fosse vera competizione tra le aziende pubbliche e private, ricavando un ambiente veramente competitivo; probabilmente il sistema sarebbe maggiormente meritocratico e si eliminerebbero alcuni problemi di forma, che convivono a spese di quei giovani che non hanno appoggi o conoscenze o semplicemente non vogliono piegarsi al volere del potente di turno.
Di fatti da noi, purtroppo, si confonde la stima e l’amicizia con la sudditanza e la sottomissione. Il politico, l’affarista, l’imprenditore, il potente italiano, per una sorta di distorsione psicologica, trova maggiore piacere nel vedere i suoi elettori, i suoi clienti, i suoi dipendenti, i suoi sudditi, inchinarsi al suo passaggio, leccare con la testa china il cuoio delle sue scarpe; anziché trovare soddisfazione nelle migliorie delle istituzioni, nel funzionamento della macchina riformatrice, nella customer satisfaction, nelle condizioni di lavoro e di trattamento umane e soddisfacenti dei lavoratori, nel considerare gli altri cittadini propri pari e non degli infimi “paria”.
Fino a quando si continuerà in questa direzione sbagliata: perché non c’è dubbio che sia sbagliata! Fino a quando condurremo al governo della res pubblica uomini assetati di potere, litigiosi, ignoranti, con nessuna dote, con nessuna capacità, con nessuna competenza, con nessuna qualità umana; fino ad allora l’Italia rimarrà indietro rispetto agli altri Paesi europei e sarà sempre una Nazione non del tutto “civile” o meglio non sarà una repubblica che si fonda sul lavoro come recita la Costituzione, non sarà uno stato di diritto. Se la Mafia è l’organismo che fattura di più ed ha maggiori utili in Italia, come pretendiamo che gli “altri” ci giudichino civili, responsabili, ci giudichino dei buoni alleati. Viviamo in una Nazione fondata sulla criminalità: questa è la verità! I principi, i valori che passano non sono: aiuta il tuo prossimo, ma fregalo, perché solo in questa maniera ti puoi fare strada. Sempre più frequente è la metafora della “strada” come una giungla di asfalto irta di pericoli, dove per sopravvivere bisogna difendersi con qualsiasi mezzo: ma dove vogliamo andare con questa mentalità? Con la paura nel cuore? Con la diffidenza che si sostituisce alla fiducia, a quello che viene chiamato “amor cristiano”? A tal proposito quei simboli della cristianità che dovrebbero difendere quella libertà dell’uomo di vivere la propria vita in armonia con l’altro, col diverso da sé, che può essere il vicino di casa, il bambino rom che entra in una classe di una delle nostre scuole elementari o l’extracomunitario che fa il suo ingresso nella nostra società. Quei simboli, appunto, sono sempre più simboli di difesa e non di apertura: difesa di un mondo che non esiste più, difesa di valori obsoleti, che lungi dall’essere cristiani, sono portatori di stereotipi, pregiudizi, odio, violenza, chiusura. Quello che mi spaventa più di ogni altra cosa è proprio questo: la chiusura di queste istituzioni al novus: all’homo novus, ma anche alla res nova. Chiusura testimoniata nel continuare i propri riti, le proprie usanze, i propri costumi senza accorgersi del mutamento sociale del nostro mondo, di quelli che qualcuno chiamerebbe processi di globalizzazione. La mia grande paura è che questi processi sempre esistiti nella storia del mondo in forme diverse e con nomi diversi, testimoniate dall’evoluzione del genere umano; questi processi sincretici e che di sincretismo sono intrisi, non scalfiscano le nostre istituzioni che stagnano con i loro piedi di argilla nelle acque putride della burocrazia o del ritualismo. Dove il cambiamento manca, manca quell’idea che fu prima dei Lumi e poi fu costitutiva della società contemporanea: l’idea di progresso. Progresso dell’umanità e delle sue forme di evoluzione: che altro non sono che integrazione, cooperazione, palingenesi di diverse culture, civiltà, uomini.
Quel “pensiero Meridiano” che Franco Cassano, in un libro cult sulla questione meridionale, sponsorizza come unica ricchezza per salvare il Mezzogiorno d’Italia dalla catastrofe amministrativa e politica. “Pensiero Meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera”.
Recuperare quell’idea di Mediterraneo, che ci vuole al centro delle relazioni della vita dell’uomo, “restituire al Sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri”. Questo dovrebbe essere il fine della nostra società e delle nostre istituzioni, ma in questo momento i fini di chi ci governa sono ben altri. Per questi ed altri motivi, oggi, in questa comunità, non c’è spazio per persone come me, costrette ad emigrare, ad andare lontano non per cercare fortuna, ma per avere almeno un lavoro, un reddito, trovare un’indipendenza per poter costruire una propria vita. Magari un lavoro adeguato alle proprie competenze e alle proprie capacità, in luoghi dove vengono riconosciute, perché sono riconosciuti i titoli e i sacrifici di una persona. Al cospetto di lavori poco remunerativi, degradanti, logoranti e, per certi versi, umilianti, che si è costretti a fare per “arrangiarsi”, sbancare il lunario.
Come si pretende che i nostri giovani si impegnino nella politica, nel sociale se manca loro un reddito, una sicurezza per affrancarsi dalla famiglia, per essere indipendenti, per farsi una loro famiglia?
Vi lascio con questi interrogativi, che forse non servirà a niente porsi, ma la mia è la condizione di tanti giovani, che vivono un disagio, a cui le istituzioni non sanno dare risposta e noi non possiamo attendere in eterno riscaldando le poltrone dei nostri salotti o accettare condizioni di lavoro irrispettose della condizione umana e retribuzioni da fame.
Per questo, con la morte nel cuore, rassegno le dimissioni da consigliere comunale del Comune di Nemoli e Consigliere della Comunità Montana del Lagonegrese, perché anch’io come tanti altri miei fratelli parto per altri lidi alla ricerca di quella stabilità e di quei riconoscimenti che spero che la vita mi concederà.
Nemoli,

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